Azzola Eugenio

La quinta felicità

Autore: 
Azzola Eugenio

Basaglia e i suoi seguaci hanno cambiato definitivamente le condizioni di vita dei matti, ma non hanno sconfitto la pazzia col solo negarne l'esistenza. Al limite, hanno contribuito ad addormentarla, periodicamente, con gli psicofarmaci. La legge grida che di pazzia non si può parlare, perché la pazzia di un individuo è questione sociale e culturale; e allora, ecco che irregolarmente spuntano fuori documenti letterari che raccontano l'oscuro mondo dei matti dopo questa riforma nemica dell'intelligenza, criticata nel momento soltanto da poche menti limpide e solari come quella di Tobino.

Qualche anno fa, l'esordio di Claudio Morici, “Matti slegati”, aveva illuminato diverse zone d'ombra: accompagnando l'artista romano al termine della sua esperienza da psicologo. Adesso, apprezziamo l'esordio di Eugenio Azzola, cittadino che scopre cosa abbia significato la Basaglia e come stiano i pazienti del fu manicomio di Trieste. Non è un dottore, è un giovane obiettore di coscienza; non si direbbe un autore di formazione letteraria, ma potrei sbagliare. Il risultato è un romanzo breve – una sorta di memoir – dal sapore documentaristico, niente affatto propagandistico; non tobiniano, né basagliano. Umano. Azzola si ritrova tra l'umanità che soffre e si limita a soffrire assieme a ogni paziente, sostenendolo e cercando di decifrare il suo dolore, osservando con incredulità e tenerezza ogni cosa. L'esperienza termina in coincidenza con la conclusione del suo servizio civile – con tanto di insulti dalla madre borghese di un paziente – lasciando un segno incancellabile nella psiche dell'autore.

***

La quinta felicità è quella degli psicofarmaci. Che hanno addomesticato la pazzia, addormentandola a comando, disumanizzando il malato. Dopo dieci giorni nella casetta Eugenio sente che sia passata un'eternità. È un obiettore che s'è ritrovato in quel che rimane del manicomio senza nemmeno accorgersene, e senza potersi opporre. “Un tempo – scrive – era un luogo di ricovero. Oggi non saprei dire, è un luogo dove c'è qualcosa. È meno intricato di un bosco ma più selvaggio di un parco. Più aperto di un ospedale ma meno libero di casa propria. Meno confinato di un'isola ma più isolato di un villaggio. Sembra davvero di trovarsi in un posto molto lontano, anche se siamo in mezzo alla città” (p. 36).

C'è Laszlo da Zara, austero, a volte catatonico di fronte alla Tv. Se la fa sotto in doccia, quando riesce a liberarsi. È intollerante e razzista; si dà arie da signore, ma un tempo era operaio tornitore. Viene da una terra perduta – sciagurata sorte dei dalmati, dei fiumani e degli istriani – e quella si direbbe essere la sua ossessione. Se lo pettini, e domandi dove vuole la riga, risponde: “A Zara”. Quando è contento, parla di Zara, Dalmazia. Indovinare le ragioni della sua pazzia non è difficile. Basta domandare agli operatori triestini qualche storia delle condizioni mentali degli esuli, o dei loro figli: se non ricordo male, le istriane erano prime nella triste classifica dei suicidi, nel secondo Novecento.

C'è Gä, ragazzo dai capelli grigi, braccia penzolanti, che esce di stanza sporco di sangue e di merda. Ama le bevande scure e il pane. Ruba biscotti e dorme appena può, limitando al minimo le interazioni. C'è Esa, che va in crisi pestando chi gli passa di fronte, cantando una sua versione di “Tutti Frutti” di Little Richard; si sente vivo mentre alza le mani, o mentre si ritrova picchiato. Anni prima era capace di rovesciare televisori per terra – adesso, soltanto telecomandi. Ama il nascondino. Ogni tanto, i genitori passano a trovarlo. Ogni tanto prende e dà baci alle persone che gli stanno simpatiche. La famiglia è stata soffocante, ma non si direbbe sia l'unica causa del suo male.

