Situato nella prima stagione narrativa dell’Autrice, il racconto - pubblicato originariamente nel 1937 rigorosamente in russo come tutti i lavori di quest’autrice esule da una madrepatria indimenticabile e ormai nemica – è impregnato del momento biografico pieno di incertezze e di difficoltà che Nina Berberova sta affrontando: a Parigi, terra eletta da moltissimi Russi in fuga dalla Rivoluzione e dalle sue conseguenze, si fa letteralmente la fame. Ne Il corsivo è mio la Berberova narra senza vergogna di giornate intere trascorse nell’unico pensiero di cosa mangiare, dell’unica pentola e dell’unica posata a disposizione, della fortuna di un po’ di pane e burro con il tè la sera, e spesso solo del tè, della malattia strisciante del suo uomo, lo scrittore Vladislav Chodasevi? che trascina a letto stanche giornate vuote per alzarsi qualche ora nel pomeriggio riempiendo di tristezza la giovane sposa.
La Russia è lontana, inavvicinabile, gli antichi splendori di molte famiglie spazzati via per sempre, i sogni degli intellettuali di poter ricostruire un pezzo di quel mondo fuori di esso vani, la speranza di rientrare in patria accettati dal nuovo regime ma senza compromessi con esso del tutto inesistente (uno dei pochissimi scrittori che percorrerà questa strada di ritorno, a prezzo di un allineamento non desiderato ma inevitabile, sarà Gorkij).
Anche Tanja e sua sorella Lilja, figlie di un funzionario di San Pietroburgo che con la Rivoluzione perde tutto, sono costrette a riparare dapprima in Siberia e poi a emigrare in Giappone. La giovinezza disinvolta e felice termina, Lilja non sopporta la lontananza dalla madrepatria (“E verso la primavera si spegne del tutto, non si cuce più vestiti, non bacia più gli uomini, si raccoglie i capelli sulla nuca in un tragico chignon e dice che non le basterà tutta la vita per ottenere il perdono della Russia”, p. 13), Tanja la vede disinteressarsi a ogni cosa e ingrigirsi nell’esistenza dedicata al padre malato e capisce che deve compiere da sola il grande salto verso una vita diversa, forse felice. Oggetto del desiderio maschile di molti, Tanja non esita a strappare a Lilja il fidanzato per sfida e per convenienza, ma ben presto è Parigi che la attira con promesse di riscatto dalla vita tranquilla ma fondamentalmente monotona e inappagante. Quella immaginata facile, fatta di agi e possibilità, finisce tuttavia in fretta sotto i colpi di un destino che spoglia Tanja di tutto.
Sola, senza un’occupazione che le permetta di vivere decorosamente, la giovane comincia a trascinare un’esistenza fatta di molta fame, molti risparmi e molta rabbia verso la sorte che non le concede neppure di venire mantenuta da qualcuno. Così allaccia relazioni pericolose e inconcludenti, sempre alla ricerca di un uomo che insieme all’amore le offra la sicurezza perduta tanti anni addietro nella rovina della sua casa. Decisa a trovare a tutti i costi qualcuno o a farla finita, Tanja incontra in un lussuoso ristorante dove ha deciso di adescare qualche ricco signore spendendo tutto quello che ha, un semplice cameriere, già anziano, nella vita del quale entra come un raggio di sole inaspettato e inconsapevole. Ma non è certo un vecchio lacché che Tanja sogna, benché lui la circondi di ogni attenzione e divida con lei ogni cosa del poco che ha. L’epilogo tragico della vicenda ricalca il fondamentale pessimismo della Berberova (che raramente regala il lieto fine ai protagonisti dei suoi racconti) verso il complesso mondo delle relazioni umane e verso un’incomunicabilità di fondo fra uomini e donne, che se il destino comune di esuli dovrebbe avvicinare, di fatto proprio la lontananza dal mondo originario (quasi un mitico Eden dove certe storture non sarebbero state possibili) contribuisce ad allineare sulle sponde opposte di un fossato invalicabile.
