Baricco Alessandro

Senza Sangue

Autore: 
Baricco Alessandro

La presenza insolita di una macchina là dove nessuno ne aveva più da chissà quale tempo, e una fattoria "scolpita in nero contro la luce della sera". E Manuel Roca, cui era bastato un solo sguardo per capire che gli uomini a bordo su quella vecchia Mercedes stavano cercando proprio lui, uno sguardo per sapere che erano venuti fin lì per stanarlo, anche quando, giunta la vecchia macchina presso il bivio del torrente, avevano finto di allontanarsi verso Alvarez.

Aveva fatto un cenno a suo figlio, Manuel Roca, facendolo uscire dalla stanza con un fucile e aveva appoggiato una mano sulla testa della bambina, gesto semplice, rassicurante.
L'aveva condotta fino alla botola, coperta da ceste di frutta, e nascosta là dentro.

Nina si era appena rannicchiata su un fianco quando sentì il primo sparo, poi il rumore di vetri in frantumi, e quella voce che, all'esterno, gridava "ROCA! VIENI FUORI".
Si era, allora, piegata di più a conchiglia, Nina, sentendosi "guscio e animale"; mentre fuori El Gurre continuava a sparare e Salinas si chiedeva quanto tempo avrebbe impiegato Tito ad entrare nella fattoria di Mato Rujo.

Tempo. Secondi per pensare, in fretta.
L'idea di fuggire, nella testa di Roca.
L'idea dell'ordine in quella di Nina, l'esattezza dell'essere guscio e animale, perfetta e immobile, per salvarsi.

Tempo.
"Molla quel fucile, Roca".
Tito.

Poco più che un ragazzo, molto meno che un uomo, quello che, fisso dietro le spalle di Roca, gli stava puntando contro una pistola. Tempo. Poco tempo.
Era a terra, Roca, ferito ad un braccio, quando El Gurre e Salinas erano entrati, sfondando la porta.

Nina, al buio, aveva preso a cantare, senza voce: "Conta le nuvole, il tempo verrà".

Aveva sentito un uomo chiamare suo padre "Dottore" e gridargli dei quattro anni di una guerra nella quale aveva sparato due volte, una nel buio contro nessuno e l'altra "a bruciapelo, a mio fratello" perché in un letto d'ospedale, l'ultimo giorno di guerra, l'aveva trovato ridotto in un modo tale che voleva soltanto morire e gliel'aveva detto "con uno sforzo sovrumano, una voce che sembrava venire dall'inferno", quel "Ti prego, uccidimi" e null'altro, nessuna espressione, e lui l'aveva fatto, gridando, gli aveva sparato.

Salinas, il Ratto, aveva obbedito.
"Voglio dirti una cosa. Sparerò un'altra volta ancora, l'ultima".
E aveva sparato al ginocchio di Roca; voleva la sua sofferenza, adesso, e dopo, solo dopo, la sua vita.

Ma era arrivato il bambino. Il figlio di Roca, e anche lui aveva sparato. Quel fucile quasi più grande di lui. Un colpo. Nel vuoto.
Fatale.

"El Gurre rispose d'istinto".

La raffica del mitragliatore aveva sollevato il bambino, crocifiggendolo col piombo, "come un uccello colpito in volo", aveva pensato Tito.

Salinas si era buttato a terra, tremando‚ davanti a Roca, mentre quello urlava un lungo urlo sporco, da morto.
Non era riuscito ad ucciderlo. Non esisteva più una terza volta. La guerra era finita, del resto.
Tremava, a terra, Salinas; aveva biascicato un ordine a El Gurre e quello sì che aveva sparato.
Nina aveva sentito il silenzio, dopo.
E Salinas, che neanche si reggeva in piedi, da solo, l’aveva pensato subito: "se c'era in giro il bambino magari c'è anche lei".
E si erano divisi, per cercarla. L'aveva trovata Tito, riconoscendo la botola.

"Era un animale nella sua tana".

Nina l'aveva guardato, per un attimo, poi aveva girato la testa. Con ordine, esattezza.
Tempo. El Gurre era ancora nell'altra stanza e Tito aveva deciso. Aveva richiuso la botola e sistemate di nuovo le ceste.
Ma una volta fuori, El Gurre era tornato indietro, dentro la fattoria di Mato Rujo.
Tempo. Una manciata di minuti e, quando ne era riuscito, una nube di fiamme e fuoco avevano preso il suo posto.
E le urla di Tito che venivano tranciate, sfrangiate, nel vento; mentre lo trascinavano via.