C'è Andò, senza denti e senza più dentiera, che riesce a dare una mano agli operatori, ogni tanto: rifà i letti, accompagna i malati al gabinetto, pulisce per terra. A volte ha bisogno di toccare le persone. Ha spesso mal di pancia, la mamma è preoccupata. Le analisi non danno risposte. C'è tutta una variopinta umanità, tra operatori ed ex internati, che sopravvive a sé stessa, maledicendo la vita e consolandosi con qualche esperienza minima – un cinema, una passeggiata, un viaggetto. La galleria gericaultiana di volti dei matti è, come sempre, impressionante.

Come ci si sente a star dietro ai pazienti? Azzola è molto chiaro: “Certi giorni potrei stordimi da quanto mi sento utile. Taglio barbe e capelli, lavo dentiere, rifaccio letti, guido il pulmino nel traffico delle undici. C'è ancora da fare il pranzo e nessuno potrà prepararlo se io non arrivo con i viveri, e porto dentro i cartoni stracolmi di spesa, cucino, servo tutti a tavola. Se in quei momenti non ci fossi io, si fermerebbe tutto, proprio così. Un'espressione diffusa in quest'ambiente è 'svuotare il mare con un cucchiaio'. Sento che quando me ne andrò non resterà nulla di questo mio essere stato indispensabile. Prima di me tutto procedeva allo stesso modo, e dopo di me qualcun altro verrà. Non sono insostituibile. Mi pesa ammetterlo” (p. 60).

Azzola dimentica di raccontare una questione importante – ossia, il comportamento delle famiglie. Annota qualche visita, qualche comportamento sgradito e sgradevole, ma nel complesso non sembra dar peso al trauma e alla sofferenza dei parenti, prime vere vittime della Basaglia. D'altra parte, pare essere entrato nel mondo della malattia mentale senza adeguata preparazione; allude a qualche vaghissimo discorso ascoltato in famiglia, censurato da un pudore incomprensibile. Forse, sarebbe bastato un mese di buone letture – da Tobino a Morici, da Brewer a Kesey, e poi indietro, diciamo Lombroso e Morgenthaler – per delineare un quadro del falso mito dell'inesistenza della pazzia, e delle ragioni diverse – umanitarie e ideologiche – della riforma basagliana. Però, se si fosse presentato preparato, a quest'esperienza, non sarebbe stato così deliziosamente naif e popolare, ingenuo e gentile. Sarebbe stato attento a tutto, pronto a comparare intelligenze diverse e pensieri differenti prima di ogni osservazione e interazione con l'ambiente. Per questa ragione, trovo magnificamente opportuno che nessuno abbia barato, né l'autore né l'editore, nel confezionare l'opera. Sono i fogli di carta di un diario di un giovanotto, scritto qualche anno fa (c'è ancora la lira), che meritavano di essere dati alle stampe – con tutto il poderoso carico di innocenza, di rimossa o secondaria triestinitas, di assoluta impreparazione ai neo-manicomi.

Scrive Peppe Dell'Acqua, nell'introduzione: “A settembre del 1980 l'ospedale psichiatrico di Trieste chiude. Il grande parco comincia a inselvatichirsi. Dei 1200 internati pochi restano ad abitare i reparti ancora in uso. Negli anni a venire saranno sempre meno. Quasi vent'anni dopo, quando Eugenio Azzola, pacifista e obiettore, entra per la prima volta, il parco è abbandonato (…). Tutti quelli che sono restati hanno vissuto gli anni d'oro del manicomio. Non abitano più i reparti ma gli appartamenti che furono dei direttori, dei primari, degli infermieri” (p. 3)

... e forse s'avvicina il tempo di restituire quegli appartamenti ai dottori e agli infermieri, ripristinando i giusti equilibri, tornando a nominare senza paura la parola “pazzia”. Trattando con umanità e fermezza gli internati, rifiutando ogni violenza non sia difensiva, studiando il mistero dell'anima e della mente umana per quel che è – non certo una questione politica, né psicofarmaceutica.

