James Graham Ballard sta alla fantascienza letteraria come David Cronenberg al cinema horror. Trattasi, in entrambi i casi, di etichette di comodo, appartenenze da circostanziare la cui validità è limitata alla prima parte delle loro carriere. Chi ama il Cronenberg di Crimes of the Future (1970) conosce bene l’effetto del “disturbante sottopelle” a prescindere da qualsiasi resa grafica. Analogamente, le esplosioni di violenza di A History of Violence (2005) o Eastern Promises (2007) frustano lo spettatore come la maitresse di Videodrome (1983): per svegliarlo, non certo per dargli il panem et circenses dei generi di serie B avente l’obiettivo di sfruttare la scopofilia del pubblico senza davvero metterlo in gioco. Orbene, chi ama l’ultimo Ballard (da Un gioco da bambini a Regno a venire) e il Ballard “postmoderno” (o post-dada) dei primi anni Settanta – dal libro-manifesto La mostra delle atrocità al tris Crash-L’isola di cemento-Il condominio – sa bene che l’obiettivo principale dello scrittore di Shepperton è sempre stato offrire un primissimo piano di realtà e di presente, col correttivo di una scrittura dai tratti visionari, o meglio, preveggenti. Ballard non è Burroughs, non gli sono mai interessate le autostrade allucinatorie e le derive lovecraftiane della realtà. Ballard non è un deformatore dell’esistente. È piuttosto un poeta dei tempi moderni intesi come il tardo Novecento, un amante focoso dell’epoca in cui visse e che ha sempre cercato di trasferire sulla pagina – con uno sforzo in più rispetto al classico autore “radicato nel proprio tempo”. Ballard ha sempre cercato di indovinare dove andava a parare il suo (il nostro) mondo, quali cose lo avrebbero sedotto e abbandonato di lì a poco, davanti a quali oggetti e a quali figure si sarebbe incantato. Se guardare avanti mentre si scrive significa essere degli scrittori di fantascienza, allora Ballard lo è stato, così come lo è stato Stanislaw Lem, così come lo sono stati Philip Dick o Robert Sheckley. Sguardi intensi, profetici, sornioni, la cui idea di finzione non è quella puramente avventurosa e favolistica del fantasy o di Guerre stellari, bensì un’elaborazione ragionata del loro qui e ora, con tanto di stoccate sociologiche e intuizioni spesso, e purtroppo, destinate ad avverarsi. Proprio perché la fantascienza con la effe maiuscola è il giornale di René Clair in Avvenne domani (1944).
La produzione letteraria di Ballard si dipana in racconti, romanzi, articoli e piccoli saggi, come il famoso Qual è la via per lo spazio interno? (1962). La fortuna del Ballard autore di fantascienza è esplosa negli anni Sessanta grazie sia ai racconti pubblicati su riviste come «New Worlds», sia a romanzi quali Il mondo sommerso (1962) e Foresta di cristallo (1966), per poi prendere una direzione inattesa nel 1970 con La mostra delle atrocità, che in termini letterari equivalse al gesto di Bob Dylan in quel di Newport, quando attaccò la spina davanti a una folla attonita (e imbufalita). “Simili a spiccioli nel gran tesoro della narrativa, ai racconti accade sovente di venire trascurati accanto alla profusione di romanzi disponibili, sopravvalutata moneta che spesso si rivela falsa. Ai livelli eccelsi cui l’hanno portato autori come Borges, Bradbury e Poe, il racconto è invece coniato in metallo prezioso, un aureo fulgore che non cesserà mai di ardere nel cuore della vostra fantasia” – così comincia la prefazione dell’autore a questa antologia di racconti, che ci restituisce la primissima produzione ballardiana, con l’eccezione (ben accetta) del racconto giovanile The Violent Noon (1951), di argomento poliziesco. Che dire dei ben 29 testi che vanno a comporre il libro, tutti usciti originariamente su «Science Fantasy» o «New Worlds». Per banale che possa suonare, sono i primi passi di un gigante della letteratura innamorato di un genere – la fantascienza – ma ancor più innamorato dell’idea di sperimentare passo dopo passo, di fare di ogni racconto un banco di prova e soprattutto di evitare come la peste le tante ovvietà del genere: alieni, guerre dei mondi, profondità del cosmo e colpi di scena di bassa lega. L’alterità a tutti i costi e gli effetti speciali non abitano da queste bande, e al loro posto troviamo panorami vagamente famigliari, a volte desolati, più spesso urbani, in cui il quid fantascientifico è dato da singoli elementi che (ancora) non rientrano nel nostro quotidiano. I “temporizzatori” che scandiscono le giornate degli abitanti di Cronopoli, le piante canterine e le statue sonore di Vermilion Sands, le case psicotropiche de I mille sogni di Stellavista, i superpoteri inquietanti dell’Uomo sovraccarico e de Il signor F. è il signor F., fino all’astronave di Tredici verso Centauro, che viaggia in un eterno Truman Show.
