CONFESSIONI DI UN COPYWRITER
L’incipit è di una semplicità e di una immediatezza brucianti: “Tutto è provvisorio: l’amore, l’arte, il pianeta Terra, voi io. La morte è talmente ineluttabile che coglie tutti di sorpresa. Come sapere se questo giorno è l’ultimo? Crediamo sempre di avere tempo. E poi, di colpo, puf, non ci siamo più, fine del tempo regolamentare. La morte è l’unico appuntamento non segnato sul vostro organizer.
Tutto si compra: l’amore, l’arte, il pianeta Terra, voi, io. Scrivo questo libro per farmi licenziare. Se mi dimettessi, non beccherei l’indennità. Mi tocca segare il confortevole ramo su cui sto appollaiato. La mia libertà si chiama sussidio di disoccupazione. Preferisco essere sbattuto fuori da un’impresa che dalla vita. PERCHÉ HO PAURA (…)” (p. 15)
Questo romanzo è stato un singolare caso letterario, nel 2001: perché è un j’accuse gridato dall’interno del sistema, col manifesto intento di contribuire a smascherarlo e a sgretolarlo. La patina di letterarietà, quando subentra – pensiamo in particolare alla prima metà dell’epilogo, che appare facile e sciatta, pensiamo a qualche frammento assolutamente didascalico e tanto inopportuno da apparire miracolosamente estraneo all’editing, pensiamo a qualche scivolone nel cliché tardo novecentesco dell’esibita e autoreferenziale coprolalia – attutisce e mitiga la rabbia iconoclasta che anima i frangenti più ispirati e intensi del romanzo. Beigbeder, a un tratto, sembra ricordarsi d’essere un critico letterario, e non solo un romanziere: e scrive con animo barocco, perde incisività per farsi caricaturale e parossistico; ma la percezione d’artificiosità è, col passare delle pagine, sgradevole. Solo questo il limite? Direi che – a conferma della simpatia manifestata dall’autore nei confronti di Houellebecq, sin dalle prime pagine del romanzo – si può registrare una nuova attestazione della metà oscura dei neo-nichilisti del nostro tempo; ossia l’inattesa epifania del sentimento, il cesellare sul “nulla” fino a scolpire le immagini di una donna, l’ansia di vivere un’emozione pura e non mediata, il rimpianto e il rimorso per l’avventata condotta passata; come un personaggio di Houellebecq, questo Octave beigbederiano scopa con immensa nostalgia dell’amore; e più s’affatica a normalizzare e radiografare il sesso, più sembra scrivere piangendo. È chiaro che il neo-nichilismo è denuncia di aporie e di deserta e degradante corrispondenza della realtà allo spirito dell’artista, non è autentica avidità di vuoto né negazione dei valori dell’esistenza: non ho mai percepito tanta nostalgia dell’amore – d’un amore quasi mistico – e di una nuova metafisica come nelle pagine di Houellebecq e di Beigbeder.
Cosa significa? Significa che l’intelligenza della nuova generazione sta per dare vita a un nuovo sistema di valori, sta per interiorizzare un nuovo ideale, sta per rivendicare universalità a un’Idea: altrimenti, come lo stesso autore del libro, in un frangente, sembra suggerire, l’assenza di senso alimenterà la pazzia d’ogni individuo. Non accadrà, ne siamo convinti: l’umanità è nihil-repellente.
Beigbeder ha definito, in una intervista, questo romanzo come “una riflessione sulla dominazione economica, su come il denaro è diventato un fine e non un mezzo, un cerchio senza fine che si autocompiace di se stesso. La pubblicità non è inoffensiva, veicola immagini pericolose, è razzista e non riflette la realtà multiculturale del mondo occidentale”.
