Balzarro Ferdinando

Il secondogenito

Autore: 
Balzarro Ferdinando

Ho letto più volte il libro di Ferdinando Balzarro, Il secondogenito, sia per farne una recensione, sia perché è un romanzo di non facile lettura. Un attento esame dell’argomento trattato mi ha spinto ad individuare alcune assonanze – non proprio tratti comuni - tra il furore lucido che questo autore riversa nella pagina scritta, e la potenza appassionata, che un altro autore, Stig Dagerman, sapeva infondere ai suoi scritti. Mi riferisco in modo particolare al libretto di Dagerman dal titolo Il nostro bisogno di consolazione. L’incipit di questo libricino, quasi un testamento morale dell’autore svedese, morto suicida a soli 31 anni, recita così:

"Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa".

Non c’è dubbio, leggendo il libro di Balzarro, che egli possa sottoscrivere in pieno queste poche, tremende righe. E’ pure altrettanto indubbio che l’assenza di fede, nel caso di entrambi gli autori, non sia un atto di ignavia quanto semmai un’ incessante, tormentata ricerca di verità. Procedendo nella lettura, individuo altre assonanze laddove Dagerman esprime una condanna definitiva della storia che sempre si rivela ingiusta e sanguinaria. Da questa presa d’atto nasce in Dagerman e così pure in Balzarro, la necessità della testimonianza che si concreta innanzitutto nel dovere di essere eretici.

Uso il termine eretico andando all’origine della sua etimologia: hàiresis, dal greco, scelta. Scelta di opporsi ad ogni ripiegamento consolatorio, ad ogni fede religiosa che non ha saputo superare la verifica della storia. Quest’ultima infatti, ieri come oggi, pare non voler convergere in alcun modo verso un esito salvifico.

E aggiungo, hàiresis, eresia, circoscritta all’ambito della narrativa. Il secondogenito, posto che vi sia la necessità di precisarlo, è un romanzo, non un trattato di teologia, non un’analisi comparata tra religioni. In questo senso gli spetta il diritto di esprimersi in libertà, senza divenire oggetto di omissioni o censure.

Ho trovato altre assonanze tra i due autori ma al momento desidero accantonarle per entrare nel merito del libro di Balzarro. A mio avviso, Il secondogenito, è principalmente un azzardo. In questo senso, avrebbe potuto andare a cozzare contro il patetico, o, peggio ancora, contro il ridicolo. Questo fatto avrebbe ovviamente sancito il fallimento della narrazione. Credo che così non sia stato. La tensione della scrittura che non ha mai cedimenti, la capacità di tenere saldo in mano il filo della narrazione, premiano l’audacia dell’autore.

L’azzardo sta nientemeno nello scomodare Dio distogliendolo dal suo silenzio. Dio, infatti, nella sua imperscrutabile volontà, decide di concedere all’umanità una seconda occasione di salvezza, inviandoci, per strade misteriose, il suo secondogenito. Un giovane che non potrebbe discostarsi maggiormente dall’immagine del suo predecessore, Gesù.

Il giovane, cui gli amici hanno dato il nomignolo di Fumo per il suo incessante accendere e spegnere la sigaretta, è descritto in modo quanto mai irritante. Da lui tutto ci si potrebbe aspettare meno che mai un destino di martire, chiamato a riaffermare il regno di Dio sulla Terra. Fumo è bello, di una bellezza che sfiora la perfezione. E’ biondo, capelli folti e ramati, occhi verdi che richiamano l’acqua di mare. E’ ricco, grazie all’accorta gestione dei beni di famiglia, da parte di sua madre che si chiama Maria. A questo quadro, di per sé già rassicurante, va aggiunto che Maria è una madre dolcissima, innamorata del figlio al quale si dedica in via esclusiva, pur non mancandole certo le occasioni di accasarsi, grazie alla sua sensuale, sfolgorante bellezza e al cospicuo patrimonio di cui dispone.

Fumo ama il piacere della buona tavola, gli abiti eleganti, il sesso che pratica in abbondanza. E’ felice, è vanitoso, si piace da impazzire, ha fascino da vendere, spende i quattrini di mamma in allegria. Unica ombra nella sua vita è l’ignoranza del giovane circa l’identità del padre che non ha mai conosciuto ma del quale non sembra avvertire, almeno fino ad un dato momento della sua vita, la mancanza.

