“Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama”.
…e Baricco ascolta la sua voce costruendo un romanzo che ancora una volta è crocevia di storie dipinte in toni surreali, storie capaci di fondersi e confondersi nella mente del lettore mediante la tecnica della simultaneità di diversi universi linguistici, tipica dello scrittore torinese che si dice a favore di “un linguaggio ricco, capace di registrare un’infinità di cose” e imbriglia i sensi avvalendosi di allusioni, sperimentazioni in grado di confluire anche nella veste grafica della pagina, con il ripetuto ricorso al corsivo; l’inserzione di elementi discorsivi quali i vari “se capite cosa voglio dire”, i “va da sé”, i “ma comunque”; ed infine, quasi a voler ripercorrere le orme dei futuristi senza tuttavia nulla assimilare della loro fredda ingegneria avanguardistica, il bianco a spezzare le righe in frammenti simili a versi sincopati, che si inchiodano davanti agli occhi come impronte nella sabbia lavate via solo dal nero dell’inchiostro che scorre nei fogli successivi. Le vicende si condensano in immagini che si sovrappongono seguendo l’ordine del sovraccarico fantastico, caratteristico dello stile visionario dell’autore che predilige l’accumulo, spesso iterativo, come nel brano della zattera ispirato al celebre dipinto di Gericault, “La zattera della Medusa”, dando pertanto vita ad una scrittura intensamente metaforica e ridondante, capace di riflettersi in mille specchi retorici che disorientano non senza affascinare. Baricco riprende un mito letterario di lungo corso, si misura con il mare cercando di scorgere in esso nuovi significati. Omero, Melville, Hemingway, ben prima di lui avevano concesso ampio spazio al mito marino dandone sempre un’interpretazione che tendeva a proporlo come avversario col quale confrontarsi per giungere ad una uscita da se stessi, dai propri limiti, dai propri ambienti, dalla propria natura. “Incarnazione, dunque, di un’istanza di estroflessione, di scoperta anche rischiosa e violenta del mondo o comunque dell'altro da sé”. Oceano mare, invece, inverte la tendenza e finisce col delineare un non-luogo in cui i protagonisti del libro cercano di incontrare se stessi.
«Questo è un posto dove prendi commiato da te stesso. Quello che sei ti scivola addosso, a poco a poco. E te lo lasci dietro, passo dopo passo, su questa riva che non conosce tempo e vive un solo giorno, sempre quello (...). Quel che io sono, è ormai successo: e qui, e ora, vive in me come un passo in un’orma, come un suono in un’eco, e come un enigma nella sua risposta. Non muore, questo no. Scivola dall’altra parte della vita. Con una leggerezza che sembra una danza. È un modo di perdere tutto, per tutto trovare».
Partendo, infatti, dalla necessità di “complicare la vita”, di formulare domande anziché dare spiegazioni, di instillare la consapevolezza non di “sapere di più”, ma di sapere “che ci sono cose da scoprire”, lo scrittore vincitore del Viareggio ‘93, guida i suoi personaggi ad un’attenta analisi introspettiva trasportando a poco a poco anche il lettore nella “dimensione aliena dell’inconscio, in quel rarefatto e insieme densissimo nulla onirico costituito di spezzoni irrelati, squarci enigmatici, visioni effimere in grado di rappresentare il prezioso nulla con cui Baricco costruisce un intero mondo, squadernato davanti al nostro sguardo come fosse fatto di carne e sangue, dandoci la possibilità di passeggiare a lungo dentro quel bordo oscuro così terrorizzante e insieme accattivante, e di incontrarci persone, di soggiornare in stanze, di sperimentare una vita capace di rivelarci infine una verità ultima e definitiva su noi stessi”.
