Essere ancora essere allora. Krapp.
J'ai plus de souvenirs que si j'avais mille ans.
(C. Baudelaire, LXXVI. Spleen)
1. L'ultimo nastro di Krapp
Considerando l'intera produzione drammaturgica di Samuel Beckett, L'ultimo nastro di Krapp, atto unico scritto nel 1958, rappresenta una svolta decisiva. Il motivo sta nella scomparsa di quello che può considerarsi l'elemento costitutivo della forma teatrale, vale a dire il dialogo. Quel che ne rimane è infatti un semplice alternarsi tra la voce del protagonista, Krapp, al presente, con la voce registrata dal Krapp di trent'anni prima. Ma, come osserva Paolo Bertinetti, «del dialogo è eliminata anche l'apparenza. Di fatto Beckett da qui in poi costringe la forma drammatica dentro la forma del monologo».[1]
Ad una prima lettura, possiamo individuare nel rapporto tra Uomo e Tempo, la tematica centrale che percorre l'intera pièce. Beckett tramite delle precise didascalie di carattere scenico ci presenta Krapp come «un vecchio sfatto»[2], dalla «faccia bianca»[3], il «naso paonazzo»[4] e i «capelli grigi in disordine»[5]. Egli è seduto ad un tavolo sul quale è posto un registratore e le scatole contenenti le bobine che ha inciso nel corso degli anni. Perchè Krapp è anche un artista, uno scrittore dalle caratteristiche del tutto particolari, dal momento che non affida alla pagina le sue riflessioni e i suoi ricordi, bensì le consegna al nastro magnetico di un registratore. Come osserva ancora Paolo Bertinetti, «questo personaggio non ha più bisogno di ricercare il tempo perduto. Tutto è stato registrato e catalogato. Il nastro che ascoltiamo è in realtà pieno di ricordi, ma sono ricordi, per così dire, “a caldo”, non ricostruiti nella memoria»[6]. Krapp, dunque, non fa ricorso alla memoria per ricostruire gli episodi del passato. Esso è ormai qualcosa di cristallizzato, bloccato anche fisicamente dall'incisione della voce sul nastro. Lo sguardo retrospettivo di Krapp è qualcosa di estremamente passivo, essendo basato su un'azione, quella dell'ascolto, che è caratterizzata dalla stasi. Il momento (e il movimento) creativo, la rêverie propria del ricordare, è qualcosa che già appartiene al passato, qualcosa di già consegnato al mondo fenomenico delle cose date.
2. Scatola tre, bobina cinque: il grano e la pula
Possiamo dire che Krapp è letteralmente sommerso dai ricordi. Questi infatti, occupano non solo lo spazio che gli compete, vale a dire la memoria, ma un vero e proprio spazio fisico, dal momento che ogni ricordo di Krapp è anche una bobina. E a sorreggere il peso di una memoria ormai logora, c'è anche un registro sul quale Krapp ha nel corso degli anni catalogato il contenuto di ogni bobina. Il dramma concentra la sua azione nell'ascolto di una determinata bobina, la numero cinque contenuta nella scatola tre, registrata tanti anni prima. L'annotazione con la quale è commentata sul registro è la seguente: “la mamma finalmente in pace. La palla nera. La balia bruna. Memorabile equinozio. Addio all'amore”. Le prime parole che ascoltiamo nella riproduzione della bobina ci forniscono un'indicazione temporale: «Trentanove anni, oggi»[7]. Il nastro si colloca cronologicamente, rispetto al Krapp del presente che vediamo in scena, trent'anni prima. È un Krapp che sta celebrando «l'orrenda ricorrenza»[8], vale a dire il compleanno, quell'usanza propria dell'uomo di rapportarsi con il proprio passato e in particolare con l'atto della propria nascita, festeggiandola. E l'attributo utilizzato da Krapp, “orrenda”, è indicativo della sua condizione spirituale. Un'operazione che svolge Krapp «come sempre in questi ultimi anni»[9], è quella di «separare il grano dalla pula»[10]. In quest'operazione è a mio avviso rintracciabile l'intero significato della pièce, soprattutto se la si legge in maniera simbolica. È lo stesso Krapp a spiegare il significato di quest'operazione, soffermandosi in particolare sulla valenza semantica del “grano”:
«NASTRO: Il grano, vediamo che intendo dire... (esita)... probabilmente intendo dire quelle cose che vale la pena di avere quando tutta la polvere si sia... quando tutta la mia polvere si sia depositata. Chiudo gli occhi e cerco di immaginarmele.»[11].
