C’è un poeta romano, del quale non faccio il nome… e neppure il cognome, che quando presenta le sue opere o quelle degli altri, per catturare la simpatia dei presenti dice sempre che essendo ebreo, omosessuale e comunista, gli rimane soltanto di essere ‘nero’.
La prima volta che lo senti ti strappa un sorriso, la seconda rimani impassibile, la terza volta gli tireresti dietro un ferro da stiro.
Il caso ha voluto che in piena ‘isteria’ da Olocausto (ho il timore che la giornata dedicata alla memoria della Shoah diventerà come la festa delle donne: un’occasione mancata) abbia scovato questo libro di memorie il cui sottotitolo invitava alla lettura e alla riflessione.
Gad Beck stimola ponderazioni contrastanti. Da un lato apprezzi la sua straordinaria ironia (efficace l’episodio in cui i nazisti cominciano, ancor prima della Notte dei cristalli, a perseguitare gli ebrei anche con atti vandalici: Hanno smerdato dappertutto. Ma una cosa non capisco: di cosa si sono rimpinzati quelli delle SA, per ricagare tutto a quel modo?), la sua nettezza nel tratteggiare la sua esistenza da eterno fuggitivo (la vita da clandestino suona per un verso come una serie di aneddoti, e per l’altro come un immenso guazzabuglio di attività e problemi da risolvere in contemporanea. E in effetti così era. Le giornate erano zeppe di impegni come l’agenda di un manager), la sua voce freschissima nel risolvere tout-court questioni annose su cui ci si è sempre interrogati (chi non s’è mai chiesto come mai gli ebrei si fossero lasciati trascinare a centinaia di migliaia senza reagire? Beck risponde senza tentennamenti quando racconta della gente che reclamava i propri cari: “Ridateci i nostri figli! Ridateci i nostri mariti, le nostre mogli!” Fino ad allora molti di loro erano stati cittadini assolutamente apolitici. Anche questa fu resistenza tedesca, non solo gli ufficiali del 20 luglio!).
Quel che non convince e a tratti indispone è la sequela di luoghi comuni sulla sua condizione di omosessuale. Se commuove quando ricorda un suo amato che invece di seguirlo, torna dalla famiglia già arrestata sapendo che non sarebbe sopravvissuto (Non ho più rivisto Manfred. E non ho mai superato la sua perdita. Anche anni più tardi, questo nome – persino nella versione ebraica: Meir – mi elettrizzava; andavo letteralmente a caccia di uomini che si chiamavano Manfred, perché avevo perso il mio, il mio Manfred. Era forse una forma immatura di elaborazione del lutto, ma non mi restava altro, a parte la rimozione e la distrazione); se lo si apprezza quando, parlando della sua famiglia che aveva capito che frequentava uomini, formula un concetto di accettazione della diversità direi universale (Quello che mi stimolava lo trovavo nel mio contesto più prossimo, non avevo bisogno di sentirmi un emarginato per via della mia omosessualità. Noi tutti eravamo legati da una forte solidarietà; venivamo oppressi e non avevamo nessuna necessità di discriminare altri), sbraca letteralmente quando, riferendo episodi della sua infanzia e giovinezza, inanella una serie di trite consuetudini che farebbero gioco nella più penosa e sconsolante letteratura gaya: come l’inevitabile violenza subita dallo zio che gli faceva toccare continuamente il pacco e oltre… o dell’incredibile facilità con cui ‘agganciava’ omosessuali in ogni posto come se invece di trovarsi nella Berlino nazista si fosse trovato in prossimità di un gay-village qualsiasi. Fino alla ciliegina finale di un’ingenua, e per certi versi esilarante, deriva eterosessista: Da subito mi resi conto che Zwi in realtà aveva bisogno di una donna, nonostante tutta la sua passione. Anche lui cercava in me il lato femminile, il mio coso non lo interessava particolarmente. Secondo me è essenziale – solo quando uno cerca l’uccello dell’altro è finocchio. E così, sin dall’inizio, seppi che Zwi era di sicuro eterosessuale. La cosa non mi disturbava minimamente, rendeva la nostra passione ancora più speciale.
Da sbellicarsi dal ridere: ricorda la barzelletta di quel tizio che chiede ad un altro che vuole metterglielo nel culo dicendo: però il frocio rimani tu!
Comunque dettagli: Dietro il vetro sottile rimane lettura intelligente che svela l’arte di arrangiarsi e di sconfiggere la mostruosità di un regime inimmaginabile: Centri di formazione sionisti nella Germania del 1940, preparazione all’emigrazione? Di fronte all’imminente genocidio ebraico può sembrare assurdo, ma nell’evoluzione storica aveva una sua logica.
Portentoso e pieno di speranza chi trovava una logica in quei tempi illogici.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gad Beck (Berlino, 1923), scrittore tedesco. Ha vissuto in Palestina tra 1947 e 1979; infine è tornato in Germania.
Gad Beck, “Dietro il vetro sottile. Memorie di un ebreo omosessuale nella Berlino nazista”, Einaudi, Torino 2010.
Approfondimento in rete: Gad Beck / Federico Novaro / Pink Triangle / WIKI en
Alfredo Ronci, marzo 2010. Prima pubblicazione: Paradiso degli Orchi.
Commenti
[GAD BECK] Nuovo articolo di
[GAD BECK] Nuovo articolo di Alfredo! Ora inserisco il format
[alfredo] spezzo una lancia a
[alfredo] spezzo una lancia a favore del mio amico Antonio - mi riferisco all'incipit del tuo articolo. Quella battuta è la sua maschera, fa parte della sua essenza e della sua (facile) riconoscibilità. Non ci vedo niente di male. Antonio è una delle persone più buone e generose che conosca. Ognuno di noi ha le sue fisse, dai.
Era una battuta per dire che
Era una battuta per dire che le stesse cose, in forma diversa, le ho trovate sul libro di Beck. Io non conosco a fondo Veneziani, ma si capisce che è un uomo buono. Poi lo sai, se non pigio sul tasto dell'insofferenza, non sono io.
[al] ricevuto:). Sì, adesso
[al] ricevuto:). Sì, adesso ho capito:)