Che cos’è il suicidio? Un atto di libertà? O un atto contro se stessi e/o contro Dio? E oggi dal punto di vista sociale il suicida come viene giudicato? Quanto è mutato storicamente e sociologicamente, il metro di giudizio nei riguardi di quello che, dal punto di vista individuale, resta l’ atto anticonservativo per eccellenza?
A queste domande, e allargando l’analisi all’universo non occidentale, prova a rispondere Marzio Barbagli, professore di sociologia presso l’Università di Bologna (Facoltà di Scienze dell’Educazione), nonché membro eminente dell’establishment sociologico italiano e internazionale, in Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente (il Mulino, Bologna 2009, pp. 526, euro 32, 00).
Barbagli si propone soprattutto, se ci si passa l’espressione, di fare le bucce a quella che da oltre un secolo è la “Bibbia Sociologica” in argomento: Le suicide: étude de sociologie di Emile Durkheim.
In particolare Barbagli si propone di dimostrare l’infondatezza delle due principali tesi durkhemiane. Quali? Quella che con “l’avanzare della storia” il divieto di togliersi la vita sarebbe divenuto “sempre più rigido”. E quella che la riprovazione del suicidio sarebbe cresciuta grazie all’affermazione di una sacralità laica della persona umana, protetta dai poteri pubblici.
Vi riesce? Difficile dire. E non è questa sede per una analisi approfondita. Ci sembra però che il libro abbia una sua debolezza teorica di fondo. Pur rifiutando le tre principali categorie concettuali durkhemiane (suicidio altruistico, egoistico, anomico), Barbagli non riesce a costruire concetti analitici altrettanto efficaci, in particolare sotto l'aspetto socioculturale. E soprattutto commette un errore metodologico di fondo, gravissimo per un sociologo. Esamina il suicidio dal punto di vista delle intenzioni dell’attore sociale, e non da quello delle cause sociali, o se si preferisce, per dirla con Durkheim, dei “fatti sociali” . Ma anche culturali: omettendo, ad esempio, di ricorrere alle tipologie di mentalità socioculturale, coniate da un altro autore classico della sociologia, Pitirim A. Sorokin: ideazionale ascetica e attiva, sensistica attiva, passiva e cinica; pseudo-ideazionale, idealistica. Si veda lo schema in P.A. Sorokin, Social and Cultural Dynamics (Bedminster Press, New York 1962, vol. I, pp. 97-99). Tipologie utilissime per studiare il suicidio, come mostra, sempre Sorokin, ne La crisi del nostro tempo (Arianna Editrice, Bologna 2000, pp. 191-196).
Ma per combattere ad armi pari Durkheim e per riscoprire Sorokin, Barbagli avrebbe dovuto prima riflettere sui limiti teorici dell’individualismo metodologico. O comunque sulla necessità di temperarlo, in alcuni ambiti di studio come quello del suicidio, ricorrendo - certo, senza cadere nell’eccesso opposto - agli strumenti dell’olismo metodologico: dove sono appunto privilegiati i significati sociali e culturali. O se si vuole “il pensiero” delle istituzioni sociali.
E invece no. Scrive Barbagli: “Nelle pagine che seguono mi servirò di una tipologia (…) basata sui propositi degli individui e sul significato che esse attribuiscono al loro gesto” ( p. 15). Di qui la sua bipartizione concettuale del suicidio dal punto di vista del “contro chi” e "per chi" ( se stessi; anche gli altri), che resta psicologistica e quindi riduttiva. E a nulla serve l’ulteriore partizione del suicidio in egoistico e altruistico, aggressivo e come arma di lotta, condannata a muoversi, anch’essa, nell’alveo dell’individualismo metodologico, a sfondo psicologico.
Su queste basi resta perciò difficile seguire fino in fondo la pur densa opera ricostruttiva di Barbagli. Che anche sul piano storico finisce così per disperdersi nei mille rivoli di curiosità che possono solo avere valore antiquario, come certa sociografia d'antan alla Herbert Spencer. Senza così riuscire a dare risposta certa, e soprattutto sociologica, ai quesiti iniziali.
