L’unica cosa che merita di questo libro sono le copertine di Toccafondo. Il resto è il solito nulla baricchiano. Ma nulla compiaciuto, s’intende. E compiacente. Perché il vero problema di Baricco, che ne fa per me uno scrittore scorretto (e immorale. O meglio: insincero), si compendia nel suo voler immensamente piacere. E non sto parlando della ritrita e dibattuta questione dello “scrivo per me o...
L’unica cosa che merita di questo libro sono le copertine di Toccafondo. Il resto è il solito nulla baricchiano. Ma nulla compiaciuto, s’intende. E compiacente.
Perché il vero problema di Baricco, che ne fa per me uno scrittore scorretto (e immorale. O meglio: insincero), si compendia nel suo voler immensamente piacere. E non sto parlando della ritrita e dibattuta questione dello “scrivo per me o scrivo per gli altri?” perché credo fermamente che, senza fruizione, la letteratura si perda una buona fetta del suo dover essere.
La sostanziale immoralità della scrittura di Baricco è la strizzatina d’occhio ad un certo tipo di lettore che fa grondare dalle sue pagine retorica zuccherosa. Sarà che è stato solo alla terza lettura di Oceano mare che me ne sono finalmente disincantata, e a distanza di anni, ed è per questo che ne parlo come un’innamorata delusa? (Avete presente, solo per dirne una, Bartleboom con le sue lettere? Ancora mi intenerisco, maledizione a lui. Ma la scena della zattera, no, mi rimane insopportabile con quel suo espressionismo di maniera. Per dirla alla Baricco: una boiata pazzesca).
Ma passiamo dunque a Questa storia.
Qui, nientepopodimeno, si vuole dare ordine al mondo (chi si ricorda la puntata di Pickwick su Proust e Dos Passos alzi la mano). Ed infatti si avverte qua e là un certo amore per la geometria: «C’era quel movimento di danza, nei suoi occhi, e solo quello: curva e contro curva, come il distillato di una sapienza geometrica che dopo aver sbagliato mille volte, lì aveva trovato la sua perfezione»; «Ma la geometrica precisione con cui quell’esperimento li ricondusse in un’altra guerra – falene contro la luce – spiega agli occhi dei posteri quel che loro forse sapevano, ma non volevano ammettere…»; «Perché erano animali addestrati a un tipo di guerra molto particolare, in cui l’avere il nemico di fronte era l’unica geometria conosciuta»; «E in quel preciso momento percepì nitidamente la sospensione di qualsiasi geometria leggibile – così mi disse, anni dopo – e l’avvento di un caos che ancora non sapeva se sentire tragico o elettrizzante»; «Di fronte alle sequenze dell’accadere non mostrava alcun interesse a leggervi una distinzione tra bene e male, o tra giusto e ingiusto, poiché l’unica sua cura sembrava essere il decifrarvi l’eterna oscillazione tra ordine e caos, così come era iscritta nell’inesausto formarsi e disgregarsi di figure geometriche»; «E ne ebbe incurabile nostalgia, perché era l’ultima memoria che aveva di una figura geometrica in cui pareva conservata, senza imperfezioni, la forma della vita». E mi fermo qui, ma potrei continuare.
Il tono del romanzo è poi terribilmente sentenzioso, dato che è infarcito di quelle che sembrano le citazioni del Reader’s Digest (o dei Baci Perugina, fate un po’ voi): «Giacchè il talento vero è possedere le risposte quando ancora non esistono le domande»; «Curioso come la gente sia già se stessa ancor prima di diventarlo»; «Morire e dare nomi – non si fa altro di sincero, probabilmente, per tutto il tempo che si campa»; «…intuì che ogni movimento tende all’immobilità, e che bello è solo l’andare che conduce a se stesso»; ecc. ecc. (com’è quella puntata dei Simpsons, con gli extraterrestri? Lisa che dice: guardate, sono commossi. E loro che rispondono: non stiamo piangendo, stiamo vomitando dagli occhi).
La trama, infine, è la solita storia di gente un po’ stramba che tanto piace a Baricco: dal ragazzino a cui tutti riconoscono la grazia di possedere un’ombra d’oro (più banalmente: è nato con la camicia. Detto così non suona però altrettanto bene) e che costruirà una strada che sarà il racconto di tutta una vita, al fratellastro ovviamente demente, alla principessa russa scappata dalla rivoluzione bolscevica e che sogna di “corrompere” chi incontra… E sullo sfondo la solita storia d’amore fatta di parole non dette, e capite molti anni più tardi.
Non nego che qualche dialogo sia bello e ben costruito: ma è proprio qui, il punto. Certo: siamo di fronte a un tentativo dichiarato di riordinare il caos che ci circonda, ed è anche vero che ogni libro, ogni pensiero sono pur sempre una continua costruzione. Ma quello che manca a Baricco è la capacità di farsi un po’ da parte, di fare in modo che non si avverta il lavoro che innegabilmente si nasconde – dovrebbe nascondersi – dietro ad ogni frase. Per questo la sua scrittura, anche quando è godibile, manca di leggerezza: non è la sua faccia, in fin dei conti, quella che deve sbucare tra le righe.
