Per la serie quando un piatto di stracciatella fumante racconta di più di un documentario dell’Istituto Luce. Quello che a prima vista potrebbe sembrare l’ennesimo libro di cucina è invece una vera e propria opera storica e di costume. Un modo ironico e intelligente per rivivere il passato dell’Italia dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Da quando, cioè, eravamo poveri ma belli a quando ci dimenavamo...
Per la serie quando un piatto di stracciatella fumante racconta di più di un documentario dell’Istituto Luce.
Quello che a prima vista potrebbe sembrare l’ennesimo libro di cucina è invece una vera e propria opera storica e di costume. Un modo ironico e intelligente per rivivere il passato dell’Italia dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Da quando, cioè, eravamo poveri ma belli a quando ci dimenavamo in preda alla febbre del sabato sera. Da quando ostentavamo stomaci dilatati come segno della prosperità raggiunta, a quando la magrezza ha iniziato ad affermarsi come unico canone di bellezza. Da quando preparavamo pranzi a base di aspic pretenzioso e viscidino, fino ad oggi, quando, realizzato improvvisamente che l’Italia produce vino sin dall’Età del ferro, siamo diventati tutti un po’ sommelier.
Ripercorrendo le proprie vicende personali e familiari, Stefania Aphel Barzini – scrittrice, autrice televisiva, organizzatrice di eventi e soprattutto appassionata di cucina – con un libro che curiosamente mescola insieme l’autobiografia, il saggio, il libro di ricette e l’album delle figurine, racconta cinquant’anni di storia dell’italiano medio. Di colui il quale le conseguenze dell’avvicendarsi dei governi, degli umori, degli amori e delle mode (che da noi hanno sempre trovato un terreno straordinariamente fertile) se le è ritrovate puntualmente nel piatto e nel bicchiere.
Il libro si apre con una Introduzione che avverte sulla natura ibrida (e vincente) dell’opera per poi scorrere, liscio come l’olio e invitante come l’aroma glorioso del soffritto all’italiana, attraverso le vicissitudini e gli spostamenti dell’autrice e dei propri familiari, che, per stessa ammissione della Barzini, grazie ad una considerevole agiatezza hanno potuto incarnare pienamente e sempre col sorriso sulle labbra l’anima dei tempi che cambiavano.
“Così siamo stati una tranquilla famiglia borghese negli anni ’50, poi un’euforica famiglia ‘yè yé’ durante il Boom, una ‘fricchettonissima’ famiglia alternativa negli agiati anni ’70, una scoppiatissima famiglia negli inutili ’80, per poi ricompattarci e ritrovarci più uniti di prima in quel decennio di riflusso che sono stati gli anni ’90” (p. 7).
Poveri ma belli, Il sorpasso, La grande abbuffata, La febbre del sabato sera, Ritorno al futuro. Questi i titoli dei capitoli che scandiscono il volume, ognuno dei quali è concluso da un’appendice che ne approfondisce, di volta in volta, gli ingredienti, il piatto, gli elettrodomestici, gli oggetti in cucina e le ricette.
Quella appena descritta è indubbiamente la parte più tecnica, più “scientifica” dell’opera. È lì che viene analizzato l’impatto sociale dell’ingresso dell’ormai onnipresente pentola wok tra le padelle della padrona di casa; lì che si disquisisce intorno al tetrapak (“la stupenda confezione di latte realizzata a forma di tetraedo su un triangolo isoscele, ad imitazione di un seno, più o meno materno”, p. 164), lì che si ammette che quella della rucola, negli anni ’80, è stata una vera e propria ossessione (“E fu rughetta dappertutto: nelle insalate, nella pasta, coi risotti e con la carne, con scaloppine e tagliate ai ferri. Alla rughetta era semplicemente impossibile sfuggire”, p. 198).
A dare al volume una nota in più di colore provvede, poi, l’apparato iconografico: una scelta di pubblicità, fotogrammi cinematografici e scatti d’autore a tema alimentar-popolare, che non possono non far esclamare tra il commosso e lo sfottò: “Guarda come eravamo!”.
Si contano quasi tutte le massime celebrità del settore degli ultimi cinque decenni: le cassiere stressate degli ipermercati, il bianco mulino del Mulino bianco, la Lagostina che presenta l’avvento della pentola a pressione, la Susanna dell’omonimo formaggino accanto alla Mucca Carolina e l’immancabile Coca Cola, quando ancora non aveva preso a circolare la leggenda (leggenda?) del pezzo di rame corroso dal potere diabolico delle segretissime 7 X.
Così mangiavamo è libro originale, ben scritto e ottimamente illustrato. Il suo segreto, l’elemento che lo rende immediatamente simpatico, credo vada ricercato nell’autoironia e nel senso pratico di chi l’ha scritto.
Pur occupandosi di enogastronomia e avendo fatto della propria passione un’arte e un mestiere, la Barzini non perde mai di vista che si sta parlando di bere e di mangiare. Non di sfizi, ma di necessità, di bisogni primari. E dunque si osanna sì al vino d’annata, ma ci si ricorda anche che “verso l’ora di pranzo, un solo grido unifica un’intera nazione, quello che, tra l’una e le due, mariti e figli di tutta Italia rivolgono alla donna di casa: ‘Butta la pasta che arrivo!’” (p. 45).
