Tutti cadiamo, questa mano cade / guardati intorno e tutto intorno cade (Rainer M. Rilke)
L’ultimo romanzo di Ferdinando Balzarro, Il cane che aspettava le stelle, non si discosta granché dai romanzi precedenti per lo stile che rimane quello proprio dell’autore. Le pagine sono segnate dalla consueta carica di furore e da una tensione narrativa cui mai egli concede di decantare. Il ritmo della narrazione è quello cui ci ha abituato: un ritmo personalissimo, asciutto e ridondante, allo stesso tempo. Questo romanzo tuttavia segna una svolta nel suo lavoro perché ha per tema il commiato.
Nelle opere che precedono Il cane che aspettava le stelle, l’autore ha i piedi ben piantati nel mondo, nello svolgersi delle umane vicende, cui dà risposte lucide, benché sempre segnate da una visione pessimista, al limite del nichilismo. In questo romanzo, come ho detto, il cuore della narrazione è il commiato.
Il commiato ha stretta parentela con la morte. E la morte è diffusamente presente nell’ultima opera di Balzarro benché essa non sia, a mio parere, la protagonista principale di questo romanzo, quanto piuttosto il pretesto grazie alla quale questo commiato si compie. Scrive Simone Weil, filosofa e matematica, morta a soli trentaquattro anni: giunge nella vita un periodo in cui essa rallenta singolarmente il corso, come se esitasse a procedere o volesse mutare direzione. E’ facile allora, incorrere nella sventura.
Questa frase potrebbe costituire l’incipit della mia recensione. Mancava infatti alla parola commiato, alla parola morte, l’ultima, non per questo meno importante, che è motore delle prime due: la sventura. La sventura batte all’improvviso con il suo tocco delicato e tremendo sulla spalla del protagonista.
L’uomo è un predatore. Ha cinquantacinque anni, un’età nella quale si può cadere nella sventura nel volgere di un attimo. Al momento, Filippo Menfi è un personaggio maturo, dotato di grande fascino. Un personaggio che ubbidisce al solo principio del godimento dal quale ricava gratificazioni che debbono soddisfare in primo luogo se stesso. L’architetto vola di successo in successo, sia nell’ambito della sua professione, sia in quello di consumato dongiovanni.
Filippo coltiva il proprio narcisismo come un’arte, esibendo un’avversione gelida verso qualsiasi ostacolo osi porre limiti alla sua vita di gaudente, fosse anche la notizia della morte di un figlio. Suo figlio, Antonio. La sventura che tocca Menfi ha inizio da qui. Essa non è da collegarsi tanto al lutto per la perdita di un figlio quanto piuttosto all’ impreparazione che lo coglie di fronte a qualcosa d’ inedito, come il dolore.
L’autore fa emergere un ritratto compiuto del protagonista, nel quale bene si coniugano il tema universale del commiato con quello, più accessibile, dell’educazione sentimentale di un maturo libertino. Filippo non sa riconoscere la sventura neppure davanti alla demenza e al successivo suicidio della moglie. Non lo sa perché il figlio non ha rappresentato per lui il centro dell’esistenza. I contatti con Antonio sono sempre stati sporadici, distratti, al limite dell’indifferenza.
In assenza della madre tocca a Filippo prendersi cura di Antonio dopo la sua morte. Deve scoprirne le abitudini, il luogo dove abita - una graziosa villetta sulle colline della città, che egli stesso aveva realizzato e gli aveva donato. Deve venire a contatto con le relazioni che Antonio ha intrecciato nel corso della sua breve vita. Filippo decide di andare ad abitare nella casa che era appartenuta al figlio. In questo modo, per la prima volta, entra nella sua vita. Tocca gli oggetti che gli sono appartenuti, impara ad apprezzarne il gusto, conosce la sua governante, Gloria, una donna dolce e protettiva che lo accoglie con benevolenza. Conosce Barbara, la fidanzata di Antonio, della quale si innamora perdutamente.
Barbara è una sorta di controfigura al femminile di quello che è stato Filippo fino alla morte del figlio. Ha grande fascino ma è dura e spietata. Le armi di Barbara sono quelle che il protagonista conosce alla perfezione avendole maneggiate per lungo tempo. Barbara appare in veste di nemesi . I colpi che Filippo ha inferto alle sue relazioni sentimentali, gli vengono restituiti tutti, senza misericordia. Al centro del dramma che Filippo si trova ad interpretare, ricco di colpi di scena quanto di improvvise , estatiche rivelazioni, c’è il cane che aspettava le stelle. Lara, un bovaro bernese che era appartenuto ad Antonio.
Il vero sodalizio in questo romanzo è quello che avviene tra l’uomo e il cane. Lara è colei che gli apre il cuore, che gli fa intendere il senso atroce della perdita, quella di Antonio innanzitutto ma anche degli affetti che gli sono via via scivolati dalle mani. E’ ancora Lara l’ispiratrice della trasformazione di Filippo da libertino in uomo che sceglie l’esilio dal mondo.