Commenti
Che cos?è il suicidio? Un atto di libertà? O un atto contro se stessi e/o contro Dio? E oggi dal punto di vista sociale il suicida come viene giudicato? Quanto è mutato storicamente e sociologicamente, il metro di giudizio nei riguardi di quello che, dal punto di vista individuale, resta l? atto anticonservativo per eccellenza?
A queste domande, e allargando l?analisi all?universo non occidentale, prova a rispondere Marzio Barbagli, professore di sociologia presso l?Università di Bologna (Facoltà di Scienze dell?Educazione), nonché membro eminente dell?establishment sociologico italiano e internazionale, in Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente (il Mulino, Bologna 2009, pp. 526, euro 32, 00).
Diamo il benvenuto al professor Gambescia, che da oggi comincia a condividere i suoi studi e i suoi articoli con noi, su Lankelot.
E' un onore grande.
Qui:
http://www.lankelot.eu/index.php?tag=gambescia
per leggere gli articoli di NICOLA VACCA sulle sue ultime pubblicazioni.
Da oggi in avanti:
http://www.lankelot.eu/index.php/staff/947/carlogambescia
la sua pagina personale.
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=suicidio
per il tag "suicidio" in lankelot.
ancora benvenuto!
"Di qui la sua bipartizione concettuale del suicidio dal punto di vista del ?contro chi? e "per chi" ( se stessi; anche gli altri), che resta psicologistica e quindi riduttiva. E a nulla serve l?ulteriore partizione del suicidio in egoistico e altruistico, aggressivo e come arma di lotta, condannata a muoversi, anch?essa, nell?alveo dell?individualismo metodologico, a sfondo psicologico."
> Siamo sempre curiosamente fermi a Durkheim, a quanto pare...
www.lankelot.eu/index.php/2006/09/23/durkheim-sociologia-del-suicidio/
Il mio personale benvenuto al professor Gambescia. Come ho spesso ripetuto da queste parti, lo stimo molto perchè è un acuto osservatore dell'attualità politica e non solo. In più - cosa non da poco, visti gli intellettuali o pseudo tali italiani - è un uomo disponibile e aperto al confronto. Leggetelo, mi raccomando.
Sono felice che si stiano radunando tante intelligenze libere, indipendenti o antagoniste, da queste parti. Era ora:).
7 - Era ora si. E ne arriveranno altre, ne sono più che certo.
Lascio qui un link di un articolo che parla di suicidio in Svizzera. Chissà cosa ne pensano gli svizzeri di lankelot.
http://www.caffe.ch/mycaffe/dettaglio.php?id=43741
La sezione Svizzera è al lavoro in questo momento: rispondo stasera e passo voce a Mat
Attendo le vostre considerazioni rossocrociate.
Vado a memoria: se ricordo bene la Svizzera e i paesi scandinavi battono tutti i record in materia di suicidio, eguagliati solo dal giappone.
Il giappone avendo un substrato culturale particolare andrebbe lasciato a un sociologo. Per il resto sappiamo che il tasso di suicidio è alto in paesi in cui si vive piuttosto bene; direi che meglio si vive, più alto è il tasso di suicidio. Vale lo stesso per le depressioni; non è una sorpresa per nessuno.
Aggiungerei che i paesi nordici e la Svizzera (molto montagnosa) condividono un clima che non suscista proprio l'entusiasmo; sembrerà banale, ma il clima correla bene col tasso di suicidi. Sarà che alzarsi col solleone mette di buon umore.
La correlazione tra suicidio e qualità della vita, a mio modo di vedere, è legata al rapporto tra depressione e tempo per pensare. Chi ha buona qualità della vita ha anche tempo per rifletterci sopra, e per trovarci a volte del buono, altre no. A sostegno di questa ipotesi, la depressione correla bene con il quoziente intellettivo; chi è più intelligente ha più chances di essere depresso. Sarà che se non sei abbastanza sveglio non rifletti sulla vita? Ergo hai meno chances di scoprire che la vita non ti piace.
Sembra che sotto il comunismo, le persone inclini al nichilismo esistenziale ricevessoro una cura lapidaria: più lavoro, meno cibo.
Funziona.
Resta da chiedersi cosa sia peggio tra la malattia e la cura.
Poi magari il professor Gambescia vorrà gentilmente spiegarci che accidenti sono gli "strumenti dell?olismo metodologico", in sociologia. Sembra che qui tutti abbiano digerito la frase come se fosse scontata.