 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Eugenio Azzola, pacifista e obiettore di coscienza, scrittore italiano. Questa è la sua opera prima.

Eugenio Azzola, “La quinta felicità”, Stampa Alternativa, Viterbo 2009. Prefazione di Peppe Dell'Acqua.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2009.

ISBN/EAN: 
9788862220620

Commenti

scopriamo l?esordio di Eugenio Azzola, cittadino che scopre cosa abbia significato la Basaglia e come stiano i pazienti del fu manicomio di Trieste. Non è un dottore, è un giovane obiettore di coscienza; non si direbbe un autore di formazione letteraria, ma potrei sbagliare. Il risultato è un romanzo breve ? una sorta di memoir ? dal sapore documentaristico, niente affatto propagandistico; non tobiniano, né basagliano. Umano.

"non sembra dar peso al trauma e alla sofferenza dei parenti, prime vere vittime della Basaglia."
> è evidente che è stato coinvolto più dai pazienti che dalle famiglie, visto che con i matti è rimasto a contatto per il periodo dell'obiezione. Inoltre, io dico che le prime vittime sono stati i pazienti, ci sono famiglie che i matti se li "dimenticavano" in manicomio, senza andare mai neanche a trovarli. Neanche questo è giusto. Il problema è enorme e pressante: certi manicomi erano indegni e dunque non devono esserci mai più, i malati fuori in balia di sè stessi sono un'emergenza pesantissima proprio per le famiglie. Tobino parlava bene e dev'esser stato un buon primario psichiatra.
*
Sarebbe da consultare anche Vittorino Andreoli, lo psichiatra veronese, adesso è in pensione anche lui mi pare, ma tra i matti ha passato la vita.

http://www.libreriauniversitaria.it/uomo-folle-terza-via-psichiatria/lib...
ha una bibliografia enorme, tra l'altro anche Il matto di carta, La follia nella letteratura. Un po' mi sono persa tra i titoli.

ti andrebbe di presentarci qualche suo libro?
Io ho in programma testi un po' diversi, restando fedele all'argomento (vedrai in queste settimane;) ) e mi pare di avere un solo libro di VA in casa - non ricordo nemmeno dove sia nascosto, tra i 300 arretrati :).

"? e forse s?avvicina il tempo di restituire quegli appartamenti ai dottori e agli infermieri, ripristinando i giusti equilibri, tornando a nominare senza paura la parola ?pazzia?".

Ancorché pazzia sia un termine troppo vago e onnicomprensivo. I disturbi della mente sono classificati in rigide e distinte categorie, e dovrebbero essere curati ognuno in modo specifico. Purtroppo questo è accaduto di rado in passato, e ancora oggi l'approccio dei professionisti (medici-psicologi)alla malattia mentale lascia molti dubbi in merito.

Basaglia e i suoi seguaci hanno cambiato definitivamente le condizioni di vita dei matti, ma non hanno sconfitto la pazzia col solo negarne l?esistenza. Al limite, hanno contribuito ad addormentarla, periodicamente, con gli psicofarmaci.

Eh....
Dietro quel PERIODICAMENTE c'è tutto un mondo lacerante di cui si tace.
Chiudere gli occhi di fronte alla pazzia, non la cancella. La Basaglia non ha affatto fornito la soluzione adeguata. Era necessario trasformare l'inferno dei manicomi, non eliminarli.
Concordo pienamente con la tua considerazione finale.