E questo è, senza ombra di dubbio, l’aspetto più affascinante di questo libro: spurgato dalla mal velata patina sentimentale, orbato dal cerebrale e falso sperimentalismo (exempla: il libro è strutturato in sei capitoli, intitolati – indovinate perché – “Io”, “Tu”, etc.; intervallati da prose para-pubblicitarie, concluse da un memorabile spot del suicidio), è un libro dall’alto potenziale distruttivo (non dico: “rivoluzionario”). Senza pars costruens, è naturale: l’alter ego di Beigbeder non crede – apparentemente – in nulla. È un integrato che si rivela apocalittico: come l’innominato protagonista del Fight Club di Palahniuk, per intenderci. Con episodica esplosione di violenza – senza plagiare eccessivamente American Psycho di Ellis – e franca consapevolezza del proprio benessere economico, che pare determinare un’abulia morale e viene descritto come responsabile d’una sfrenatezza e d’una licenziosità un po’ grottesche. Valga quanto s’era scritto, in passato, a proposito di Less than Zero di Ellis: c’è un oscuro legame tra certi narratori degli ultimi venti anni, chiarissime sono le analogie estetiche e speculari le miserie etiche ed esistenziali dei loro personaggi. Le motivazioni – serve ancora ribadirlo? – non sono misteriose: morte delle ideologie, fragilità dell’etica, ostentato edonismo e mortificazione del culto della bellezza, spontanea avversione nei confronti della società dell’immagine, disgusto nei confronti dell’avidità, della grettezza e della volgarità della nazione padrona del mondo; negazione del sentimento, precipizio e rifugio nella “visceralità” dell’essere umano.
È un libro assolutamente contemporaneo per ambientazione, trasandatezza del linguaggio, manifesta tendenza del protagonista all’autodistruzione e compiaciuta conflittualità con “il sistema”. Come (richiamo ovviamente esplicitato nel libro: Beigbeder è, del resto, un astuto critico letterario) il Bardamu céliniano, Octave vaga in cerca d’un responsabile del male suo, e del suo tempo: il male è rappresentato dal potere economico, mediatico e politico delle multinazionali. Stop.
Octave sogna di annegare senza chiedere aiuto, in un mare popolato da nuotatori che annegano muti. Vuole liberarsi dal sistema, andare in pensione a trentatre anni: essere un liberatore (Prometeo, Cristo, Che Guevara) liberale (per così dire: preferiremmo: “borghese”) dell’umanità condizionata dalle pubblicità a soffrire per acquistare, a volere senza possedere mai quel che è giusto, opportuno e alla moda, e via dicendo.
Octave è uno di quei pubblicitari che “inquinano l’universo”, facendoci sognare quel che “non avremo mai”: è uno stimolatore di gelosia, dolore, soddisfazione, un profondo conoscitore delle debolezze della psiche umana che si diletta, per denaro (13mila euro al mese, più extra, poi 30mila), ad educarci al postmoderno “spendo dunque sono”. Perché “glamour è un paese dove non s’arriva mai”: Octave ci droga di novità, ci propina un prodotto dopo l’altro, mentre noi – ex individui, ex cittadini, ora, come qualcuno vorrebbe, “consumatori” – ci illudiamo del libero arbitrio: “credete di possedere il libero arbitrio, ma un giorno o l’altro riconoscerete il mio prodotto negli scaffali di un supermercato e lo acquisterete, così, tanto per assaggiarlo, credetemi, conosco il mio mestiere” (p. 19).
Octave è un narratore che dichiara di voler essere detestato, prima ancora che il lettore possa detestare l’epoca che l’ha generato: è disgustato dalla stupidità degli uomini di questo tempo – e da un sistema che, come insegnava Churchill, è il peggiore a eccezione di tutti gli altri (p. 21). Reputando la letteratura una delazione, e ogni scrittore una spia (p. 27), scrive questa “confessione” (in accezione agostiniana) prima di levarsi da torno.
Entriamo nel mondo della pubblicità: oggi si parla di claim, non più di slogan, e la lingua di quella gente è orrendamente americana: preparatevi a una sequenza di odiosi e barbari lemmi come “brand review”, “insight”, “script”, “concept”, “account”, “roughman”, “Key Visual”, “headline”, “tv producer”, e via dicendo; Beigbeder rivela il codice vuoto e idiota di questi antropoidi, e la tentazione del lettore è di buttare un cerino acceso su ognuna di queste parole, e di osservarne, godendo, la polverizzazione, tanto inquinano il libro.