Gli ospiti della locanda Almayer, infatti, si pongono come diverse tracce di un unico intenso percorso all’interno della psiche umana; un percorso che, fedele alla tradizione fiabesca, si snoda lungo un’intricata foresta di simboli mantenendo coerenza con le convinzioni dell’autore secondo il quale “se devi raccontare un fatto, non puoi catturarlo avvicinandoti ad esso, ma correndo lontano, verso altre strade. Così, se vuoi raccontare il presente, non puoi farlo se non parlando d'altro”. Nette, dunque, la predilezione per le storie ottocentesche e la tendenza a cogliere l’oggi solo attraverso il fantastico, l'immaginario, l'epico che ben spiegano il rapporto tra narrazione e realtà contemporanea riconosciuto da Baricco. Il suo scrivere riproduce un non-luogo ed un non-tempo culle dei fantasmi della mente che, vivi, popolano il libro. Elisewin, Padre Pluche, Plasson, Bartleboom, Ann Deverià, Adams-Thomas, Savigny: tasselli di un suggestivo mosaico che trovano il loro incastro nella magia di un romanzo capace di raccontare i sogni, le paure, l’amore, la sofferenza, il desiderio di vendetta, l’istinto di sopravvivenza, la fede e la fragilità attraverso la poesia di immagini indelebili per la forza della loro bellezza autentica. E sembra quasi di essere lì, in quella settima stanza all’interno della quale non è difficile scorgere il profilo dell’autore stesso, intento a dire il mare, e dirlo con tutti i suoi fogli, quelli che abbiamo imparato a decifrare ed amare, quelli che “se uno fosse davvero capace risulterebbero superflui, perché gli basterebbero poche parole…Magari inizierebbe da tante pagine, ma poi, a poco a poco, troverebbe le parole giuste, quelle che dicono in una volta sola tutte le altre, e da mille pagine arriverebbe a cento, e poi a dieci, e poi le lascerebbe lì ad aspettare, finché le parole di troppo scivolerebbero via dai fogli, e allora ci sarebbero solo da raccogliere quelle che restano, e stringerle in poche parole, dieci, cinque, così poche che a furia di guardarle da vicino, e di ascoltarle, alla fine te ne resta in mano una, una sola. E se la dici, dici il mare”.
Quei fogli che, sì, testimoniano l’incapacità di racchiudere il mare in una sola parola, ma regalano l’emozione di romanzo di grande valore, in grado, come la pietra lanciata sul pelo dell’acqua dallo stravagante ospite della settima stanza, di prendere il largo, quale liberato dono di un’intelligenza vivida, che riesce a catturare il canto dolce ed inquietante delle onde imprigionandone il fascino inquieto tra le righe.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Alessandro Baricco (Torino, 1958), romanziere, critico e saggista italiano. Laureato in Filosofia con una tesi su Adorno e la Scuola di Francoforte, diplomato in pianoforte al Conservatorio. Ha scritto cinque romanzi (Castelli di rabbia, Oceano mare, Seta, City, Senza sangue), due testi teatrali (Novecento, Davila Roa) e due libri di saggistica (Il genio in fuga, L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin). Ha raccolto alcuni suoi articoli in Barnum, Barnum 2 e Next. Recenti i successi a teatro di Totem e City Reading Project.
Ha creato a Torino la scuola di scrittura “Holden”, dedicata alle tecniche narrative. Omero, Iliade, il suo ultimo lavoro pubblicato.
Angela Migliore, marzo 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Scriverai un libro sull'acqua. Mi sto avvicinando alla percezione di un tuo libro sul mare. Seconda ricorrenza dopo De Luca: passione e slancio e adesione empatica all'elemento. Coincidenza?
Magari ne fossi capace. Dalla mia tastiera vengon fuori solo poche righe spezzate. Un libro non è nelle mie corde.
Non adesso.
Uno dei libri più rilevanti letti lo scorso anno. Recensione che afferra il vero spirito del libro: l'inquietudine e la leggerezza di una lirica sospesa e fatta per affascinare. Magari non ci sarà tutta la profondità accennata in più pagine, ma c'è il mare, io lo conosco bene, da sempre. Complimenti, analisi davvero bella e giusta. E Gianfranco ha ragione: c'è attinenza nella tua sensibilità per una poetica dell'acqua. Lo si legge.
Felice tu abbia apprezzato e il libro e la mia pagina. Il Baricco dei primi romanzi aveva grandi qualità.
Quel che dici sul mio conto, poi, è lusinghiero, ma non so quanto meritato.