Lei è l’innocenza che si manifesta agli occhi del protagonista grazie all’osservazione del suo comportamento: un modo di agire semplice ma, proprio per questo, non eludibile. Lara gli insegna qualcosa che gli era affatto sconosciuta: l’attesa paziente. Ogni sera il cane si accuccia accanto al cancello della villa e aspetta il ritorno di Antonio. L’affetto per Filippo è fuori discussione ma, a sera, il posto di Lara è accanto al cancello. Ed è ancora Lara la compagna fedele del passaggio all’ombra del protagonista, del suo commiato dal mondo.
Rimane un’ultima figura dalla quale prendere commiato affinché la solitudine di Filippo sia definitiva. Diverse volte egli ha interrogato il cielo. E in questo modo ha interrogato Dio. “Mon Dieu!”, grida il protagonista, che all’Eterno si rivolge nella lingua che era appartenuta a sua madre.
Je suois dèsolé ! Non ci riesco! non riesco a digerire l’idea che l’immane orrore che avvolge la Terra rientri negli inesplicabili progetti di un Dio silente…
…Oui, Mon Dieu, je renonce à ton miséricordieux pardon…
L’ultimo atto del commiato è dunque la rinuncia. Questa rivolta, a mio personale avviso, ha analogie con quella di Lucifero che rinuncia al godimento di Dio per cadere sulla Terra. Rinuncio! Grida l’angelo ribelle. Rinnego la tua assenza, la tua distanza dal mondo e dal suo selvaggio dolore…!
A questo quadro, ormai compiuto, va aggiunto un tassello, uno scritto a margine che, con il tema del commiato, ha indubbi legami: il testamento. Il testamento è, in sintesi, il contenuto della terza e ultima parte del romanzo.
L’originalità di questa appendice della narrazione sta nel fatto che essa è scritta da Filippo Menfi medesimo, essendo tutti i protagonisti del dramma morti o perduti. E, tra questi, la stessa voce narrante. Filippo, cui non è più concessa neppure la consolazione di Lara, che riposa in una piccola fossa ricavata nel giardino, rifiuta di subire la prova dell’estrema vecchiezza (pag. 150, ib). Egli riconosce nel proprio corpo il decadimento che avanza. Spietatamente torna con la mente ai passaggi della sua vita. Dalla giovinezza all’età dell’oro: la maturità. Dice Filippo Menfi: Pare che ci siano esperienze alle quali non si può sopravvivere, e forse non è giusto sopravvivere. Come la morte di un figlio, per esempio… (pag. 148, ib.).
Il suicidio nel mondo occidentale cristiano è considerato la colpa più grave. Non così nella cultura orientale e, in particolare nel Giappone di epoca medievale, ove il samurai che fa seppukku è grandemente onorato.
Morire inginocchiati sotto un albero di ciliegio in fiore. Questa è la somma aspirazione del samurai. Darsi dignitosamente la morte è pure l’aspirazione di Filippo Menfi, un samurai dell’Occidente.
FERDINANDO BALZARRO: Il cane che aspettava le stelle; Sovera ed. 2009-11-21
L’autore nasce a Piacenza ma vive a Bologna. Laureato in scienze motorie, molto famoso quale maestro di arti marziali e recordman mondiale di paracadutismo acrobatico, si è recentemente messo in luce come scrittore grazie ai suoi romanzi di forte impatto emotivo.
Dopo l’esordio con l’autobiografico “Bagliore”, seguiranno “Il sangue e l’anima” (premio Fucecchio 2002), “Plenilunio”, “Il Solista”, “Sabbia”, “Punto vitale” (premio Carver 2005), “Lupo”, “Cuore di diavolo”, “Il Secondogenito” (premio speciale Martina Franca festival 2008; premio Parolesia 2009).
Tutti i romanzi di Balzarro, (tranne Lupo e Cuore di Diavolo editi da “Prospettiva editrice ) sono editi dalla Casa editrice Soveramultimedia di Roma.
Balzarro Ferdinando - Il secondogenito di cir8110
Renata Adamo
Commenti
L?ultimo romanzo di Ferdinando Balzarro, Il cane che aspettava le stelle, non si discosta granché dai romanzi precedenti per lo stile che rimane quello proprio dell?autore. Le pagine sono segnate dalla consueta carica di furore e da una tensione narrativa cui mai egli concede di decantare. Il ritmo della narrazione è quello cui ci ha abituato: un ritmo personalissimo, asciutto e ridondante, allo stesso tempo. Questo romanzo tuttavia segna una svolta nel suo lavoro perché ha per tema il commiato...
(intanto ben ritrovata, e grazie per questo tuo nuovo contributo, Renata!)
Grazie a Te, amico caro, per l'ospitalità che sempre mi offri e dire che è un po' di tempo che non mi faccio viva.
A presto - e ci metto la faccia - con una recensione sul libro "I cani e i lupi di Irene Nèmirovsky.
magnifico renata!
E' sempre un onore averti tra noi.
Stiamo preparando i prossimi speciali 2010: da fine dicembre 2009 a fine dicembre 2010...
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[balzarro] pezzo ripreso su
[balzarro] pezzo ripreso su wiki it, renata! http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Balzarro