Baricco Alessandro

Novecento

Autore: 
Baricco Alessandro

Novecento è un monologo, poche pagine semplici e dirette. È il primo testo teatrale di Alessandro Baricco, dal quale è stato tratto "La leggenda del pianista sull'oceano", adattamento cinematografico di Giuseppe Tornatore, con un bravo Tim Roth nei panni del protagonista.
Lo stesso autore ci precisa, nella prima pagina, di aver scritto questo testo per un attore, Eugenio Allegri, ed un regista, Gabriele Vacis, che lo hanno utilizzato come spunto per uno spettacolo. Poche righe più sotto, precisando quanto detto in precedenza e incuriosendo il lettore, lo definisce come “un testo in bilico tra una vera messa in scena ed un racconto da leggere ad alta voce”, tornando ai riferimenti qualitativi descrivendola, infine, come “una bella storia, che valeva la pena di raccontare. E mi piace pensare che qualcuno la leggerà”.

Accontentando le speranze dell’autore, ci inoltriamo tra le pagine di questo breve monologo musical-navale di Alessandro Baricco,  pieni di attese e previsioni su questo piccolo libro.
Restiamo subito stupiti dall’intenso incipit, abile nel catapultare il lettore subito nel vivo della scena: Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America.

La nave, il grande piroscafo Virginian, tra partenze ed arrivi, fa la spola tra vecchio e nuovo continente, negli anni tra le due guerre. Tanti passeggeri, tante speranze, tante illusioni. Tanta povertà negli occhi degli emigranti, su quella nave, ma anche esponenti aristocratici, viaggiatori, esploratori e gente comune, tutti su un grosso transatlantico che attraversa l’oceano, sul quale si trascorrono intere giornate a scrutare l’orizzonte, e intense serate ad ascoltare la celestiale musica di Danny Boodmann T. D. Lemon Novecento, il pianista nato su quella nave, il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano.
Chi ce lo racconta è un’istanza narrante impersonale, forse uno dei passeggeri della nave, mentre la focalizzazione del racconto, durante il suo svolgersi, muta acquisendo molteplici punti di vista, dal presentatore della jazz band nella quale suona Novecento, al trombettista, allo stesso Novecento, illustrandoci la vicenda di questo strano e inusuale pianista, capace di suonare “roba mai sentita prima”.
È nato su quella nave, Novecento, trovato in una scatola di cartone da un marinaio, Danny Boodmann, all’arrivo al porto americano, quando erano ormai tutti scesi dal piroscafo. È stato abbandonato sul pianoforte, chiamato Lemon poiché “Limoni” era la scritta stampata su quel contenitore che gli ha permesso di sopravvivere. Il suo destino era segnato dalle note, quindi, già dai suoi primi istanti di vita.
Cresce sulle onde, senza vedere la terra se non per poche ore al mese, non scende mai dal piroscafo e coltiva una naturale e spontanea passione per il pianoforte.
Passano gli anni, si moltiplicano le traversate dell’Atlantico, il padre adottivo muore a causa di un’imprevista carrucolata nella schiena. Cresce ancora, e la sua musica con lui: note su note, un fluire magico e profondo, come l’Oceano sul quale si esibisce, imponente, come la nave all’interno della quale suona, e dalla quale non scende da quando è nato.
Come? Mai sceso? Sì, Novecento non ha mai messo piede sulla terraferma, non ha mai visto una strada, una casa, una piazza da vicino. Non conosce niente, se non la nave sulla quale è nato. Non ha mai visitato una città, ma, sentendolo parlare, si direbbe un viaggiatore esperto. Parla di Parigi, come se ci avesse vissuto, ne rammenta gli odori, ne ricorda le vie, le atmosfere.
Potrebbe sembrare pazzo, ma non lo è: lui quei posti li ha visti davvero, con la fantasia, negli occhi dei passeggeri provenienti da tutto il mondo, che hanno affollato il Virginian nel corso degli anni. I luoghi, i monumenti, le strade, la vita nelle città, Novecento li respira ogni volta che ascolta chi gli rivolge la parola, per ricordare la città che ha lasciato e prefigurarsi quella nella quale si costruirà una nuova vita. E legge, legge con passione, catalogando nella propria mente tutte le informazioni utili per conoscere il mondo, pur restando fermo su una nave.