Octave è impegnato in una campagna per uno yogurt; il committente, Duler, ha fede nella crescita economica e reputa il consumatore un sub-umano. Il copywriter (creativo?) soffre per il recente distacco dalla sua compagna: l’ha abbandonata perché non voleva diventare padre della creatura che lei attendeva. Questo avalla un consumo di cocaina quotidiano, qualche critica al sistema, un briciolo d’autocritica (mai eccessiva), tanta nostalgia e perfino qualche accesso di romanticismo. E intanto, mentre la sua Sophie rifiuta di recuperare il rapporto (è dunque l’amore ad aver risvegliato l’assassino dell’intelligenza: non la coscienza della terribile mediocrità del suo lavoro, che altrimenti avrebbe conservato), Octave cita Goebbels per spiegare cosa sia la pubblicità (“non verità, effetto”), si definisce un pubblicitario “pubblifobico”, ribadisce d’essere un rivoluzionario che, fedele alla lettera gramsciana, vuole dirottare l’aereo salendoci a bordo, e via dicendo.
Ricorda che gli stagisti sono i nuovi schiavi (p. 47: sacrosanto), spiega come e quanto siano sfruttati e ridicolizzati nelle aziende, ricorda che siamo sottoposti a circa quattromila messaggi commerciali al giorno (p. 51), che le multinazionali sono tanto ricche da poter cancellare il debito delle nazioni povere del mondo, e che il PIL d’una nazione europea come il Belgio o la Danimarca equivale al fatturato della Microsoft, o della General Motors. Predice un mondo in cui il nome dei popoli sarà quello delle aziende (ma ne aveva parlato Rifkin, ne “L’era dell’accesso”, se non ricordo male), ibrida il verbo della Klein di “No Logo” con quello, appunto, rifkiniano e conduce un attacco frontale.
Come si conduce un attacco frontale di questo tipo? Ricordando, ogni tanto, che in Francia ci sono 12mila suicidi l’anno (più di uno l’ora), che – mentre le mele passano da 60 a 3 varietà, i polli diventano adulti a furia d’antibiotici e d’ansiolitici in 42 giorni e non più in 90, la coca cola non contiene più coca ma altro (si veda a p. 63) – aumentano tumori, leucemie; e forse neppure l’HIV è estraneo, ab origine, dalle pessime abitudini alimentari e dalla scarsa qualità della vita (inquinamento, alimentazione).
Rivelando che esistono lavatrici indistruttibili che non vanno sul mercato, calze che non si smagliano che non vengono commercializzate, pneumatici antiforo che rimangono ai box, che il dentifricio è inutile per l’igiene orale, che la circolazione delle macchine elettriche è ostracizzata dalle lobbies del petrolio; e via dicendo (p. 65).
Intanto, perde diciassette chili in tre mesi, spende 400 euro di cocaina al giorno, ascolta musica di cantanti suicidi, si ritrova internato in un ospedale psichiatrico dove legge libri di scrittori suicidi, mentre si lascia disintossicare (paga l’azienda): piange il perduto amore, piange il suicidio del suo capo, piangerà altri suicidi e – indirettamente – si suiciderà, come vedrete.
Sognava un’ecologia della comunicazione nuova. Si domandava se essere uomo libero, o etico e prigioniero. Il problema del narratore è tutto qui: nell’equazione etica:prigionia, e libertà:anarchia. Intanto, conclude il suo libro orgogliosamente anti-sistema, dopo essersene nutrito e dopo essersi arricchito; racconta cose che avremmo potuto leggere nei saggi della seconda metà degli anni Novanta, condendole con pseudo-nichilismo e autentico post-romanticismo. È assai compiaciuto, e – se è lecito – eccezionalmente astuto.
Ma è vivace, e godibile. Non posso scrivere che sia “onesto”.
È un cannibale e un parassita al contempo; ma è un parassita intelligente, che ascolta buona musica e legge buona letteratura. E sa flagellarsi quando s’accorge d’essere noioso o d’essere falso.
Da leggere – preferibilmente, dopo “No Logo” e “L’era dell’accesso”: se doveva essere un libro di rivelazioni, è opportuno ricordare che come “rivelazioni” sono decisamente datate.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Frédéric Beigbeder, (Neuilly-sur-seine, 1965), romanziere e critico letterario francese. Ha esordito nel 1990 pubblicando “Mémoire d’un jeune homme dérangé”. Prima della pubblicazione di questo libro, lavorava per l’agenzia pubblicitaria “Young & Rubican”. È stato licenziato.
