“La questione non è mangiare, non è vivere, è di sapere perché”.
Muriel Barbery chiude così il suo primo romanzo, lasciando che il protagonista si arrenda alla morte non prima di aver ritrovato il sapore perduto, la cui ricerca costituisce il filo conduttore dell’intera narrazione.
Siamo in Rue de Grenelle, la stessa via con cui impareremo a familiarizzare in “L’eleganza del riccio”, secondo libro della scrittrice francese, divenuto bestseller con oltre seicentomila copie vendute. E c’è da sottolinearlo, giacché la riscoperta del romanzo d’esordio è figlia della curiosità generata dal successivo, attorno al quale, differentemente da quanto è accaduto con “Una golosità”, ormai fuori catalogo e di conseguenza irreperibile, non è mancato il gran battage mediatico, necessario a consacrarlo al successo.
Ancora una volta, quindi, è toccato procedere a ritroso scavando nella polvere delle biblioteche. Ancora una volta si è partiti dalla fine e la sensazione è stata quella di aver immancabilmente perso qualcosa, specie alla luce del fatto che i due testi non possono non essere considerati anelli inscindibili della stessa catena. Pertanto non stupirà la scoperta che ha portato a riconoscere il protagonista innominato del primo, in Pierre Arthens: il feroce critico gastronomico raccontatoci, poi, dalla portinaia Renée nel secondo.
Ergo, lettura in retrospettiva.
Conoscevamo già la natura dei suoi rapporti con figli e moglie, la sua genialità, il suo cuore di pietra e quella sua prosa che era “nettare, era ambrosia, un inno alla lingua (…), importava poco che parlasse di cibo o di altre cose, ci si sbagliava a credere che l’oggetto contasse: era il dire che rifulgeva”.
Ed è il dire a rifulgere anche qui. Perché Barbery ha stoffa e riesce ad andare oltre la storia. Il come arriva a contare più del cosa. E allora non importa che l’epilogo fosse già svelato. Non importa incrociare nuovamente gli stessi personaggi e doverli ricondurre alle origini della loro creazione. Ciò che conta è soltanto il piacere innegabile della lettura. Il gioco si regge tutto sull’uso abilissimo della prima persona. Alla voce di Arthens si alternano, di volta in volta, quelle del nipote preferito, degli eredi, della consorte, del cane, del medico e confidente, della portiera dello stabile, della cuoca di uno dei ristornati assurto agli onori della cucina francese grazie alle sue brillanti ed entusiastiche recensioni, del discepolo, del barbone all’angolo della strada, nonché della giovane e dimenticata amante. Ma sono contorno, sono solo parentesi che, tuttavia, si dimostrano occasioni preziose per guardare al protagonista da una prospettiva altra. Sono i ritratti soggettivi e perciò impietosi ed estremamente sofferti di quanti hanno gravitato attorno al grande critico, come satelliti schiacciati dal peso della sua assenza e della sua incapacità di amare. Perché l’autrice sceglie un cattivo vero, consapevole delle proprie meschinità e per nulla angosciato dal dolore causato. Nessuna redenzione in punto di morte, nessun rimpianto, ma la naturalezza di un egoismo imbevuto di cinismo amaro.
Ciò nonostante risulta impossibile astenersi dal parteggiare per lui. La noncuranza con cui getta alle ortiche l’opera di tutta una carriera per dei dolci da supermercato; la sufficienza con cui rinnega gli chef della Parigi bene, per l’orto della zia Marthe, succulento di colori e profumi; il candore rassegnato con cui ammette la propria predilezione per la campagna, sacrificata in nome della mondanità, conquistano con la forza di una confessione priva di qualsivoglia pentimento. Arthens va alla ricerca di “un sapore dell’infanzia, o dell’adolescenza, un cibo originale e meraviglioso prima di ogni vocazione critica, prima di ogni desiderio e di ogni pretesa di dire il suo piacere di mangiare. Un sapore dimenticato, nascosto nel più profondo di sé stesso e che al crepuscolo della sua vita si rivela come la sola verità (…).”
Ed è crociata verso la riconquista della semplicità, dell’autenticità di pietanze il cui ricordo è in grado di mobilitare tutti e cinque i sensi. Dalle sardine alla griglia delle estati in Bretagna, alla crudità perfetta del sashimi. Dalla carne ai ferri di Tangeri, al sorbetto di Marquet. Dalla kesra marocchina, al whisky della riserva PMG (per la mia gola) del commilitone amico del nonno. Un viaggio a ritroso attraverso le vie del gusto, con la Barbery che si diverte a fare il calco allo stile e alla terminologia propria della critica gastronomica, non senza una punta di ironia sottile, volta a bacchettare l’autocompiacimento di chi scrive ebbro della propria vanità.