Per avvalorare la mia tesi di interpretazione simbolica di tale operazione - la separazione del grano dalla pula - è indicativo a mio avviso il fatto che da questo momento in poi, con la chiusura degli occhi, Krapp inizia il suo viaggio a ritroso, nella memoria, alla ricerca del suo tempo perduto. Vale a dire quegli istanti cristallizzati dal ricordo «che val la pena di avere quando tutta la polvere si sia... quando tutta la mia polvere si sia depositata»[12]. Quest'operazione rimemorativa è una vera e propria trebbiatura: separare il grano dalla pula significa separare dalla propria esistenza (l'utilizzo dell'aggettivo possessivo “mia” indica la valenza tutta individuale dell'azione) ciò che (una volta) è stato “vita” dalla “non-vita” ( che pure è qualcosa di diverso – di peggio? - della morte) che caratterizza il presente. Significa, in definitiva, discernere gli istanti in cui «la felicità era forse ancora possibile»[13]. Perché la felicità è sempre un qualcosa di puramente ed unicamente potenziale, che trova la sua migliore espressione o negli ipotetici “se” e “forse” oppure nella terza persona del verbo “potere” coniugato al condizionale: “potrebbe”. Ma la felicità come condizione di sospensione e tensione tra passato (“ero”) e futuro (“sarò) provoca un continuo desiderio di indeterminazione. Indeterminazione che è massima nel momento che precede la scelta, qualsiasi scelta. Ed è per questo motivo che il nucleo più rilevante della pièce è costituito dal ricordo della ragazza sulla barca e alla sua rinuncia. L'addio all'amore è una scelta: quella del rifiuto a determinarsi.
3. I record therefore I am
Krapp è come un'anima vagante nel Purgatorio dantesco, un'anima capace di coniugarsi soltanto al passato, con un “io fui”, piuttosto che con un “io sarò”. Per Krapp sembra valere il postulato “ricordo dunque sono”; postulato che in inglese potremmo tradurre “I record therefore I am”, vista la grande valenza semantica che il verbo “to record” ha nella lingua inglese e di cui riporto soltanto alcuni dei significati che esso può assumere: “registrare”, “ricordare”, “protocollare”, “verbalizzare”, “documentare”, “testimoniare”, “incidere”. Possiamo affermare che se per il filosofo spagnolo Ortega y Gasset la vita non è un factum, un participio passato, ma un faciendum, un gerundio, per Krapp vale l'inverso. La vita è un factum, qualcosa che già si è dato. Facendo ricorso ad uno dei personaggi simbolo dell'esistenzialismo ateo, mi riferisco all'Antoine Roquentin protagonista del romanzo di Jean Paul Sartre, La Nausea, possiamo dire che all'aut-aut da lui proposto, «bisogna scegliere: o vivere o raccontare»[14], Krapp sceglie la seconda opzione. E nello scegliere il “raccontare”, rinuncia alla vita, e più espressamente, all'amore, come recita la nota sul registro della bobina numero cinque contenuta nella scatola numero tre.
