Autori Vari

Dutschke a Praga

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«Nel 1918, tanto per cominciare da questa data, i consigli dei lavoratori e dei soldati tedeschi conquistarono la giornata lavorativa di otto ore. Nel 1967 le nostre operaie, i nostri operai e i nostri impiegati non lavoravano che quattro o cinque miserabili ore in meno alla settimana. E ciò malgrado il gigantesco sviluppo delle forze produttive e delle conquiste tecnologiche, sviluppo che in realtà avrebbe potuto consentire una grandissima riduzione dell’orario di lavoro».

Rudi Dutschke, detto Rudi il Rosso, è morto nel 1979 ad Aarhus, in Danimarca, all’età di trentanove anni. Nel 1961 si era trasferito nella Germania Ovest per poter frequentare la facoltà di sociologia della Libera Università di Berlino, diritto negatogli ad Est per la sua reticenza a prestare il servizio militare. Qui aderisce nel 1963 al gruppo Sovversive Aktion, confluito successivamente nel 1965 nell’SDS, l’organizzazione degli studenti socialdemocratici tedeschi a sfondo anarchico rivoluzionario, della quale diviene a breve uno dei principali leader assumendo il comando dell’ala antiautoritaria.

Nutritosi degli insegnamenti di Marx, Mao ed Herbert Marcuse, Dutschke matura in questi anni una critica perentoria nei confronti della società tedesca, corrotta perché incapace di distribuire equamente il benessere derivato dall’ondata capitalistica americana dell’immediato dopoguerra. Mosso da tali ideali, guida violente manifestazioni nelle città di Berlino, Amburgo e Norimberga, sferrando dure accuse al monopolio giornalistico di Alex Springer. L’11 aprile del 1968 si salva miracolosamente da tre colpi sparatigli a bruciapelo da un esaltato filonazista, Joseph Bachmann. A seguito dell’attentato, il passaggio prima a Londra per proseguire gli studi (città che deve presto lasciare perché inviso dal governo inglese), quindi in Danimarca. Torna successivamente all’attività politica, svolgendo un ruolo determinante nell’opposizione al governo comunista nella Germania Occidentale e nella formazione del nuovo partito dei Verdi che sarebbe stato fondato nel 1980, a pochi mesi dalla sua morte. Nel periodo più intenso della militanza anarchica Dutschke mette in mostra una indiscutibile capacità oratoria. Dalla lettura dei suoi saggi è possibile osservare con coscienza libera e intransigente la Germania capitalista, lo strapotere mediatico di Alex Springer, le contraddizioni interne alla nuova sinistra e il disorientamento ideologico dei gruppi extraparlamentari.

Gli accesi dibattiti con Jürgen Habermas, le interviste rilasciate alle televisioni tedesche, i cortei, gli scontri armati, tutto si trasforma in leggenda l’11 aprile del 1968. A seguito dell’attentato, da studente ribelle Dutschke diviene uno dei simboli principali della contestazione giovanile della Germania e dell’Europa. In Italia il fenomeno Dutschke è colto, tra gli altri, anche dalla casa editrice De Donato di Bari, che decide di reperire tutto il materiale disponibile per pubblicare una raccolta da far uscire in tempi strettissimi. Il risultato è Dutschke a Praga, uscito a settembre e inserito al numero quindici della collana Dissensi, con la traduzione dei testi dal tedesco di Herma Trettl.

L’opera rientra in quella strettissima cerchia editoriale che ha catturato nell’immediato del ’68 il caso Dutschke. La stessa operazione è stata condotta infatti dalla Feltrinelli (U. Bergmann, R. Dutschke, W. Lefèvre, B. Rabhel, La ribellione degli studenti, Feltrinelli, Milano, 1968, pp. 270) e dalla Sugar (AA.VV., Lettere a Rudi Dutschke, Sugar, Milano, 1969, pp. 141). «Lo scontro sembra concentrarsi intorno alle seguenti posizioni […]: rifiuto di ogni incondizionata adesione a uno dei due campi in cui è diviso il mondo; particolare attenzione agli aspetti sovrastrutturali della lotta rivoluzionaria; opposizione radicale ad ogni tipo di autoritarismo (anche quello meramente organizzativo, del partito); sfiducia nella dialettica parlamentare e tendenza a spostare il conflitto sul piano extraparlamentare; tensione utopistica, in cui si esprime il distacco da cinquant’anni di Realpolitik del movimento rivoluzionario; sfumatura anarchica delle aspirazioni umane, sociali, estetiche; ricerca di una nuova definizione della società socialista, che conceda più spazio alla libertà, alla fantasia, alla creatività individuale e collettiva; recupero di una visione «aperta» della storia».