Frédéric Beigbeder “Lire 26.900”, Feltrinelli, Milano 2001.
Traduzione di Annamaria Ferrero.
Prima edizione: “99 Francs”, Grasset & Fasquelle, 2000.
Approfondimento in rete: Le-Snob (Sito non Ufficiale di S.B.) / uZine / Il Manifesto / Chez.com / Carmilla.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2004.
Commenti
"(è dunque l'amore ad aver
"(è dunque l'amore ad aver risvegliato l'assassino dell'intelligenza: non la coscienza della terribile mediocrità del suo lavoro, che altrimenti avrebbe conservato), Octave cita Goebbels per spiegare cosa sia la pubblicità (non verità, effetto), si definisce un pubblicitario 'pubblifobico', ribadisce d'essere un rivoluzionario che, fedele alla lettera gramsciana, vuole dirottare l'aereo salendoci a bordo, e via dicendo." *
ahaahahaha
I'm in a skip divided, malfunction
I flap around and dive bomb
Frantically around your lie
I've got your voice repeating endlessly
Could you guide me in
Could you smother me
I'd swoop around your head
But I never hit
I'm blinded by your daylight
Electric veins passed through me
I thought there was this big connection
I only got my name and I got this situation
I just need a number and location
But the appropriate papers, permissions
But then head into your french windows
I thought there was this big connection
They only got my name
They only got my situation
I just need my number and location
The wall keeps telling me
Hey Hey, Hey Hey
Hey Hey, The devil may
Hey Hey, Hey Hey, Hey Hey
You are a fool, you are a fool
For sticking round, for sticking 'round
Yeah, you are a fool, you are a fool
For sticking round, for sticking round
When you walk in a room everything disappears
When you walk in a room it's a terrible mess
When you walk in a room I start to melt
When you walk in a room I follow you 'round
Like a dog I'm a dog, I'm a dog, I'm a dog, I'm a lapdog
I'm your lapdog, yeah
I just got my number and location
I just need my number and location
*
THOM YORKE. Skip Divided.
A me questo tipo di libri mi ha sempre convinto poco...caso letterario, integrato che si mostra d'improvviso apocalittico.
No, non mi piace.
E poi, io non riesco proprio ad avercela con il mondo della pubblicità e dei copywriter.
Una sacrosanta verità: "gli stagisti sono i nuovi schiavi".
Quella è una sacrosanta verità.
Del mondo in cui vivo non parlo. Ho conosciuto belle persone e in ogni caso non ho ancora appurato le realtà di cui parla Beigbeder (che mi dicono divenuto catodico).
Sta di fatto che è stato schizofrenico rileggere quel che ho scritto a 26 anni, due anni e una valanga di avvenimenti professionali dopo. Ma ne parlo tra altri due anni:). Concentriamoci - se vi va - su Beig e sul suo libro.
finalmente letto.
breve chiosa sui contenuti: il mio annetto di aziendale (multinazionale americana in francia, guarda caso) conferma la diagnosi. quello che dice è vero fino all'eccesso; al punto da non essere affatto letterario (ora mi riaggancio a questo, qui sotto). tutto vero, verissimo, nudo e crudo (la P&G, il modo di parlare, persino noioso): un documentario.
il libro: non è un libro. La prima parte all'inizio ti trascina, ma dopo cinquanta pagine cominci ad annoiarti. Anche lui con ritardo se ne accorge e tenta un'analisi un pelo più introspettiva ma è confusa, non regge. letterariamente è un disastro. per ridestare attenzione comincia a usare sempre di più il maiuscolo, copia e incolla slogan, anzi "claim". Non lo tiene, il libro gli scappa. Non è mica scrittore. Fa fatica. si inventa il passaggio di punto di vista ma non è in grado di farlo bene, fa solo confusione. Dopo la palude riesce in qualche modo a riprendersi (i passi peggiori sono quelli della riunione, in cui non si riesce a capire se anche il lettore è fatto, e per questo non trae nessun senso). Sospetto abbia tagliato molte parti. Tra voi loro ed essi più qualche tu ogni tanto ci si sperde, e si continua solo per aspettare lo slogan efficace, che però non arriva. M'ha deluso questo: non ha trovato nei momenti cruciali (i suoi commenti sulla vita, p.es.) non è riuscito a trovare un claim che ti entri veramente in testa. Quelli belli sono recitati pari pari da campagne famose. Mi pare mostruoso (se è vero) che ci abbia impiegato tre anni. Uno normale lo scrive in un mese, male che vada.