(di Tobino ho letto anche una raccolta di racconti, ma non c'è paragone con "Gli ultimi giorni di Magliano")

Certo che la legge Basaglia ha fallito. Una cosa però l'ha fatta.
Quella di evitare di far internare chiunque con risibili giustificazioni. la violenza, soprattutto nei confronti delle donne, trova un ampio spazio di prove e storie che documentano questo nello studio dettagliato del Dott. Veroli che fu per tanti anni direttore dell'ospedale psichiatrico di Macerata. Se volete alla prossima mia andata chiederò di fotocopiarmi il testo o se ancora si trova lo acquisterò. l'ho letto a casa della mia insegnante l'estate scorsa ed è veramente squassante, doloroso e vero. Non conosco e non voglio parlare per partito preso ma la Merini ( qualsiasi fossero le sue condizioni) è stata sottoposta a torture indegne e inutili.
Concordo che si debba fare molto di più ma la realtà prima della Basaglia era tragica. Per quanto tratta i parenti non posso generalizzare. Chi ama , ama e ama sempre altrimenti niente e allora soprattutto in casi gravi ci si allontana , si abbandona, si dimentica. Sono tutte storia estremamente personali.

4 Attualmente sono in possesso di sue soli libri di Andreoli: Cronaca dei sentimenti, che è il suo diario di un anno, e Il lato oscuro, che parla di vari casi di delitti italiani tra i più efferati. Il problema è che è un periodo turbinoso, mi sono imbarcata in un po' troppe cose.....e troppe m'interessano

un'altra considerazione sulla scia di quelle di Patrizia: nei manicomi spesso finivano persone non realmente ammalate, ma magari solo un po' diverse dal solito o scomode, delle quali si preferiva liberarsi. Il manicomio era una gabbia e un buon sistema per dimenticarsele.

10 - non so dirti: non del tutto. Non in assoluto. Non ho vissuto quelle epoche storiche e non credo esistano serie testimonianze storiografiche in proposito. Certo è che la vicenda di 1 (uno) letterato italiano, Campana, questo fa pensare. Ma non quella di Manganelli, per dire. Insomma, questione non semplice da storicizzare senza fonti alle mani.

Stando a Tobino, altro che gabbia: i primi a esultare per le guarigioni erano, ovviamente, i dottori.

per alcune esperienze personali e di lavoro, ho girato in alcuni di quei luoghi che si sono sostituiti ai manicomi. strutture, quelle che ho visto, dove erano "ospitati" (perchè oggi si suole dire così) pazienti non "estremi", fra i quali molti ragazzi, alcuni dei quali anche arrivati a brillanti risultati nel campo scolastico. la situazione era, in molti dei posti che ho visto, molto curata esteticamente ma di profondo abbandono. di solitudine completa. il problema, a mio parere viene poi acuito, dal personale che se ne occupa, che sembra essere libero di poter scatenare in quei luoghi tutta la propria vocazione alla Salvezza, spesso venata da becero spirito cristiano. Particolare impressione mi facevano coloro che proponevano attività alternative, fra le quali danza, musica, pittura e ti accorgi che i veri dementi sono coloro che stanno proponendo quelle cose. Dei falliti malati di protagonismo. Pensate che avevano proposto a me e a un'altra ragazza di sistemare tutto il patrimonio librario del posto, cercando di coinvolgere le persone. Era una cosa assurda e infatti fu un totale fiasco.

Spesso la lettura di questi libri, di queste menti illuminata, spesso torturate, ospedalizzate, corrode la percezione della relatà di quei luoghi, della difficoltà reale che nasce quando ci si scontra con la malattia. Cos'è malattia e cosa non lo è?

Lo scrittore ha la capacità di descrivere quel mondo ma è sempre un mondo filtrato dalla mente, dal "genio", di una persona diversa fra gli altri internati.

12, spirito cristiano o ultra basagliano, amice:).
Ma è una questione vecchia e tutt'altro che risolta, e degna di progressivi studi e meditazioni da parte di noi tutti.
Personalmente, farò tutto il possibile per restituire luce a ogni singola opera di Mario Tobino. Comincio a breve, ho comprato il MERIDIANO ad hoc. Tobino deve tornare al suo posto, nel dibattito, e subito. Assieme a tutte le sue denunce.