Gabriele Frasca nel suo saggio Cascando. Tre studi su Samuel Beckett[15], osserva come «l’amputazione o, per meglio dire, la progressione in virtù delle quali i personaggi di Beckett si sono liberati dell’amore»
[16] sia causato dall’identificazione dell’amore con ciò che strappa da sé. «Ciò che induce a questa drastica amputazione dell’amore»
[17], prosegue Frasca, è per questi personaggi «rivitalizzabile solo come rappresentazione del passato»
[18]. E di quest’operazione, Krapp ne è il personaggio simbolo. È utile leggere “l’addio all’amore” di Krapp richiamando all’attenzione un’altra opera di Beckett, questa volta di carattere narrativo: mi riferisco al racconto del 1946
Primo Amore. Anche qui c’è una rinuncia all’amore, e più specificamente, all’istinto sessuale. Ma è interessante leggere le parole che il protagonista esprime quando «comprende quali siano i guasti che tale ebbrezza rischia di arrecare alla sua appagante solitudine»
[19]:
«In queste condizioni, non si è più se stessi, ed è penoso non essere più se stesso, ancor più penoso che esserlo, checché se ne dica. Perché quando non lo si è si sa quel che c’è da fare per esserlo di meno, mentre quando non lo si è più si è uno qualsiasi, non c’è verso di sfumarsi. Quel che si chiama amore è l’esilio, con una cartolina da casa di tanto in tanto, ecco il mio punto di vista quella sera».[20]
Come chiosa mirabilmente Frasca, «l’amore, dunque, costringe ad assumere un ruolo, deciso, relazionale, dal quale non è più dato sfumarsi: ecco perché è exil mentre l’indolente concentrazione in se stessi non è autoesaltazione ma rappresenta piuttosto il metodo più rapido e facile per affievolirsi. Anche la pratica letteraria, dunque, con tutto ciò che ha di espulsorio, è un immergersi nel proprio sé […]. Questa dunque l’opposizione: affievolirsi o divenire vividi nella superficie; questo, infine, il senso stesso di quella rinuncia all’amore – di quel “farewell to love”, come dirà Krapp – sostenuta in nome di una propulsione che spinge verso l’interno e della quale è effetto, e metafora, proprio la pratica letteraria, lo scrivere»[21].
La rinuncia all’amore registrata da Krapp non è quindi semplicemente la fine causale di una relazione. Egli dà “l’addio all’amore” per accingersi a scrivere il suo opus magnum. Una rinuncia, dunque, dal carattere profondamente ascetico. Anche per lui valgono le parole del protagonista di Primo Amore («in queste condizioni non si è più se stessi»). L’amore coincide con l’andar fuori di sé. Prezzo troppo alto da pagare, per un personaggio così tendente all’ indeterminazione e al ripiegamento su se stessi come Krapp. Scrive Frasca: «in questa scelta suprema dell’autopercezione, il Krapp trentanovenne ha rinunciato alla gioia rasserenante di essere da altri percepito e, dunque, al senso stesso dell’amore; non è allora un caso che la sua memoria si soffermi essenzialmente sugli occhi di lei che lo hanno tante volte percepito, contenuto e […] fatto entrare»[22]:
«NASTRO: Le ho chiesto di guardarmi e dopo pochi istanti… (pausa)… dopo pochi istanti lo ha fatto, ma gli occhi erano due fessure per via del sole. Mi sono curvato su di lei per farle ombra e allora si sono aperti. (Pausa. A voce più bassa) M’hanno fatto entrare».[23]
4. Essere ancora essere allora
Krapp è incapace di porre uno iato tra sé e sé, tra temporalità (“fui”) e progettualità (“sarò ancora”); e nel fare questo, finisce col non coincidere mai con se stesso. Krapp è manifestazione di un’incapacità di sapersi articolare in un nunc, dal momento che il suo ultimo predicato verbale si traduce in un to record che non esprime in questo caso il significato di “registrazione”, dunque di un’incisione di uno stato d’animo, di una condizione spirituale, di un vivere hic et nunc, piuttosto assume l’altra valenza semantica espresso dal verbo inglese to record: ricorda. Krapp sceglie di ricordare. L’ultimo nastro di Krapp non è l’ultimo nastro registrato, quello del Krapp sessantanovenne che giudica il se stesso di trent’anni prima, «un povero cretino»[24]. Egli ne interrompe bruscamente la registrazione dicendo:
«KRAPP: Ah, finisci la tua bottiglia e vattene a letto. Ricomincia con queste idiozie domattina. O fermati qui. (Pausa). Fermati qui. (Pausa). Restatene al buio appoggiato ai guanciali… e viaggia. Cerca di essere ancora nel vallone, una vigilia di Natale, a raccogliere l’agrifoglio dalle rosse bacche. (Pausa). Cerca di essere ancora sulla collinetta domenica mattina, nella nebbia, con la cagna, fermati e ascolta le campane. (Pausa). E così di seguito. (Pausa). Cerca di essere, cerca di essere. (Pausa). Tutta quell’antica sofferenza. (Pausa). Una volta sola non t’è bastata. Sdraiati su di lei.».[25]
L’ultimo tentativo di Krapp di dire-qualcosa si manifesta come negazione dell’atto stesso del dire: «niente da dire, neanche una sillaba»[26], esclama Krapp. Ed è a questo che punto che sceglie il passato: l’ultima sua azione coincide con quella dell’ascolto. Krapp diviene ascoltatore del suo stesso racconto, ascoltatore del suo nastro. In definitiva, spettatore del suo dramma, cui prende parte nella modalità propria del teatro, vale a dire quella dell’osservatore partecipe e non partecipante. La sua progettualità, il suo articolarsi in futuro, termina con un «essere ancora»[27] che è un essere-nuovamente, un essere-ciò-che-è-stato, un rivivere ciò che è già trascorso. Essere ancora essere allora.