Con queste parole l’editore De Donato presenta Rudi Dutschke nella premessa al libro. Il testo risente sensibilmente della situazione di stallo creatasi attorno al caso Dutschke dopo i fatti dell’11 aprile 1968. «Non sappiamo quali novità ci riservi l’imminente apertura dell’anno accademico (e politico), né in che misura abbiano inciso sugli orientamenti ideali della gioventù tedesca e mondiale le non poche sorprese di questa estate. In ogni caso, una documentazione (meglio: una registrazione) del pensiero del più rappresentativo tra i dirigenti del movimento giovanile tedesco ci è sembrata utile. Specie tenendo conto dei nuovi orizzonti cui ci stiamo forse affacciando, e del carattere compiuto, forzatamente compiuto, che questo pensiero ha tragicamente assunto».

Alla premessa seguono otto capitoli divisi tra saggi, interviste e confronti teorici. Il primo saggio è dedicato all’incontro con Jürgen Habermas, nel corso del quale Dutschke offre uno dei contributi più importanti dal punto di vista teorico. Lo scontro avviene in occasione del Congresso di Hannover. Dutschke traccia le linee guida del proprio pensiero politico e si difende dall’attacco di Habermas che lo accusa di essere a capo di un movimento fascista di sinistra. Già in questo periodo Dutschke è considerato un personaggio altamente scomodo. Lo stesso Istituto per le Ricerche Sociali di Francoforte, del quale Habermas diviene esponente di spicco a partire dal 1964, si mantiene distante nei suoi confronti, eccezion fatta per Herbert Marcuse che con il Rosso stringe invece un forte legame di stima reciproca. Di Dutschke gli intellettuali della nuova sinistra, quelli che puntano ad una rivisitazione eterodossa dei principi marxisti, temono l’impatto dirompente sulle masse e gli espliciti appelli allo scontro fisico e alla violenza.

Nel corso dell’opera il pensiero politico di Dutschke, la sua idea di società nuova, le sue convinzioni come i suoi dubbi vengono analizzati con dovizia di particolari, attraverso una presa diretta con i suoi discorsi, i suoi gesti, le sue parole. Dalla protesta per l’intervento militare americano in Vietnam («Il popolo vietnamita ci impartisce quotidianamente una inesauribile lezione di spirito di sacrificio, di perseveranza e di umanità rivoluzionaria nella lotta contro il rappresentante mondiale dell’oppressione e della repressione»), ai duri attacchi ai giornali del magnate Springer («Penso che l’espropriazione del gruppo Springer sarà appoggiata anche da strati piuttosto larghi della popolazione. Per noi questo punto è una cinghia di trasmissione strategica tra studenti e altri strati della popolazione»). Dalla disamina del controverso rapporto tra l’organizzazione parlamentare e il Movimento Studentesco («In queste circostanze, Parlamento, partiti ed esecutivo dovranno considerarsi in vacanza permanente, giacché in una collettività retta da Comitati o da Consigli, attraverso la democrazia diretta di uomini maggiorenni, essi risulterebbero superflui») agli equilibri su cui si reggono democrazia, università e società. Tra i passaggi salienti, vi è quello che riferisce della falsa intervista pubblicata dalla rivista Capital (mai rilasciata da Dutschke ed esposta in concomitanza al suo soggiorno a Praga nei mesi caldi della Primavera) e della conseguente risposta sul Konkret. Interessanti sono inoltre l’intervista televisiva rilasciata a Günter Gaus e il faccia a faccia all’Accademia Evangelica di Bad Boll con Ernst Bloch.

 BREVI NOTE

AA.VV., Dutschke a Praga, De Donato Editore, Bari, 1968

Per approfondire:
http://it.wikipedia.org/wiki/Rudi_Dutschke
Rocco Bellantone

ISBN/EAN: 
000

Commenti

Benvenuto, Rocco. Presentati, siamo felici di incontrarti.

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on line la tua pagina personale. Puoi inserire quando vorrai i contenuti post log in.

Qui:
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il format per le recensioni dei libri.

Grazie per la presentazione, Rocco!
www.lankelot.eu/index.php/staff/764/rocco+bellantone

Raccontaci della scelta dell'autore - e della rara edizione: siamo curiosi.