13. Esatto.
Figurati che io ero tornato sul Lombroso, per raccapezzarmi...

14. Esatto. Siamo sulla stessa linea d'onda.

quello di cui vi parlavo sopra, è all'archivio di storia di macerata. Se riesco vorrei averne fotocopia. Ci sono proprio lettere autografe di malati che chiedevano di uscire e raccontavano la loro storia e di medici che scrivevano d'accordo con chi aveva chiesto l'internamento.
Chiaramente si dovrebbe far luce su tutto.

"becero spirito cristiano."> ti prego di moderare i termini, penso si tratti di spirito cristiano mal interpretato o travisato, non mi pare che il vero spirito cristiano sia "becero" per definizione. Nè che goda nel trattare in modo non adeguato queste persone o si basi su un inopportuno protagonismo.

12 Di Tobino ho la trilogia di Magliano, La ladra e Il figlio del farmacista, ho pure fatto l'iterazione di un esame su di lui all'Università. Mi è sempre rimasto caro....ma tu sei molto più veloce di me a leggere, io sono presa anche da lavori "fisici" e soprattutto ho diversa gente cui badare. E magari esco pure qualche volta! :)

18, :). Anch'io, ma ho una velocità anomala nella lettura, a questo punto è ufficiale e ne prendo atto con semplicità. Ciò detto, prima o poi - ho una dozzina di testi, prima, senza considerare i lavori
altri oltre a quelli "ufficiali" in Castelvecchi, da giostrare - Tobino lo ripresento integralmente, promesso. Se riesci a intervenire sui cinque che nomini, magnifico:)

Caro Gianfranco, seppure in ritardo (ho scoperto lankelot ieri notte) ti ringrazio molto per la tua sintesi equilibrata e attenta, oltre naturalmente al fatto (per nulla scontato) di esseri interessato al mio lavoro.

Premesso questo, vorrei dire la mia su alcuni aspetti:
-"La quinta felicità è quella degli psicofarmaci." di sicuro, ma non solo. E'anche lo sconcertante patromonio di poesia, semplicità e umorismo che i matti mettono in campo, quasi fosse un braccio teso verso i "normali". Anche l'inesperto obiettore ne ha goduto.
-"L?esperienza termina in coincidenza con la conclusione del suo servizio civile": il libro termina, ma poi ho lavorato lì altri cinque anni.
-"dimentica di raccontare una questione importante ? ossia, il comportamento delle famiglie": quel poco che ho potuto vedere è lì. Le visite stile ospizio, qualche passeggiata, gli insulti del padre di Esa, la gentilezza della sorella di Laszlo... Ma in ogni caso quante altre cose ho dimenticato? Non è un reportage, un documento, un saggio, un inventario... La materia plastica si è raffereddata nello stampo di quei mesi e ha preso la forma di questo libro.
-"pare essere entrato nel mondo della malattia mentale senza adeguata preparazione": è appunto la storia di una scoperta, dell'ingresso in una terra nuova. Chi può conoscere qualcosa prima di conoscerla? Certo "ogni uomo è tutti gli uomini" e quindi si può capire molto del "diverso" partendo dal proprio patrimonio umano di base. La preparazione tecnica e specifica può venire dopo ed è necessaria ma non sufficiente.
-"Forse, sarebbe bastato un mese di buone letture": conosco Tobino, per gli altri cercherò di aggiornarmi. Non leggo un libro per scriverne un altro, anche se è vero che ogni lettura informa prima o dopo ciò che si scrive. Certo sarebbe bello poter leggere tutto quello che ne vale la pena. Se posso, vorrei ringraziare Goffredo Parise (e i "Sillabari"), uno dei miei padri, che a quel tempo leggevo e rileggevo.