«NASTRO: … uvaspina, ha detto. Ho ripetuto che secondo me non avevamo speranza, che era inutile continuare, e lei ha detto di sì, senza aprire gli occhi. (Pausa). Le ho chiesto di guardarmi e dopo un momento… (Pausa)… dopo un momento lo ha fatto, ma gli occhi erano due fessure per via del sole. Mi sono curvato su di lei per farle ombra e allora si sono aperti. (Pausa. A voce più bassa) M’hanno fatto entrare. (Pausa). Andavamo alla deriva in mezzo alle canne e ci siamo arenati. Come si piegavano, sospirando, davanti alla prua! (Pausa). Mi sono disteso su di lei, la faccia sul suo petto, la mano su di lei. Stavamo là, sdraiati, senza muovere. Ma sotto di noi tutto si muoveva, e ci muoveva, dolcemente, su e giù, da un lato all’altro. (Pausa. Krapp muove le labbra ma non esce alcun suono). Dopo mezzanotte. Mai sentito tanto silenzio. La terra potrebbe essere disabitata. (Pausa). Qui termino questo nastro. Scatola… (Pausa)… tre, bobina… (Pausa)… cinque. Forse i miei anni migliori sono finiti. Quando la felicità era forse ancora possibile. Ma non li rivorrei indietro. Non col fuoco che sento in me ora. No, non li rivorrei indietro.»[28].
Il momento dell’ascolto dell’ “addio all’amore” coincide al termine della pièce con l’addio alla vita. L’ultimo ascolto al nastro rappresenta un ultimo tentativo di – uso un’espressione tipicamente beckettiana – “fallire meglio”. Poiché la morte è prossima per Krapp, fallire nel migliore dei modi possibili significa qui provare a determinarsi prima di rendersi una volta per tutte indeterminati. Determinarsi in virtù della memoria: “I record therefore I am”.
Mi piacerebbe concludere con le parole di un racconto della fase conclusiva dell’attività di Beckett – quando la morte era prossima anche per l’autore -, Compagnia[29], cui Gabriele Frasca non ha mancato di rilevare alcune consonanze con
L’ultimo nastro di Krapp. Parole che potrebbero fare da contrappunto al vuoto girare della bobina con cui si conclude l’addio di Krapp:
«Ma col viso una buona volta rialzato ti affaticherai invano sulla tua favola. Fino a che alla fin fine tu non senta come stiano cominciando a finire le parole. Con ciascuna inane parola un po’ più prossima alla fine. E la stessa favola pure. La favola di qualcuno con te nel buio. La favola di qualcuno che affabula di qualcuno con te nel buio. E quanto meglio a conti fatti la fatica persa e il silenzio. E tu come sei sempre stato.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Samuel Barclay Beckett (Dublino, 13 aprile 1906 – Parigi, 22 dicembre 1989) è stato uno scrittore,drammaturgo e poeta irlandese.
Considerato uno degli scrittori più influenti del XX secolo, il suo nome è accostato tanto al modernismo letterario, in quanto discepolo, assistente e amico di James Joyce, quanto al postmodernismo, come fonte di ispirazione per molti scrittori a lui successivi. Beckett è senza dubbio la più significativa personalità legata a quello che Martin Esslin chiamò "Teatro dell'assurdo" di cui fu (insieme a Eugène Ionesco, Jean Tardieu e Arthur Adamov) maestro e fondatore. Nel 1969 Beckett venne insignito del Premio Nobel per la letteratura "per la sua scrittura, che - nelle nuove forme per il romanzo ed il dramma - nell'abbandono dell'uomo moderno acquista la sua altezza". Morì a Parigi per problemi respiratori.
Samuel Beckett, “L’ultimo nastro di Krapp”, in id. “Teatro”, Einaudi, Torino, 2002. Traduzione di Carlo Fruttero. Prefazione di Paolo Bertinetti.
Prima edizione: “Krapp’s last tape”, Evergreen review, III, 1958.