Io confesso la mia ignoranza, e molto egoisticamente richiedo ulteriori dettagli, pur nell'evidente unicità della mia condizione di semianalfabetismo sociologico.
http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
contattalo da qui, e digli di passare da queste parti:)
sarà contento...
Thomas ha già detto molto bene. In effetti il clima non aiuta, nei paesi nordici, la depressione invernale è cosa nota.
Buona anche la correlazione con la qulaità di vita. Non sono sicuro che dipendi dal pensare. Piuttosto una certa ingnoranza... quando hai fame, hai anche più voglia di vivere, per qualche perversa ragione. Ha a ache fare con lo spirito di sopravvivenza.
Qualche nota aggiunta: la svizzera ha uno dei sistemi sanitari milgiori al mondo. Se non crepi proprio per nient'altro, puoi sempre suicidarti. Mi pare ovvio. Suppongo che il tasso di suicidi in paesi con il 30% di mortalità infantile sia basso. Scusate l'ovvietà, muoiono prima per altre ragioni.
Poi un estratto, che l'articolo liquida con delle digressioni spirituali sulle cose immateriali (gratuite e non necessarie).
"Lo studio dell?Osservatorio della salute dice che nel 90% dei casi le persone che si suicidano soffrono di una malattia psichica."
Non è una cifra da poco. Un altra volta ribadisco. Il tasso di demenze senili è altissimo. è triste ma vero. Se il cervello smette di funzionare e ti lanci da una finestra in preda alle allucinazioni... muori suicida. Più ricco è il paese, più vecchia è la popolazione, più spesso accadrà.
un commento nel mio stile
"Ma le patologie psichiche si curano, quello che, invece, non si riesce a curare sono la non consapevolezza della felicità reale"
le patologie, a volte si curano, quando sono prese in tempo.
E poi, la "non consapevolezza della felicità reale" non è una patologia? credevo si chiamasse depressione.
e ancora. In svizzera il suicidio assistito è legale. Credo che queto influenzi in qualche modo il risultato...
infine una provocazione. Capisco lo studio del suicidio in oriente, dove è, o meglio è stato, codificato da regole sociali come oggetto di studio della sociologia. Invece il lavoro sul suicidio in occidente lo lascerei fare agli psicologi.
Scusate mi permetto un osservazione.
con tutta la cortesia ed ammirazione per il professore che ci ha regalato questo articolo, comunque apprezzatissimo.
Se si clicca sul suo nome, appare un articolo (scritto di suo pugno suppongo) trattante il ddl sulle intrecettazioni. Senza voler negare l'interesse di questo argomento, non è la pagina di biografia che ci si aspetterebbe.
Sarebbe magari più cortese verso il lettore lasciare la pagina originale e lì inserire il link al, sono sicuro, ottimo articolo.
16. è il suo blog. se scorri la pagina noti che l'articolo sul ddl e di oggi, quindi c'è un post su un libro che tratta di Che Guevara, di ieri, e così via.
Avevo capito ;)
solo credo che se qualcuno clicca sul nome dovrebbe trovare la pagina di biografia, come per tutti gli altri...
è solo la mia opinione ovviamente.
18. ah, dicevi il nome sotto il titolo? non avevo capito io. pensavo quello dei commenti! ahah.
in effetti quello sotto al titolo funziona normalmente, quello dei commenti no.
comunque non ne volevo fare un caso...
20. quello dei commenti va alla pagina web di ognuno. se clicchi sul mio va al mio blog. sul tuo, invece, non ci sono links. quindi è tutto normale, sempre funzionato così. E chi ha detto che volevi farne un caso? Il link del nome sotto al titolo rimanda alla pagina in lankelot dell'autore, quello dei commenti ai vari blog o pagine web, o non ha link. Tutto qua.
Ecco non me ne ero mai accorto.
No, nessuno ha detto che ne volevo fare un caso. Avessi potuto gli averi mandato un mesaggio interno. Volevo solo sottolineare che si trattava di un dettaglio, che mi spiaceva di trattare in pubblico. Per altro sbagliavo a quanto pare :)
Grazie per la spiegazione.
Anche dopo anni sul sito imparo sempre qualcosa sul suo funzionamento.