Un po' si riprende sul finire: ci mette una specie di episodio di giallo, ma alla truffaut, cioè improprio. e un moralismo occidentale, per cui non siamo destinati alla pace ma un godibilissimo e tormentato inferno. che ci si diverte almeno.
Inoltre mi aspettavo che la sessualità si evolvesse da qualche parte, invece sfocia solo in stanchezza. Nessun approfondimento.
Perché lui non vale.
ribadisco (mille parole per essere d'accordo con Antonio): divertente, ma da non tenere presente (salvo quando mandate i curriculum alle aziende, ma per quello chiedete consigli al sottoscritto ;-))
Avevo letto già su Lankelot questa pagina intensa e piena zeppa di spunti e di richiami... Una cosa quindi è il romanzo, se ben comprendo e un'altra il contenuto..
Dici:
"Ma è vivace, e godibile. Non posso scrivere che sia ?onesto?.
È un cannibale e un parassita al contempo; ma è un parassita intelligente, che ascolta buona musica e legge buona letteratura. E sa flagellarsi quando s?accorge d?essere noioso o d?essere falso."
Molto significativo il commento di nevapob... come a dire che quattro occhi leggono meglio di due :))
Ho una curiosità su questa recensione:
"Octave sogna di annegare senza chiedere aiuto, in un mare popolato da nuotatori che annegano muti. Vuole liberarsi dal sistema, andare in pensione a trentatre anni: essere un liberatore (Prometeo, Cristo, Che Guevara) liberale (per così dire: preferiremmo: ?borghese?) dell?umanità condizionata dalle pubblicità a soffrire per acquistare, a volere senza possedere mai quel che è giusto, opportuno e alla moda, e via dicendo".
Prometeo, Cristo e Che Guevara sono inseriti in questo contesto dall'autore o dal recensore (Franco)? Immagino dall'autore, che però mi sembra faccia molta confusione: messo che siano dei liberatori conclamati come asserisce, definirli "liberali" mi sembra improprio.
In ogni caso l'esaustivo commento di Nevabop al testo mi fa esser certo che non lo leggerò mai. é assai lontano non solo dal mio gusto, ma anche da una qualsiasi mia curiosità (più sull'autore che sull'argomento).
:).
Non li avrei mai accostati di mia spontanea volontà;).
Cmq il concetto era: vuol essere un liberatore (come: tre esempi), un liberatore "liberale" - etc.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
you were talking so brave and so sweet,
giving me head on the unmade bed,
while the limousines wait in the street.
Those were the reasons and that was New York,
we were running for the money and the flesh.
And that was called love for the workers in song
probably still is for those of them left.
Ah but you got away, didn't you babe,
you just turned your back on the crowd,
you got away, I never once heard you say,
I need you, I don't need you,
I need you, I don't need you
and all of that jiving around.
I remember you well in the Chelsea Hotel
you were famous, your heart was a legend.
You told me again you preferred handsome men
but for me you would make an exception.
And clenching your fist for the ones like us
who are oppressed by the figures of beauty,
you fixed yourself, you said, "Well never mind,
we are ugly but we have the music."
And then you got away, didn't you babe...
I don't mean to suggest that I loved you the best,
I can't keep track of each fallen robin.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
that's all, I don't even think of you that often.
*
LEONARD COHEN. Chelsea Hotel #2.
[beigbeder] nominato
[beigbeder] nominato in ZANACCHI: "Il libro nero della pubblicità", nel 2011. Ne scrive Luca Menichetti, http://www.lankelot.eu/letteratura/zanacchi-adriano-il-libro-nero-della-...