Baricco Alessandro
Mar, 27/06/2006 - 21:35 — AngelaMigliore
«Io sono un narratore, ho quel talento lì. Ho lavorato molto per dire che viviamo in mezzo alle storie e che bisogna raccontarle bene, con rispetto. È un compito civile. Gli uomini hanno bisogno di storie. Non soltanto per trasmettere sapere. Ogni storia è la custodia della speranza che questa vita non sia l'unica, che se uno volesse potrebbe avere un’esistenza differente».Scrivere, dunque, per aprire strade sempre nuove, per frantumare l’identità moltiplicandola ed indicare mete capaci di mescolare fantasia e realtà offrendo, e al tempo stesso offrendosi, una fuga innocentemente colpevole dallo scorrere impassibile dei giorni inchiodati alla convenzionale razionalità, attraverso parole di sogno e di rabbia. Le stesse che Baricco racchiude nella sua opera prima, il libro d’esordio vincitore del Campiello e del Médecis étranger, quel “Castelli di rabbia” che già nel titolo manifesta la spiccata tendenza all’affabulazione appassionata, fondendo in poche sillabe l’uomo che prova risentimento verso “faccende dalla propria vita” ed il bambino che “sogna e costruisce mondi suoi”. Contenitore di incantevoli visioni slegate dal vincolo di un tempo definito, il romanzo si snoda seguendo i meccanismi di un raccontare di derivazione cinematografica in cui i dialoghi si susseguono senza introduzioni, lasciando campo libero all’immediatezza di uno stile che fluisce omogeneo dagli occhi all’orecchio del lettore. Chi scorre queste pagine, infatti, avverte l’esigenza di dar voce all’inchiostro, di sentirne la melodia, fedelmente a quelli che sono, poi, gli intenti dell’autore stesso impegnato nel cercare di dare alla narrativa una forza musicale, sviluppando storie simili a vere e proprie orchestrazioni di partiture. “Gli uomini possono essere sedotti con i suoni, perché nessuno può confutare un suono”, sosteneva Nietzsche nella “Gaia Scienza” ed in effetti è ciò che Baricco ammette candidamente di voler realizzare: «Alla fin fine, quel che consegno al lettore è un'idea di tempo, di pause, di respiri, di velocità. Prima di mettersi a leggere hanno un loro ritmo, un tempo, io glielo prendo e ne impongo un altro. È questo che fa la musica: ti sequestra il tempo e te lo restituisce formato. Le persone respirano davvero in modo diverso quando sentono un disco. Può accadere anche con un libro». Ed è sicuramente il caso di “Castelli di rabbia”, opera densa di sintassi e di strutture musicali in cui il movimento delle due bande partite dalle estremità di Quinnipak, scena ispirata al lavoro di Charles Ives*, riproduce in maniera assolutamente fedele il movimento della scrittura stessa, con l’incontro a costituire il fulcro attorno al quale si costruisce la narrazione, il nodo in cui singoli ritratti si legano in un intreccio di vite.Jun, il signor Rail, il vecchio Andersson, Mormy, la vedova Abegg, Pehnt, Pekisch, il signor Horeau: note anch’essi di quell’umanofono che Baricco sa far vibrare in perfetta armonia nel non-luogo in bilico tra il fiabesco e il filosofico, lo stupore infantile e la saggezza dell’esperienza. Con le sue pagine a fungere da risposte alle domande tacite di chi legge cercando tra le righe uno specchio in cui veder riflessa la propria immagine per osservarla con assorto stupore, riconoscendosi in quelle schegge di umanità assemblate con maestria da un romanzo che si lascia ascoltare incantando. “Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora delle altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte. Io non so... a me la vita sembrava già difficile... sembrava già un'impresa viverla e basta. Ma tu... tu sembra che devi vincerla, la vita, come se fosse una sfida....sembra che devi stravincerla... una cosa del genere. Una roba strana. Un po' come fare tante bocce di cristallo... e grandi.... prima o poi te ne scoppia qualcuna... e a te chissà quante te ne sono già scoppiate, e quante te ne scoppieranno... Però... Però quando la gente ti dirà che hai sbagliato... e avrai errori dappertutto dietro la schiena, fottitene. Ricordatene. Devi fottertene. Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo vita....non sono quelli gli errori..... quella è vita... e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca..... io questo l'ho capito, che il mondo è pieno di gente che gira con in tasca le sue piccole biglie di vetro....le sue piccole tristi biglie infrangibili..... e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo..... sono belle, a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino... ci si vede dentro tanta di quella roba..... è una cosa che ti mette l'allegria addosso... non smetterla mai..... e se un giorno scoppieranno anche quella sarà vita, a modo suo..... meravigliosa vita”.Sembra di sentirlo davvero il soffio di voce del signor Andersson, accorato e commovente a lasciare senza fiato alimentando il fascino imperituro di quella scappatoia dalla realtà rappresentata dal leggere, quel gesto che è “fissare un punto per non essere sedotti dall’incontrollabile strisciare via del mondo”. Quel gesto che è paura perché “un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile – gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo – le parole che a una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamiamo libri – la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima. Una verità da tramandare da malato a malato, come un segreto che sopravviva almeno nella memoria di un’anima sfinita e lì suoni come un verdetto capace di far tacere chicchessia: leggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro? No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura – un libro che inizia”.EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTEAlessandro Baricco (Torino, 1958), romanziere, critico e saggista italiano. Laureato in Filosofia con una tesi su Adorno e la Scuola di Francoforte, diplomato in pianoforte al Conservatorio. Ha scritto cinque romanzi (Castelli di rabbia, Oceano mare, Seta, City, Senza sangue), due testi teatrali (Novecento, Davila Roa) e due libri d saggistica (Il genio in fuga, L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin). Ha raccolto alcuni suoi articoli in Barnum, Barnum 2 e Next. Recenti i successi a teatro di Totem e City Reading Project.