E’ interessante notare – per il periodo in cui questi racconti vennero scritti, tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento – l’assoluta assenza di giudizio nel tratteggiare figure di donne spesso spregiudicate, cui l’Autrice sembra perdonare – forse più del fato che riserva loro – ogni scelta in virtù di due considerazioni: la lontananza dalla Russia che le ha generate, abbandonandole subito dopo e la giusta rivendicazione di un po’ di felicità, almeno a parziale risarcimento di vite tormentate e difficili.
Il tema dell’esilio, onnipresente fin dal primo romanzo (Gli ultimi e i primi), nel quale tuttavia si rintraccia una specie di coscienza politica forse condita dalla speranza di un ritorno o della ricostruzione di una patria perduta, si intreccia con quello di storie d’amore sfortunate in partenza (unica eccezione ne La felicità), per quei motivi sopra accennati. E’ come se la Berberova fosse convinta che le terre estranee (la Francia in primis) in cui lei e i suoi moltissimi connazionali sono stati gettati, lungi dall'avere in serbo qualcosa di buono per loro, possano anzi solo ipotecare per sempre la normalità, la quiete, la felicità.
Lo scrivere esclusivamente in russo (tratto comune di quasi tutti gli artisti emigrati), la presenza nei racconti unicamente di gente russa (i Francesi sono delle pallide comparse qua e là), i contatti anche artistici, le tradizioni, usi, parole e gesti portati con sé dalla Russia, danno forma a un’isola (oggi diremmo virtuale) totalmente estranea al vero contesto storico e sociale nel quale si svolgono gli eventi (inevitabilmente fotografato dai nomi delle strade, o dei luoghi e come dicevo, presente in parte solo nel primo romanzo). Esistono solo loro, gli esuli, invisibili al resto del mondo, con il quale sembra non abbiano alcun tipo di contatto (e quando esso avvenga, come ad esempio ne La sovrana, dove la madre del protagonista abbandona i figli per sposare un inglese, vi è l’immediata espulsione morale dalla “comunità”).
Il “paradiso perduto” della terra di origine resta pesantissima e tragica eredità soprattutto psicologica di un’intera generazione, che preferisce rifugiarsi in ciò che ne è rimasto nella memoria, incapace di perdonare a quella l’abbandono e a se stessa la fuga.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Nina Nikolaevna Berberova (Pietroburgo 1901-Philadelphia 1993), poetessa e scrittrice russa. Nel 1922, dopo il matrimonio con Vladislav Chodasevi? emigra in Germania e subito dopo in Francia, dove vive fino al 1950, per poi stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti – insegnerà per molti anni all’università di Yale che conserva oggi il maggior archivio dei suoi scritti post 1950 (quello antecendente si trova invece a Stanford). Muore nel 1993.
Nina Berberova, “Il lacchè e la puttana”, Adelphi, Milano 1991.
Tit. orig.: Lakej i devka
Traduzione di Donatella Sant’Elia
Approfondimenti in rete:
La bibliografia delle opere tradotte in italiano è ora disponibile per mia cura su Wikipedia, dove si trova una voce abbastanza completa relativa all’Autrice.
Berberova su Lankelot
Ilde Menis, agosto 2007
Commenti
Ilde!
Mi stai spingendo sempre più a cercare l'opera omnia:). Splendida serie, questa dedicata alla Berberova. E non finirà qui, vero?
"Ne Il corsivo è mio la Berberova narra senza vergogna di giornate intere trascorse nell?unico pensiero di cosa mangiare, dell?unica pentola e dell?unica posata a disposizione, della fortuna di un po? di pane e burro con il tè la sera, e spesso solo del tè, della malattia strisciante del suo uomo, lo scrittore Vladislav Chodasevi? che trascina a letto stanche giornate vuote per alzarsi qualche ora nel pomeriggio riempiendo di tristezza la giovane sposa."
> Questo è un documento che davvero vorrei leggere.