Questa descrizione è di per sé sufficiente a rendere insopportabile questo personaggio che troppo si accosta al cliché del giovane bello, vincente e affascinante. Un personaggio buono a far mostra di sé in una rivista patinata. In altre parole, una figura che sfiora i limiti della banalità.

E proprio della banalità si serve l’autore Balzarro per urtarci i nervi e allo stesso tempo per sottolineare che un soggetto quanto mai lontano dal divenire il successore di Gesù sulla Terra, può, per strade misteriose e quanto mai spericolate, divenire oggetto dell’interesse di Dio.

Fumo, come forse il suo predecessore Gesù, non è da subito consapevole di essere abitato dal divino. Questa tranquillizzante condizione dura fino al compimento dei ventotto anni, quando, per ragioni a lui stesso sconosciute, è spinto ad entrare in una chiesa. Lì avviene la rivelazione.

Non tutti i beati ricevono la rivelazione con soavità. Al contrario, nel caso di Fumo e forse anche in altri casi che non sta a me indagare, egli viene travolto, violentato se non proprio brutalizzato dalla parola di Dio. La rivelazione gli procura un malessere fisico, una sorta di nausea, uno stato di ebetismo, un desiderio di fuga.

Il Dio descritto da Balzarro non benedice e non consola. E’ un Dio furioso e stanco al quale non sfugge il fatto che l’empietà umana ha raggiunto soglie che vanno al di là delle sue più nere previsioni. Occorre riaffermare il suo regno sulla Terra principalmente contro la marea montante dell’Islam, unica dottrina, in questo momento storico, capace di parlare ai derelitti e a servirsene per i propri scopi d’espansione e di dominio. Il tempo concesso al successore di Gesù per assolvere al suo compito è di cinque anni. Raggiunta l’età di trentatré anni riceverà il martirio com’è giusto che sia per figure degne del suo rango. Il martirio di Fumo non avrà la spettacolarità né tanto meno la tragica bellezza di quello di Cristo. Dio non rassicura in alcun modo il suo secondogenito circa una speranza di resurrezione. Non vi sarà alcuna resurrezione. Il sacrificio di Fumo si compirà senza il beneficio di questa promessa e sarà conforme al grado di empietà raggiunto dall’umanità intera.

E Fumo, di fronte a questa cruda, aspra rivelazione piega il ginocchio e ubbidisce. La brutalità del comando di Dio, unita al diniego di una resurrezione nella gloria divina, dopo il martirio, trasforma paradossalmente la figura di Fumo in quella del perfetto obbediente.

Il martire obbediente al volere di Dio riceverà da Lui tutti i mezzi necessari per compiere con successo il proprio servizio. Non dovrà rivolgersi ai derelitti ma ai ricchi e ai potenti, gli unici, nel mondo di oggi, in grado di scalzare l’onda travolgente dell’Islam, ormai inabissato nel fanatismo sanguinario e pronto a rimpiazzare il regno del Dio cristiano sulla Terra.

Questo comando è difficile da accettare. Fumo stesso ne rimane sconvolto. E’ scritto che l’accesso al Paradiso è negato ai ricchi e ai potenti in favore dei poveri e degli ultimi. Come mai questo voltafaccia? A ben guardare, anche in questo caso, la provocazione di Balzarro ha un senso. L’Occidente di cui il Dio cristiano è espressione, è la parte più ricca del mondo. Consuma i due terzi delle risorse disponibili. L’Occidente ha dunque perduto il diritto di chiamarsi povero. Ha perduto la grazia della povertà.

Siamo tutti ricchi, in questa parte del mondo. Dunque, noi, i ricchi, dobbiamo provvedere e tra di noi, in particolare, devono provvedere i potenti. Fumo compie la missione che gli è stata richiesta. Fa miracoli, in particolare salva molte giovani vite dalla droga, sana persone disperate e malate, ha convegni frequenti con uomini di indubbia potenza.