Grazie ancora, un caro saluto

Grazie a te, Eugenio, per aver condiviso le tue esperienze e le tue sensazioni post-lettura dell'articolo, e per aver chiarito molti aspetti che, complice forse l'edizione, restavano oscuri.
Posso dirti questo:
* grazie, in primis.
* "normali" tra virgolette è una scelta che non so quanto condividere, proprio perché ho visto la pazzia con i miei occhi, dentro casa, e ho imparato a riconoscere la differenza. Ma capisco il tuo slancio, umano ed empatico. Nobile.
* Altri cinque anni di esperienza? Allora è quello il libro da scrivere. Baraghini ti sosterrà, ne sono convinto.
* Sulle famiglie, servirà un saggio completo di dati e di interviste. E' molto complicata, la questione. E tutt'altro che trascurabile, purtroppo.
* Quanto a Parise... è un artista inspiegabilmente accantonato, in questi anni. Soltanto "L'odore del sangue" ha avuto spazio, nonostante le riedizioni adelphiane. E' bello che tu venga a ricordarlo.

Grazie ancora, a quando vuoi.
E salutami Trieste. Io ho casa e parenti a pochi passi da Miramar.

13. "Spesso la lettura di questi libri, di queste menti illuminata, spesso torturate, ospedalizzate, corrode la percezione della realtà (...)

(René Magritte - Ceci n?est pas une pipe) Non è una pipa, è il dipinto di una pipa... La rappresentazione non è la realtà. Per il resto tutti dovrebbero fare almeno un'esperienza diretta di volontariato con chi sta peggio di loro, e conquistarsi la loro "percezione della realtà".

22. Giusto. (Andrea ne ha fatte.)

14. "Lo scrittore ha la capacità di descrivere quel mondo ma è sempre un mondo filtrato dalla mente, dal ?genio? (...)"

Se chi tenta di scrivere qualcosa deve sentirsi dare del "genio" fra virgolette, è meglio che non scriva più...
Non sono un genio, ma Eugenio sì, e allora provo a unire il mio filo di voce alla grande tessitura delle voci di chi ha bisogno di descrivere le cose della vita, e farle leggere agli altri.

23. Sì, l'avevo capito. Non dicevo che non ne ha fatte.

"normali".. già. Famoso lo slogan "Da vicino nessuno è normale" ricordiamolo qui.
Non sono più a Ts da qualche anno, vivo in Austria. Ma te la saluto appena ci torno. Ciao, a risentirci qui o altrove!

ciao, un abbraccione.
e grazie ancora per questi tuoi ottimi commenti.

(viva l'à e po' bon allora! Sei tornato nella patria degli avi...)

Presentazione del libro 'La quinta felicità' a Finisterre

20/07/2009

Genova. Lunedì 20 luglio 2009 alle 18 presso la libreria Finisterre sarà presentato il libro La quinta felicità di Eugenio Azzola.

Sarà presente l'autore, con accompagnamento musicale di Francesco Bertolini.

L'evento è in occasione della Settimana dei diritti.

Prefazione del libro
Eugenio comincia il servizio civile e il suo racconto in un luogo sospeso, magico, misterioso. Non c'è più il manicomio, la città non c'è ancora. Deve occuparsi, con altri giovani come lui, dei cinque bambini che abitano la casetta, un edificio che in passato ricoverava gli infettivi, una sorta di lazzaretto dentro le mura del manicomio. I bambini della casetta sono in realtà uomini adulti che ora abitano insieme e condividono decenni di malattia, istituzioni, storie, abbandoni. L'incontro di Eugenio e dei suoi compagni non poteva prescindere dal mettere in gioco il proprio corpo. Sembrano drammatici e violenti i corpo a corpo che accadono nella casetta. Sembra insostenibile la confusione che alimenta la vita sconnessa e improbabile di quelle cinque persone, intollerabile il mescolamento e la convivenza. Ma è proprio da qui che si produce il senso di un'esperienza, di un percorso, di un'esistenza.
(a cura di Peppe Dell'Acqua)

Per informazioni
Libreria di viaggi Finisterre
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Tel. 010 2758588
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