Tempo. Anni. Seduti in un caffè, un uomo e una donna, l'uno di fronte all'altra, avevano iniziato a parlare, finché lui con semplicità aveva detto a quella sconosciuta che, poco prima, in strada, gli aveva chiesto di seguirla: "Molti anni fa, lei ha visto tre uomini uccidere suo padre, a sangue freddo. Io sono l'unico di quei tre, ancora vivo.[...] Lei è venuta fin qui per cercare me".

E lei, di rimando, dopo un banale, scontato silenzio, aveva detto solo: "Quando ero bambina il mio nome era Nina. [...] Adesso ho tanti nomi. E' diverso".

Inizia, così, a metà narrazione una storia ricamata a doppio filo, imperfetta, mancante, a tratti ambigua perché "per quanto uno si sforzi di vivere una sola vita, gli altri ce ne vedranno dentro altre mille [...]" e, seduti a quel tavolino di un bar, un uomo e una donna, non più giovani, stavano semplicemente cercando di completare due vite.

Un uomo che era poco più che un ragazzo, quando aveva richiuso una botola dentro cui era stata nascosta la bambina che aveva lasciato il posto a quella donna che, ora, aveva davanti.

L'incastro, a volte, viene meno e si parla, allora, di un conte incaricato per eliminare la bambina dopo che si era salvata dall’incendio della casa, rintracciata, e dopo che Salinas era morto in circostanze mai chiarite, ma è lo stesso uomo, il conte di Torrelavid, che, vincendo Nina in una partita di carte, l'aveva tenuta con sé e sposata. La bambina che, crescendo, gli aveva dato tre figli e perso definitivamente il suo nome: Nina era, ormai, morta, e al posto suo era nata una donna nuova, che non si vedeva mai in giro, ma che la gente chiamava, con rispetto, Donna Sol. E un biglietto con quel nome era stato ritrovato, un giorno, accanto al corpo senza vita di El Gurre.

Da allora Tito l'aveva aspettata: " Non ho mai pensato che mi potesse uccidere sparandomi alle spalle o mandandomi uno qualunque che neanche mi conosceva. Sapevo che sarebbe venuta lei, e mi avrebbe guardato in faccia, e prima mi avrebbe parlato. Perché io ero quello che aveva aperto la botola, quella sera, e poi l'aveva richiusa. E lei non se lo sarebbe dimenticato".

Tempo. Per ordine, esattezza.
Ricordi diversi, incompleti.
Ma del resto, "perché questa storia dovrebbe essere più falsa della sua?", se la terra, ridestata, aveva dato vita alla ferocia dei bambini?

E la narrazione procede, lentamente, per un libro che sembra orchestrato come uno dei racconti di Carver letto dallo stesso Baricco durante il suo "Totem".

Scrittura da voce. Scrittura guscio-animale, allineata, in un agile volume, lungo un'altalena fedele all'orrore di una vita, priva di nome e di sangue, che conduce a un epilogo patetico e clemente.

Edizione esaminata                                                                                                    

Alessandro Baricco, Senza sangue, Milano, Rizzoli, 2002

Euro 10,00.

ISBN/EAN: 
9788817001786

Commenti

Tempo. Punto.
... ma, la vita non segue il tempo... il tempo non esiste.

Questo libro l'ho cominciato e letto quasi tutto in un giorno (o due? perché non ricordo? lo so perché non ricordo). Ma non l'ho finito. O forse sì, un paio d'anni dopo, le ultime pagine. No, probabilmente no. Decisi che non mi era piaciuto, perché vedevo lo scheletro, la costruzione, mattone dopo mattone, e non. Poi sono cresciuto. Chi sa, oggi, chi sa.

Dovresti riprovare e magari raccontarcene, amice Branco.
Pensaci su;).
Io rimango molto legato al primo Baricco: "Oceanomare", "Castelli di rabbia", gli articoli di "Barnum".
Veramente micidiale.

... anche "seta"...
(oceanomare è nel mio cuore).

(E "Novecento", pure se il tempo è un po' passato...)

(pure "novecento", certo. con una traduzione cinematografica di Tornatore assolutamente da non buttare... ;) ) io mi sono "ingrippata" su "city"... lì l'ho mollato.

(mollato per modo di dire... fino a "questa storia" l'ho voluto leggere...)mi piaceva tanto, in "pickwick"... racconta bene. nonostante la zeppola.. ;)

"I Barbari" è davvero gustoso.

(allora integro anche qui, nel vecchio articolo di Laura, l'archivio Baricco, amices. E buon viaggio;) )

3. ci sarà sempre qualcosa di meritevole che non leggerò, mi sa.
(-:

E' la nostra sorte, branco.