"Il risultato è Dutschke a Praga, uscito a settembre e inserito al numero quindici della collana Dissensi, con la traduzione dei testi dal tedesco di Herma Trettl.
L?opera rientra in quella strettissima cerchia editoriale che ha catturato nell?immediato del ?68 il caso Dutschke."

Che sofisticato ripescaggio. Prezioso.

"Dutschke traccia le linee guida del proprio pensiero politico e si difende dall?attacco di Habermas che lo accusa di essere a capo di un movimento fascista di sinistra."

Io credo che Habermas ci avesse visto giusto.

Grazie per il benvenuto. Da due anni a questa ho preso a leggere testi sulla Scuola di Francoforte e sugli anni Sessanta e Settanta in Germania. Dei francofortesi conosco bene Herbert Marcuse, grazie ad un professoressa che per prima me ne ha parlato all'università di Cosenza. Su Dutschke è da un pò che mi sto interessando. L'edizione che posseggo è del 1968. La libreria in cui l'ho pescata è Il Corsaro in zona Pigneto a Roma. Si trova molta roba in quel posto. Concordo con te Drago (ti do del tu, ok?). Ritengo che Habermas dei critici francofortesi sia quello più con i piedi per terra. Faceva a pugni con Horkheimer perché questi era troppo filo-americano, e con Dutschke perché aizzava le folle allo scontro fisico e rischiava di rovinare tutto. Devo ancora studiare bene Habermas, ma credo che sia uno dei pochi elementi di equilibrio di quel controverso ventennio tedesco.

Perché non intervisti il libraio del Corsaro?
questo potrebbe essere il pattern:
www.lankelot.eu/index.php/2008/03/28/libreria-tilopa-intervista-a-gianfr...

"Devo ancora studiare bene Habermas, ma credo che sia uno dei pochi elementi di equilibrio di quel controverso ventennio tedesco."

> Magari condivideremo, potrebbe essere la tua prossima scheda.
Ancora benvenuto!

Caro Rocco, c'è consonanza di vedute tra noi anche per quanto riguarda il giudizio su Habermas. Diciamo che si proponeva come la via mediana tra il filoatlantismo di Horkheimer e l'aperto antioccidentalismo di Marcuse (che politicamente, detto con grande informalità, considero patetico, uno dei più autentici vati di quel '68 piccoloborghese che oziosamente attaccava le finte -- a suo dire -- libertà occidentali volutamente dimentico dell'assenza totale di libertà nell'altra parte d'Europa).
Spero che il tuo lavoro di scavo prosegua e che continuerai a presentarci i risultati del tuo lavoro per dibattiti altrettanto proficui.
Ciao, Patrick

9. Concordo sull'utlizzo dell'aggettivo patetito a proposito del pensiero di Marcuse. Sarebbe il caso una volta per tutte di smitizzare quel periodo e quella scuola di pensiero che ho sempre detestato per la sua ipocrita vacuità.

Gian Paolo

Non ritengo patetico Marcuse, assolutamente. Rispetto alla Scuola di Francoforte nutro comunque anch'io forti perplessità, nei confronti dell'equilibrista Horkheimer in particolare. Riguardo quegli anni, a mio parere sono stati semplicemente soffocati.

Ragazzi comunque leggo anche narrativa. A breve vi mando un commento su uno spagnolo interessante ancora non pubblicato in Italia, se non sbaglio: J.J. Armas Marcelo. A risentirci

D'accordo con Rocco su Marcuse. Conservo ricordi molto vivi di "Eros e civiltà". Letto negli anni giusti è stato decisamente fertile di meditazione e pensieri nuovi. Debiti con Marcuse ne abbiamo in molti.
*
Aspettiamo Marcelo!

Leggo solo adesso questo pezzo interessante che m'era sfuggito. Dutschke in realtà lo conosco poco. Su Horkheimer concordo con quanto avete commentato, e più o meno anche su Habermas. Su Marcuse la penso decisamente come Drago e Gian Paolo, pensiero debole, ad uso borghese e sopravvalutato. Soprattutto pensando ad altri autori antagonisti e antimoderni dal pensiero più originale, potente e strutturato (lo stesso ostracizzatissimo Evola, che negli anni Sessanta aveva pubblicato "Cavalcare la tigre", ma non solo lui, evidentemente). Più in generale non sono un amante delle teorie, pur diversificate e spesso complesse, della scuola di Francoforte. Il cui impianto di base era palesemente marxista.

Ad ogni modo, un benvenuto a Rocco anche da parte mia.