"Sola, senza un?occupazione che le permetta di vivere decorosamente, la giovane comincia a trascinare un?esistenza fatta di molta fame, molti risparmi e molta rabbia verso la sorte che non le concede neppure di venire mantenuta da qualcuno. Così allaccia relazioni pericolose e inconcludenti, sempre alla ricerca di un uomo che insieme all?amore le offra la sicurezza perduta tanti anni addietro nella rovina della sua casa."
> Ossia, sembra di poter immaginare, di un fantasma che le restituisca la Russia: terra, giovinezza, benessere e libertà.
"Il ?paradiso perduto? della terra di origine resta pesantissima e tragica eredità soprattutto psicologica di un?intera generazione, che preferisce rifugiarsi in ciò che ne è rimasto nella memoria, incapace di perdonare a quella l?abbandono e a se stessa la fuga."
> E a nostalgia s'accompagna anomia. In questo, gli esuli hanno tratti riconoscibili in ogni nazione, da qualsiasi nazione vengano. Status e condizioni non mutano eccessivamente, assieme alla consapevolezza d'inquietudine, di dis-integrazione, di estraneità.
Grazie Ilde. Schede davvero molto preziose.
sei sempre attentissimo! Grazie!
Sì, quando riuscirò a terminarlo cercherò di recensire "Il corsivo è mio", che non è un romanzo e neppure solo un diario, ma è una specie di guida della memoria dell'Autrice che ormai anziana ripercorre la propria vita, parlando di moltissimi artisti russi (cosa che mi ha fatto perdere mesi per recuperare le opere - Gorkij, Chodasevic, Briusov...: non tutti con lo stesso valore...)e della vita "pubblica". Nello stile memorialistico di Màrai di Terra Terra, per intenderci...
E sì, Franco, verissima la tua nota finale. Ancor più vera p'er questi figli di una madre che a differenza di altre - povere e incapaci di sfamare i figli - li ha traditi nel modo peggiore: costringendoli ad andarsene per rimanere se stessi.
Accidenti che libro! E che bel pezzo, Ilde! Chiaro e suggestivo, da cui fai trasparire molto bene le tematiche e il tipo di narrazione a cui andrà incontro il lettore. Ahimé, non conosco la Berberova, ma capisco da quel che scrivi che è una lettura importante, soprattutto per capire eventi e storie che a queste latitudini abbiamo sovente ignorato. Vedo che è edito da Adelphi, sempre ottima nel pescare autori interessanti o da restituire al pubblico dopo un'incomprensibile oblio. Non so se è il caso della Berberova, ma immagino di si.
Mi scuso dell'apostrofo su un incomprensibile (penultima riga), che evidentemente non c'andava. Ah, la fretta;)
Sì, Leon, un oblio vagamente cercato, visto che visse in Occidente per 70 anni e non scrisse una riga in francese (a Parigi visse vent'anni buoni) o in inglese (in America visse e insegnò altri quaranta).
A Feltrinelli va per onestà di precisione il merito della scoperta, poi l'hanno curata Adelphi ma anche Guanda e ultimamanete Passigli (che ha pubblicato le antologie di poesie).
Di buono c'è che le sue prose sono molto brevi (a parte il ponderoso "memoriale") e ci si può fare un'idea con libriccini di comodo trasporto :)
Grazie a te per la lettura!
"il fondamentale pessimismo della Berberova (che raramente regala il lieto fine ai protagonisti dei suoi racconti) verso il complesso mondo delle relazioni umane e verso un?incomunicabilità di fondo fra uomini e donne,"
> in effetti è di un pessimismo micidiale, il più terribile è il tema dell'incomunicabilità secondo me.
é decisamente interessante, pensa che Il giunco mormorante l'ho visto esposto a giugno nell'edicola- libreria della stazione di Mestre. Stavo andando a Padova, mi sa che avrei fatto bene a non lasciarmelo sfuggire e a leggermelo in treno.... accidenti, dovevo seguire l'istinto!
Ma sei sempre in tempo carissima! E questi libri li trovi comunque quasi tutti in biblioteca! Grazie del passaggio sempre attento.