Prima rappresentazione: Londra, Royal Court Theatre, 28 ottobre 1958
Approfondimento in rete: Samuelbeckett.it / Krapp’s last tape (in inglese).
In Lankelot: Samuel Beckett, Film, a cura di epicentro.
Giovanni di Benedetto, maggio 2010.
Relazione scritta per il corso in Letterature comparate dell’Università Federico II di Napoli dedicato alle scene di addio nella letteratura occidentale.
[1] P. Bertinetti,
L'idea di teatro del secondo Novecento, cit. in,
Samuel Beckett. Teatro, Einaudi, 2002, p. XVII.
[2] S. Beckett,
L’ultimo nastro di Krapp, in id.,
Teatro, cit., p. 197.
[6] P. Bertinetti, cit., p. XVII.
[7] S. Beckett, cit., p. 200.
[14] J.P. Sartre, La Nausea, Mondadori, 1965, p. 60.
[15] G. Frasca, Cascando. Tre studi su Samuel Beckett, Liguori, 1988.
[20] S. Beckett, Primo amore, cit. in G. Frasca, cit., p. 94.
[21] G. Frasca, cit., p. 94-95.
[23] S. Beckett,
L’ultimo nastro di Krapp, cit., p. 204.
[29] S. Beckett, Compagnia, in id., In nessun modo ancora, Einaudi, 2008.
Commenti
[Beckett]Spero di farmi
[Beckett]Spero di farmi perdonare la lunga assenza, con questo lungo (spero non sia un problema!) contributo redatto per una relazione che ho tenuto per un corso universitario in Letterature comparate dedicato alle scene di addio nella letteratura occidentale.
:)
[krapp] una delle letture più
[krapp] una delle letture più amate negli anni universitari:). Grazie per questa condivisione, GdB.
[Krapp] Sono felice di
[Krapp] Sono felice di sapere questa passione comune per questo testo teatrale di Beckett. Quali sono le caratteristiche che più te lo hanno reso caro durante i tuoi anni universitari, Gianfranco? Anche a distanza di qualche anno, ti è rimasto tale? Io credo che sia uno di quei testi che, visto l'argomento trattato, bisogna leggere ciclicamente nella vita, per provare ogni volta il modo in cui lo si percepisce cambiandodi età e avvicinandosi a mano a mano a quella di Krapp. Io ora ho 23 anni. Ho letto per la prima volta il testo a 20, ma solo quest'anno sono riuscito a vederlo in scena. Ma nonostante la mia giovane età, è un testo che sento vicino come pochi altri. Non ti nascondo Gianfranco, che quando l'ho visto a teatro ho avuto un groppo alla gola per tutta la durata della rappresentazione e gli occhi ripetutamente sul punto di sciogliersi in lacrime. Sentimentalismo post-adolescenziale il mio, forse. Però, boh. Krapp mi devasta... Anzi, è proprio Beckett a devastarmi...
[krapp] buona domanda.
[krapp] buona domanda. Memoria, solitudine, identità: tre nuclei fondamentali, raccontati e indagati con la solita personalità e tanta ispirazione. Minimalismo e frattura dell'io, progressiva ricostruzione di ciò che si è stati e riconoscimento di ciò che si è - si vorrebbe essere. E poi mi tornano in mente i fogliacci fotocopiati, che non so perché rendevano tutto molto più credibile, era come se fossero stati loro naturalmente il libro di testo, erano più veri.
Una decina d'anni fa, forse di più, ero partito da questo libro per fare un cortocircuito coi "relitti fonico visivi" della Dissipatio Humani Generis di Morselli. Infine, nella mia "Inadempienza" dovrebbero essere nascosti 2 o 3 omaggi a Beckett - uno punta qui.
[Krapp] Grazie della risposta
[Krapp] Grazie della risposta Gianfranco. :)
p.s. tra l'altro, a proposito di Beckett, trovo scandaloso e degno di vergogna che in Italia sia attualmente fuori catalogo da un bel po' di anni la trilogia Molloy-Malone muore-L'innominabile. Avranno mica terminato la carta da macello li all'Einaudi? Bah.
[krapp] grazie a te per
[krapp] grazie a te per averne scritto:). Quanto alla Trilogia, una decina d'anni fa io avevo trovato la mia copia nell'allora Euroclub - a qualcosa serviva:)