Un bel giorno arriva un tale, un famoso pianista, Jelly Roll Morton,  tutto vestito di bianco, un virtuoso dello strumento, che ha letto la faccenda del pianista marinaio e vuole sfidarlo, ridicolizzarlo, fargli capire che soltanto lui è Il Pianista. Il povero Novecento sembra non capire, ascoltando la sua musica celestiale applaude, si meraviglia commuovendosi per le note suonate da quelle mani, fino a quando l’ammirazione non si trasforma in ostilità verso chi lo ha offeso senza apparente motivo, secondo lui. Musica velocissima, le quattro mani che sembrano suonare gli ottantotto tasti in realtà sono soltanto due, e la sigaretta accesa grazie alle corde del piano bollenti è il migliore biglietto per far scendere Jelly Roll al primo porto possibile, come il più perdente dei perdenti.
Poi, un bel giorno, come quei quadri che si staccano all’improvviso dal muro, senza un motivo apparente, così Novecento decide di voler scendere, per poter vedere il mare da un’altra prospettiva, dalla terraferma. Troverà il coraggio?

Un breve monologo che si legge in una serata, in maniera leggera, che alla fine, pur iniziando nel migliore dei modi, non coinvolge, sfugge via, lascia poche emozioni sparse qua e là, piccoli spunti illuminanti sparpagliati tra le pagine.
La storia è originale, non c’è dubbio, raccontata con garbo e con le parole giuste per suscitare nel lettore una sorta di complicità/compassione nei confronti del povero Novecento, musicista geniale, unico al mondo, rinchiuso nella gabbia composta dalle lamiere della nave sulla quale è nato e cresciuto, il re delle sette note sul Virginian, ma incapace di compiere un passo sulla terraferma.
Ma, oltre questa vivace confezione, il sorprendente incipit ricordato all’inizio, qualche descrizione elegante e degna di lode, lo stile non ci appassiona più di tanto, gli intermezzi poetici lasciano, tutto sommato, indifferenti e il finale, sospeso tra il surreale e il catastrofico, lascia con qualcosa in più dell’amaro in bocca. La continua ricerca della frase ad effetto, l’uso eccessivo di puntini sospensivi ed esclamazioni, nel tentativo di coinvolgere e appassionare il lettore, non riescono a fare altro che irritare e, pur essendo un testo teatrale brevissimo, annoiano presto.
Sessanta pagine senza infamia e senza lode, quindi, queste di Alessandro Baricco, che lasciano, tutto sommato, freddi e distaccati, e procedono lente verso un epilogo sospeso a metà tra il comico e il surreale.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alessandro Baricco (Torino, 1958), scrittore e critico musicale italiano.

Alessandro Baricco, Novecento – Un monologo, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2003.

Baricco in Lankelot:


Approfondimento in rete: Rcslibri / Sito non ufficiale

Antonio Benforte, 8 gennaio 2005
Recensione originariamente pubblicata su Ciao e Lankecom

ISBN/EAN: 
9788807813023

Commenti

SCRIVI: "Novecento è un monologo, poche pagine semplici e dirette"
e
SCRIVEVA ?un testo in bilico tra una vera messa in scena ed un racconto da leggere ad alta voce?, tornando ai riferimenti qualitativi descrivendola, infine, come ?una bella storia, che valeva la pena di raccontare. E mi piace pensare che qualcuno la leggerà?.

Mi piacerebbe, da lettore dico, che si potesse ripartire da qui, con Baricco. Da questo libretto che ricordo girare in più di una copia a casa mia, parecchi anni fa (la prima edizione è 199?), perché mio padre era entrato totalmente in fissa e non faceva che regalarlo ad amici e amiche. Baricco era soltanto un giovane autore di talento che stava avendo fortuna con un libretto incredibile. Allora - era per me il 1997, 1998 - ripartii alla ricerca di Oceanomare, Castelli di Rabbia, dei Barnum, contento perché un autore contemporaneo vivente mi stava stupendo e mi stava insegnando qualcosa. Qualcosa che ho cercato più avanti e altrove nella sua produzione, invano. Stop assoluto dopo Omero, Iliade. Io voglio fermare il tempo qui.

"La continua ricerca della frase ad effetto, l?uso eccessivo di puntini sospensivi ed esclamazioni, nel tentativo di coinvolgere e appassionare il lettore, non riescono a fare altro che irritare e, pur essendo un testo teatrale brevissimo, annoiano presto.
Sessanta pagine senza infamia e senza lode, quindi, queste di Alessandro Baricco, che lasciano, tutto sommato, freddi e distaccati, e procedono lente verso un epilogo sospeso a metà tra il comico e il surreale".