Ventinove brevi capitoli a contraddire il noto detto di Feuerbach secondo il quale “l’uomo è ciò che mangia”. Perché Arthens in fondo è un estraneo nei confronti del mondo cui la raggiunta fama lo inchioda, la sua vera natura è lontana dai piatti prelibati di cui tesse le lodi e a svelare questa profonda contraddizione, è la morte stessa che l’autrice sceglie per lui.
“Dopo decenni di cibarie, di fiumi di vino, di liquori d’ogni genere, dopo una vita nel burro, nella panna, nelle salse, nei fritti, negli eccessi continui, sapientemente orchestrati, minuziosamente curati, mentre (…) fegato e stomaco reggono a meraviglia, è il cuore che lo abbandona”, per una sorta di legge del contrappasso. Come stanco del peso che porta, come avvizzito dalla sua aridità. Ma morire è meno straziante quando si smette di remare contro i propri desideri e ci si riconcilia col piacere di una golosità ripetutamente rinnegata, eppure indimenticabile.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Muriel Barbery (Casablanca, 1969) è una scrittrice francese. Allieva dell'École Normale Supérieure, attualmente è docente di filosofia presso un'Institut universitaire de formation des maîtres (Istituto universitario di formazione degli insegnanti). Vive in Normandia.
(fonte: Wikipedia)
Muriel Barbery, “Una golosità”, Garzanti, 2001
Traduzione di Roberto Rossi.
Pp. 123
Commenti
?La questione non è mangiare, non è vivere, è di sapere perché.?
"Un viaggio a ritroso attraverso le vie del gusto, con la Barbery che si diverte a fare il calco allo stile e alla terminologia propria della critica gastronomica, non senza una punta di ironia sottile, volta a bacchettare l?autocompiacimento di chi scrive ebbro della propria vanità".
> Segnalazione gustosa. Saprei dove piazzarlo, adesso - se solo lo ristampassero, è chiaro:). (grazie per l'opportuna introduzione, necessaria e nitida).
"Ventinove brevi capitoli a contraddire il noto detto di Feuerbach secondo il quale ?l?uomo è ciò che mangia?. Perché Arthens in fondo è un estraneo nei confronti del mondo cui la raggiunta fama lo inchioda, la sua vera natura è lontana dai piatti prelibati di cui tesse le lodi e a svelare questa profonda contraddizione è la morte stessa che l?autrice sceglie per lui".
> Ma ne evidenzi l'appagamento, poche righe oltre:).
Segnalazione molto curiosa. Grazie per la bella condivisione...
Aggiungo il tag "opera prima", grande classico dalle nostre parti:).
Carissima, saluto la tua nuova pagina, ricca come sempre di stile (quello tuo inconfondibile).
A me questo libro non è piaciuto: comprato d'occasione su una bancherella, è finito alla biblioteca comunale.
Sinceramente ricordo poco: ma non era riuscito, per così dire, a parlarmi davvero.
Forse avrei dovuto leggere prima la tua recensione :)
2- Sì, è un libro gustoso. Ultimamente, casualità ha voluto mi imbattessi in testi incentrati sul tema del cibo. Prima o poi leggerò anche quello della Janeczek, comprato qualche settimana fa nella famosa svendita del libro venduto a peso.
Quanto alla Barbery, spero ristampino il suo romanzo d'esordio.
Magari proprio sulla scia del successo de "L'eleganza del riccio". Non male neppure il secondo, ma forse meno incisivo perchè differentemente da qui, dove la prosa è asciutta e la narrazione procede senza sbavature, nel bestseller la storia è parecchio diluita, tanto da poter risultare un po' stiracchiata. Non mancano lunghe dissertazioni filosofiche, messe lì per fare un po' di sfoggio della propria cultura e c'è più di qualche pagina che potrebbe essere eliminata, senza danneggiare granchè l'effetto d'insieme. Per giunta il finale mi è parso affrettato. Quasi che l'autrice, superata la soglia delle 300 pagine, avesse deciso di liquidare il tutto nel minor spazio possibile.
Grazie per l'integrazione del tag, mi era sfuggito.
Ilde cara, è bella l'accoglienza che regali ogni volta alle mie pagine. Grazie di cuore. Quanto al libro, l'ho trovato un romanzo non eccezionale, ma godibile sicuramente.
Peccato ti sia disfatta della tua copia. Io ho girato Port'Alba in lungo e in largo pur di trovarne una, ma non c'è stato nulla da fare. Mi sono dovuta necessariamente rivolgere all'intramontabile biblioteca. Fortuna che a Modena il sistema del prestito funzioni davvero bene!
Incrociato oggi, su una bancarella al centro che svendeva libri vecchi. Colpo di fortuna. Ma son convinta Garzanti lo manderà in ristampa, non foss'altro che per cavalcare l'onda di vendite del secondo romanzo.
Edizioni e/o ha ripubblicato il romanzo d'esordio, col titolo "Estasi culinarie".