Insomma, un libro che, pur comunicando una competenza decennale acquisita sul campo, non mostra neanche per un attimo quella seriosità da rubrica enogastronomica di telegiornale dove, inquadrando calici sapientemente oscillati, si pretende di evocare retrogusti di cuoio o profumi di dune del deserto al tramonto.
Così mangiavamo è un libro onesto. Un libro che non si vergogna di ricordare che prima che un paese di raffinati e schizzinosi ricercatori di qualità, siamo stati una moltitudine variopinta di mangiatori di quantità. Un libro che, senza fare del moralismo da quattro soldi, rispolvera il concetto che “morti di fame” non è stato solo e sempre un insulto, ma un’amara constatazione.
Pertanto, anche se i tempi sono cambiati, se le biologiche granaglie nostrane hanno dichiarato guerra al panino imbottito d’oltreoceano; se il risotto oro e zafferano di Gualtiero Marchesi ha ceduto i fornelli ai vissaniani spaghetti col sugo di fragole e anche se la panna si è ritirata dalle cucine come l’acqua dai lidi durante la bassa marea “una verità inconfutabile, inattaccabile, assodata e comprovata, séguita pervicacemente a resistere, quantomeno per qualche anno ancora: per vivere bisogna necessariamente mangiare” (p. 233).
EDIZIONE ESAMINATA
Stefania Aphel Barzini, Così mangiavamo. Cinquant’anni di storia italiana fra tavola e costume, Gambero Rosso, Roma 2006, pp. 253.
BIOGRAFIA AUTRICE
Stefania Aphel Barzini è nata a Roma nel 1952. Si occupa da anni di cucina e di enogastronomia. Ha vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove ha tenuto corsi di cucina regionale italiana per americani e dove ha organizzato, per l‘Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles, eventi a tema enogastronomico. È uno degli autori di Rai-Sat Gambero Rosso Channel e collabora per diverse riviste di settore. Ha all’attivo due libri, pubblicati con la Guido Tommasi Editore: Una casalinga ad Hollywood e A tavola con gli dei. Ricette e memorie delle isole Eolie. Attualmente vive tra Roma e Alicudi.
Paola Biribanti, Giugno 2007
Commenti
Prosit!
"Quello che a prima vista potrebbe sembrare l?ennesimo libro di cucina è invece una vera e propria opera storica e di costume. Un modo ironico e intelligente per rivivere il passato dell?Italia dal secondo dopoguerra ai giorni nostri."
> che chicca:).
"È lì che viene analizzato l?impatto sociale dell?ingresso dell?ormai onnipresente pentola wok tra le padelle della padrona di casa; lì che si disquisisce intorno al tetrapak (?la stupenda confezione di latte realizzata a forma di tetraedo su un triangolo isoscele, ad imitazione di un seno, più o meno materno?, p. 164), lì che si ammette che quella della rucola, negli anni ?80, è stata una vera e propria ossessione (?E fu rughetta dappertutto: nelle insalate, nella pasta, coi risotti e con la carne, con scaloppine e tagliate ai ferri. Alla rughetta era semplicemente impossibile sfuggire?, p. 198)."
> Ammetto che tutto ciò mi era sfuggito:)
"se il risotto oro e zafferano di Gualtiero Marchesi ha ceduto i fornelli ai vissaniani spaghetti col sugo di fragole e anche se la panna si è ritirata dalle cucine come l?acqua dai lidi durante la bassa marea ?una verità inconfutabile, inattaccabile, assodata e comprovata, séguita pervicacemente a resistere, quantomeno per qualche anno ancora: per vivere bisogna necessariamente mangiare? (p. 233)."
> questo libro farà la gioia di una persona che conosco, corro a segnalarglielo:). Gran pezzo!
"Quello che a prima vista potrebbe sembrare l?ennesimo libro di cucina è invece una vera e propria opera storica e di costume. Un modo ironico e intelligente per rivivere il passato dell?Italia dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Da quando, cioè, eravamo poveri ma belli a quando ci dimenavamo in preda alla febbre del sabato sera."
?verso l?ora di pranzo, un solo grido unifica un?intera nazione, quello che, tra l?una e le due, mariti e figli di tutta Italia rivolgono alla donna di casa: ?Butta la pasta che arrivo!?? > vero verissimo, te lo dice una che deve metter su la pentola tutti i giorni, qui la prima cosa che chiedono è : Cosa si mangia?, anzi uno in genere indovina già dall'odore.
"Così mangiavamo è un libro onesto. Un libro che non si vergogna di ricordare che prima che un paese di raffinati e schizzinosi ricercatori di qualità, siamo stati una moltitudine variopinta di mangiatori di quantità."
> vero anche questo. Gustosissima recensione (direi che il termine ci sta giusto), aggiungerei che, secondo me, la cucina italiana è una delle migliori in assoluto e che quindi non abbiamo assolutamente nulla da copiare dagli americani, che hanno cercato di colonizzarci anche con i loro orridi hamburger.
Il bello del libro è che non è pensato solo per chi cucina, ma anche per chi mangia. Cioè per tutti. Col valore aggiunto che è scritto benissimo.
"quella della rucola, negli anni ?80, è stata una vera e propria ossessione (?E fu rughetta dappertutto: nelle insalate, nella pasta, coi risotti e con la carne, con scaloppine e tagliate ai ferri. Alla rughetta era semplicemente impossibile sfuggire?, p. 198)."
Sembra che il fenomeno rucola sia già stato storicizzato: è appena uscito l'ultimo libro di Enrico Vaime che si intitola "Quando la rucola non c'era"!