Scrivi in clausola - ecco, per me non era stata così; la ricerca dell'effetto non l'avevo trovata artificiosa ma appunto vincolata alla natura "parlata" del testo; surreale ne avevo trovato, comico no di certo. Ripeto - probabilmente tutte queste mie ottime percezioni sono legate a una serie di emozioni vive in un determinato lasso di tempo, non ho letto "novecento" per così dire "postumo a Baricco" seconda versione.

A me piacque molto questo piccolo libretto. Non l'ho mai visto portato in scena, mentre ho visto il film. Forse il difetto è nelle qualità che l'autore stesso enuncia all'inizio. Un testo in bilico fra una vera messa in scena, ed un racconto da leggere ad alta voce. In questo suo cercare di essere e l'una e l'altra cosa. Di adattare tecniche narrative per un testo teatrale, trasformando il teatro in lettura ad alta voce...cosa che non è. Un'operazione difficile, questa. Da un punto di vista della scrittura. La scrittura teatrale è diversa da quella romanzesca, e così quella per sceneggiature cinematografiche etc. Baricco qui cerca l'ibrido, e a mio parere gli riesce molto bene. Lo lessi con grande piacere. Forse oggi lo leggerei in modo diverso, non so. è un monologo, ma non un monologo "davvero" teatrale. credo. grazie perché mi hai fatto ricordare alcune cose. grazie.

Ho visto il film, senza conoscere il testo di Baricco e mi è piaciuto così tanto che non ho voluto leggere Novecento. Temevo e temo ancora che senza musica perda la magia che Morricone ha saputo dare alla pellicola. Ma magari mi sbaglio...

Per Gianfranco: ho riletto il finale del monologo, non so dovevo avevo visto il comico. Mah. Mi sa che correggo. :)

a me è piaciuto molto. forse l'ho letto nel posto giusto al momento giusto (una notte in nave verso stromboli)la musica non mi è, assolutamente mancata, angela, ed avevo il sottofondo sonoro più adatto, evidentemente. le onde, il vento, i motori...(il film l'ho visto dopo). poi, devo dire che l'accordo tra chiodo e quadro l'ho trovato assai comico e, anche il finale se vogliamo... è tragico, sì. ma, lo è talmente che fa sorridere.

"non coinvolge, sfugge via, lascia poche emozioni sparse qua e là, piccoli spunti illuminanti sparpagliati tra le pagine"

"pagine senza infamia e senza lode, quindi, queste di Alessandro Baricco, che lasciano, tutto sommato, freddi e distaccati, e procedono lente verso un epilogo sospeso a metà tra il comico e il surreale"

***
Ecco credo che tu abbia in maniera molto più dolce sintetizzato il mio pensiero su Baricco scrittore, abile e colto parolaio, stilisticamente ridondante, lessicalmente dotato, semplicemente incapace a nararre e quindi tutto fuorché un romanziere. Baol dixit :-)

L'ho letto finalmente, non ho visto la rappresentazione teatrale.
"Un breve monologo che si legge in una serata, in maniera leggera, che alla fine, pur iniziando nel migliore dei modi, non coinvolge, sfugge via, lascia poche emozioni sparse qua e là, piccoli spunti illuminanti sparpagliati tra le pagine".
Concordo pienamente con questa tua affermazione, non mi ha lasciato granché questo testo.
Ho trovato un po' grottesca la scena in cui il narratore e il pianista volteggiano col pianoforte per la sala da ballo in piena tempesta, fino a causare una notevole quantità di danni agli arredi e a suscitare le ire dal comandante che li spedisce in sala macchine.
Mi piace l'idea che tramite la fantasia Novecento riesca a immaginare il mondo che non ha mai visto, così come mi piaccciono le osservazioni finali sul suo "incantare" le emozioni, anche se questo lo porta a non vivere davvero per paura.
Il finale mi sembra tragico e non comico e lo stesso pianista è una figura leggermente inquietante per la sua incapacità di affrontare la terraferma, che è una forma di paura della vita secondo me.
Il testo è scorrevole decisamente, ma non mi ha coinvolto, forse sentirlo recitare in teatro è diverso.