Ha creato a Torino, la scuola di scrittura "Holden", dedicata alle tecniche narrative. Omero, Iliade, il suo ultimo lavoro pubblicato.Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”, Rizzoli, Milano 1997
Approfondimento in rete: Rcslibri Baricco in Lankelot:
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Salerno Su Charles Ives: (Danbury 1874 - New York 1954) compositore statunitense. Figlio di un maestro di banda aperto a molteplici interessi, ebbe da lui la prima formazione musicale. Fu poi allievo a Yale di H. Parker, ma già nel rapporto con questo insegnante Ives si rese conto della difficoltà di conciliare la propria concezione spreguidicatamente sperimentale con il clima della vita musicale americana dominato da un accademismo che faceva esclusivamente riferimento ai modelli ottocenteschi europei, soprattutto tedeschi. Ives rinunciò a fare della musica la propria professione (fu solo organista in una chiesa di Bloomfield dal 1898 al 1900 e poi di New York fino al 1902) e si diede con successo all'attività di assicuratore, mantenendo a lungo una vera e propria "doppia vita" per comporre in tutti momenti liberi. Una delle caratteristiche più originali del linguaggio di Ives è la sua inclinazione a combinare in montaggi densi e complessi materiali eterogenei, con esiti che possono condurre alla politonalità o all'atonalità. Tra i materiali cari ad Ives vi sono le citazioni da fonti colte (come la Quinta di Beethoven nella Concorde Sonata), ma soprattutto da inni religiosi, canzoni, marce, musiche di banda. Le citazioni rimandano spesso a significati extramusicali: è frequente in Ives l'aspirazione a rappresentazioni concettuali, talvolta ispirate alla filosofia trascendentalista, ai cui protagonisti egli rese omaggio in diverse occasioni. I 4 movimenti della Concorde sonata, il suo lavoro pianistico fondamentale (1909-15), sono dedicati a Emerson, Hawthorne, Thoreau e agli Alcott.Angela Migliore, marzo 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Secondo te perché Baricco non mi ha mai ispirato?
A pelle lo trovo insopportabile. Ho letto qualcosa qua e là, iniziato suoi romanzi, ma non mi ha mai preso.
Quale mi consigli, per magari riscoprirlo?
Ho ignorato Baricco per un bel pò, convinta che il gran parlare sul suo conto, fosse solo questione di moda. Ho aspettato senza troppa ansia, di dimenticare i pareri altrui per potermi approcciare ai suoi libri scevra da pregiudizi. Il mio preferito è proprio "Castelli di rabbia", ma ho trovato molto bello anche "Oceano mare".Dopo "City", ho chiuso: netto il declino.
Grazie ;)
"Ogni storia è la custodia della speranza che questa vita non sia l?unica, che se uno volesse potrebbe avere un?esistenza differente" - ecco qui, solo per questo benedetto sia l'autore e il suo editore. Il resto non ha sempre senso. Baricco s'è perduto? Normale. Nessuno si ripete ai suoi livelli per sempre. Sarebbe anormale.
"perfetta armonia nel non-luogo "
"impegnato nel cercare di dare alla narrativa una forza musicale, sviluppando storie simili a vere e proprie orchestrazioni di partiture"
Due frasi emblematiche pe identificare, credo, Baricco, almeno questo Baricco. L'unico che ho veramente apprezzato e che a suo tempo mi intrigò. Poi credo che il culto narcisistico o comunque smisurato della parola abbia perso di vista la narrazione e la narratività, e tutto è diventato, una sorta di logorroico sproloquio se vogliamo musicale che alla fine fa solo "rumore".
6. nel confermare che fu ottimo esordio a cui non seguì una successiva "carriera" letteraria convincente, sottolineo che la sintetica recensione di Angela è semplicemente perfetta, avendolo riletto da poco. Chapeau