Entrare troppo nel dettaglio dei singoli racconti equivarrebbe ad ammazzare la gallina dalle uova d’oro, poiché in ognuno di essi pulsa un’idea. In questa sede vale tuttavia la pena notare che sebbene il primo racconto in ordine di composizione sia Passaporto per l’eternità (1955), il primo in assoluto a essere apparso su una rivista di SF è Prima Belladonna, capitolo numero uno del ciclo di Vermilion Sands, che beneficiò di una raccolta nel 1971 molto amata dal pubblico. “Ormai nessuno viene più a Vermilion Sands, e immagino che pochi ne abbiano sentito parlare. Ma dieci anni or sono, quando Fay e io andammo ad abitare al numero 99 di Stellavista, poco prima che il nostro matrimonio naufragasse, la colonia veniva ancora ricordata come ex luogo di villeggiatura di stelle del cinema, ereditiere criminali ed eccentrici cosmopoliti in quegli anni favolosi prima dell’Intervallo. Certo, le astruse ville e i palazzi finti erano in gran parte vuoti, gli immensi giardini invasi dalle erbacce e prosciugate da tempo le piscine su due livelli, e quel luogo stava degenerando come un luna park abbandonato, ma dalla bizzarra stravaganza che ancora vi aleggiava era facile capire che i giganti se ne erano andati da poco” (I mille sogni di Stellavista, p. 451). Mai incipit fu più chiaro nel descrivere un classico luogo ballardiano, che pare nato dall’ibridazione impossibile di Viale del tramonto (1950) e Mulholland Drive (2001), con tanto di stranezze degne di Twin Peaks o del Pasto nudo. Un luogo, come sottolinea giustamente Antonio Caronia nella sua fondamentale postfazione, che Ballard riprenderà negli anni Novanta declinandolo nei villaggi vip di Cocaine Nights e Super-Cannes. Sono ben cinque i racconti ambientati a Vermilion Sands in questo volume (Prima Belladonna, Il sorriso di Venere, Studio 5, Le Stelle, I mille sogni di Stellavista e Le statue canore) e da soli, come suolsi dire, valgono il prezzo del biglietto. Per il resto notiamo un Ballard molto attratto dalla musica classica e dall’opera, intento a sviscerare i segreti del tempo e del sonno, già stupefacente nell’arte di “chiudere” con una frase da incorniciare e sulla buona strada per modellare personaggi altrettanto memorabili, che attraversano le pagine in preda a una curiosità che molto spesso uccide il gatto. Un Ballard con i testa i dipinti di Delvaux e Mondrian e una voglia, ahinoi, ancora trattenuta di investire le icone dell'epoca con le sue vetture narrative. Ne L’assassino gentile, con l’incoronazione del fittizio sovrano Giacomo III, ci va vicino, ma solo a partire dal pamphlet Why I Want To Fuck Ronald Reagan (1968) si assisterà a una totale perdita di freni inibitori in merito.
Tutti i racconti 1956-1962 è una lettura di rito per chi, almeno una volta nella vita, si è imbattuto in Ballard scambiandolo per un filosofo o un guru delle “autostrade spinali”. Vi si trovano invenzioni spassose come le “agenzie di sogni” di Passaporto per l’eternità (una per tutte: New Futures, Inc.), descrizioni degne di Crash (“con un profondo sospiro metallico” si legge a pagina 549, durante Prigione di sabbia) e racconti di indubbia solidità come Cronopoli, I pazzi o Le torri d’osservazione. La traduzione di Roldano Romanelli è molto buona, anche se in vista della prossima ristampa andrebbe riletta, magari solo per correggere un vistoso “claxon” nella penultima pagina dell’ultimo racconto, quando nell’ultima si legge giustamente clacson. Uno stonato granello di sabbia che si perde subito tra le seducenti dune di Vermilion Sands, l’immaginario presente ballardiano in cui naufragare è dolce, dolcissimo. Obbligatorio.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
James Graham Ballard (1930-2009) è nato a Shangai e dopo mille traversie ha messo su casa a Shepperton, UK. In vita ha creduto a molte cose, arrivando a farne una
lista. L’ultimo capitolo di
Miracles of Life (2008) è indimenticabile.
“Tutti i racconti 1956-1962”, Fanucci, Roma, prima edizione ottobre 2003. Nuova edizione nella Collezione ventesima: gennaio 2011.
Traduzione di Roldano Romanelli.
“The Complete Short Stories (Vol. 1, 1956-1962)”, 2001.
Simone Buttazzi, gennaio 2011.
Commenti
[ballard] si-mo-ne! tutto
[ballard] si-mo-ne!
tutto BALLARD in Lanke: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?B/Ballard+James+Graham
[tutti i racconti di BALLARD]
[tutti i racconti di BALLARD] e poi, da qui in avanti...
RACCONTI, ultime attestazioni in Lanke: http://www.lankelot.eu/Racconti
FANUCCI, ultime attestazioni in Lanke: http://www.lankelot.eu/Fanucci
[ballard] articolo
[ballard] articolo spettacolare. Domani torno a commentare. intanto: GRAZIE.
[chi è Ballard] ce lo spiega
[chi è Ballard] ce lo spiega Simone: "Ballard non è Burroughs, non gli sono mai interessate le autostrade allucinatorie e le derive lovecraftiane della realtà. Ballard non è un deformatore dell’esistente. È piuttosto un poeta dei tempi moderni intesi come il tardo Novecento, un amante focoso dell’epoca in cui visse e che ha sempre cercato di trasferire sulla pagina – con uno sforzo in più rispetto al classico autore “radicato nel proprio tempo”
> e ce lo spiega alla grande.