Il papa di Roma lo riceve a colloquio. La sua fama è ormai troppo diffusa perché il pontefice possa sperare di ignorarla. Fumo non piace al delegato di Cristo sulla Terra e così pure non piace a mafiosi che hanno in mano i traffici di droga, ai politici che si sentono spiazzati dal suo carisma e via di seguito. Malgrado queste ovvie resistenze dei potenti, Fumo ottiene una visibilità quanto mai scomoda e della quale, secondo il punto di vista di coloro che tengono ben salde in mano le redini del potere, occorre liberarsi quanto prima. E così sarà. Il martire verrà condotto a morte da sgherri che si fingono poliziotti.

Fumo accetterà il martirio: i suoi assassini prezzolati lo uccideranno gettandolo in un deposito fetido di immondizie. Avevo individuato un’ ultima assonanza tra lo scrittore Dagerman e l’autore de Il Secondogenito. Questa assonanza si trova nelle stesse parole di Balzarro e ha come cardine la solitudine:

Figlio mio, osserva questo sterminato universo, anche per un Dio è troppo vasto…respira questa immane solitudine, anche per un Dio è insostenibile…(p. 78 ib.)

L’uomo condivide con Dio la solitudine. La condivide con un dio cinico, aspro, battuto, molto simile all’uomo. Umano, troppo umano.


Edizione esaminata e brevi note

Ferdinando Balzarro, Il secondogenito. Edizioni Sovera, ottobre 2008.

Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione. Edizioni Iperborea 1991.

Altre opere dell’autore: La vita vista dalla morte ed. Sovera;

Il solista, Sabbia, Punto vitale, sempre editi da Sovera editore.

Renata Adamo, febbraio 2009

ISBN/EAN: 
9788881247868

Commenti

Ho letto più volte il libro di Ferdinando Balzarro, Il secondogenito, sia per farne una recensione, sia perché è un romanzo di non facile lettura. Un attento esame dell?argomento trattato mi ha spinto ad individuare alcune assonanze ? non proprio tratti comuni - tra il furore lucido che questo autore riversa nella pagina scritta, e la potenza appassionata, che un altro autore, Stig Dagerman, sapeva infondere ai suoi scritti. Mi riferisco in modo particolare al libretto di Dagerman dal titolo Il nostro bisogno di consolazione...

Grazie a Gianfranco Franchi per la generosità con la quale ospita autori che non sono noti a tutti ma che hanno molto da dire come nel caso di Nando Balzarro. Balzarro oltre che scrittore è maestro di altissimo livello di tai chi.
Ho letto recentemente parecchie cose su Kawabata in questo sito. Lui era amico fraterno di Mishima e scrittore capace di unire soavità ad attenta meditazione.
Sono sempre colpita dall'alto livello delle collaborazioni sul sito di Lankelot.

Grazie a te, cara, per l'intelligenza del tuo scritto - dei tuoi scritti - e per la tua adesione ormai storica a questo progetto. Mi spiace solo che i tuoi articoli escano ogni tre mesi, mi piacerebbe fossi protagonista almeno ogni settimana.

Grazie per averci presentato Balzarro, e per aver parlato ancora di Dagerman.

Grazie per quel che dici di Kawabata, Movida sarà onorata.

qualche nota biografica relativa a Balzarro?

Carissimo, accolgo le tue osservazioni. Dovrei lavorare di più. In questo periodo però ho deciso di partecipare ad alcuni concorsi per racconti brevi o più o meno lunghi. E io sono lenta a scrivere. Non tutti abbiamo la tua linfa debordante...!
Poi tendo ad innamorarmi di qualche scrittore o scrittrice e convolo a nozze per un po'. Resto un po' lontana.
Nando Balzarro ha un suo sito ove si parla anche della disciplina di cui è vero sensei. Credo sia stato campione europeo di tai chi.
A chi è interessato, basta cercare Blog del Maestro Ferdinando Balzarro.
Per quanto mi riguarda, se c'è un personaggio del quale vorrei scrivere appena posso quello è das Kind von Europa, ovvero Kaspar Hauser, del quale tu hai già scritto.
Un grande abbraccio, Delfino.

grazie cara;).
Di Kaspar Hauser non si parla mai abbastanza. Quando vuoi;)

baci.