Mi verrebbe, insomma, quasi voglia di dirgli: libera le tue storie, Baricco, disancora quello che scrivi dal macigno della tua individualità.
emma, settembre 2006.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Alessandro Baricco(Torino, 1958), romanziere, critico e saggista italiano. Laureato in Filosofia con una tesi su Adorno e la Scuola di Francoforte, diplomato in pianoforte al Conservatorio. Ha scritto cinque romanzi (
Castelli di rabbia, Oceano mare, Seta, City, Senza sangue), due testi teatrali (
Novecento, Davila Roa) e due libri di saggistica (
Il genio in fuga, L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin). Ha raccolto alcuni suoi articoli in
Barnum, Barnum 2 e
Next. Recenti i successi a teatro di
Totem e
City Reading Project.
Ha creato a Torino la scuola di scrittura “Holden”, dedicata alle tecniche narrative. Omero, Iliade, il suo ultimo lavoro pubblicato.
Commenti
Cerco di aggiustarla.
Malgrado le tue spiegazioni, non capisco dove stiano la scorrettezza e l'immoralità. Forse sono concetti sproporzionati. Non basterebbe dire: mediocrità e ruffianeria?
Lungi da me difendere Baricco, che ormai ritengo anch'io un ex-scrittore (con discrete prospettive di saggista). Mi piacerebbe solo capire meglio quello che intendevi.
possibile che si debba essere così crudeli? Non concordo, posso capire, ma non appoggiare.
Certe stroncature sono autentiche dichiarazioni d'amore. Sì, dagli dell'immorale, dell'infame, denuncia il degrado della sua scrittura. Questa è letteratura per la letteratura, in senso lato.
La crudeltà è - in casi come questi - un superbo privilegio.
"libera le tue storie, Baricco, disancora quello che scrivi dal macigno della tua individualità". > eh.
forse hai ragione, drago: forse la sproporzione deriva dal fatto che tra le righe ho parlato, più che di baricco, di me e dello sguardo duro con cui mi guardo ragazzina adorante, qualche anno fa. Però mi ha stancato quella sua ricerca ossessiva della frase ad effetto, della scena ad effetto, di personaggi sempre e comunque strampalati. O questo suo avvolgere (e travolgere) cose semplici, la vita vera (l'amore, l'amicizia, la solitudine, la ricerca di senso - esperienza di tutti, no?) con una retorica che alla fine diventa straniante. Con parole così poco sobrie.
Ma una critica come la tua, Emma, da troppa importanza a Baricco. Più che una stroncatura sembra ci si sotto un amore inconscio che è diventato odio (l'altra faccia dell'amore). Io che non ho mai amato Baricco, se avessi voluto colpire uno scrittore cosi fastidiosamente narcisista, avrei usato un tono di quasi indifferenza. Quello che uso di solito quando vengo interpellato su di lui.
bè, mi avete beccata. Ho letto tutti i suoi libri, ho registrato Pickwick e L'amore è un dardo (mio fratello ha poi cancellato tutte le puntate sovrascrivendole con Ken Okuto, e mi sa che ha fatto bene), ho ancora le audiocassette di quando leggeva su radiotre Furore di Steinbeck, ho visto due volte a teatro Novecento e l'ho pure registrato dalla radio (se becco quel mio compagno di università cui l'ho prestato e poi è sparito, lo uccido, Mi ha pure fregato le poesie di Michelstaedter, il maledetto). Per fortuna, le persone cambiano. E' la scrittura di Baricco che è rimasta la stessa, forse.
(no, da "seta" in avanti è illeggibile, qualche frammento di "city" a parte. Io mi sono fermato per sempre quando ha riscritto l'Iliade eliminando gli dei. Ciao Baricco, grazie. Adesso, you skip the light fandango.)
Non c'è niente di male o strano in tutto questo, Emma. Sai quanti autori che ho amato a vent'anni adesso (che ne ho 33) li vedo come il fumo negli occhi. Come giustamente dici, si cambia. Cambiamo noi, la loro scrittura sovente rimane la stessa.
sì, vero, l'iliade era utile per appicciare il fuoco. Capisco persino che a volte la sua "ricerca", sia forzata. Disturba. Ma un piccolo scrigno di prodigi lo ha pur sempre dato.
"senza fruizione, la letteratura si perda una buona fetta del suo dover essere."
A margine di Baricco, questa frase mi fa pensare a quegli autori che in vita non hanno avuto fruizione (penso a Morselli) e, appena morti, sono stati scoperti come casi letterari. Hanno continuato a scrivere. Che cosa li ha fatti andare avanti, quale spinta, se non trovavano pubblico?
mi permetto di non aggiungere niente: non ho letto "questa storia" ma non credo importi. Baricco è un musicista, prestato alla scrittura. le forme e il suono schiacciano, asservono ogni cosa. e in più è ruffiano. lo metterei in ordine sotto battisti, che schiacciava l'occhio ma ogni tanto.
Oceano mare mi ha sorpreso in positivo. Non conosco la storia di Baricco, la sua parabola discendente e tutto ciò che va oltre quelle pagine. Una scrittura sensibile, evocativa e con creatività (ma non so quanto originale), di uno stile personale e, quindi, legato all'empatia del lettore. Però uno Scrittore, e visto quel che c'è in giro, mi è sembrato prezioso. Se di delusione per un tradimento delle origini, s'intendono le critiche comuni su questo autore, che leggo continuaminente ovunque, posso capire. Però quel libro è letteratura contemporanea, per una volta con un valore che mi è parso lampante.