Auster Paul

L'invenzione della solitudine

Autore: 
Auster Paul

“Una lingua non è verità: è il nostro modo di esistere nel mondo. Giocare con le parole significa semplicemente esaminare i meccanismi della mente, rispecchiare una particella del mondo così come la mente la percepisce”.

E Paul Auster sembra conoscere a fondo questo gioco, tanto da arrivare a creare un romanzo capace di andare ben oltre il “ritratto di famiglia” annunciato nel sottotitolo poco sagacemente aggiunto dai tipi dell’Einaudi.
Perché “L’invenzione della solitudine” è anzitutto scrittura bifronte fondata sul confronto col passato e con i suoi simboli. Al di là di quanto si siano sforzati di spiegare in quarta di copertina, infatti, il libro non si riduce alla “riflessione sulla difficoltà di essere figli e padri”, suo concetto cardine è piuttosto l’opera della memoria. La morte del genitore, in quest’ottica pertanto, costituisce semplicemente la molla in grado di mettere in funzione l’ingranaggio e allora ecco che la prima delle due parti in cui si divide il testo, titolata “Ritratto di un uomo invisibile”, viene ad essere percorso a ritroso che interroga il ricordo.

Abiti, libri e luoghi perdono valore, la vecchia casa di famiglia diventa monito di un’assenza ora fattasi anche fisica e su tutto cade un silenzio che opprime chi resta, giacché niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto”. Ma è proprio tentando di mettere ordine tra gli effetti personali di suo padre che Auster ricostruisce i giorni dell’infanzia, rinnovando quell’urgenza mai placata di avvicinarglisi, cercando di strapparlo a quel letargo emotivo che lo rendeva impermeabile agli affetti e all’esistenza stessa. Auster scrive e il desiderio è quello di scovare l’altra faccia di suo padre: l’uomo nascosto, resosi irraggiungibile, ripiegatosi nella propria stessa indifferenza, tuttavia restando sempre consapevole dell’impossibilità di entrare nella solitudine altrui. “Poiché seppure possiamo arrivare a conoscere molto parzialmente un altro essere umano, questo vale solo entro i limiti da lui stesso imposti”. Il romanzo si fa, quindi, strumento di scandaglio interiore attraverso il quale trasporre la propria vicenda autobiografica unita alla trasfigurazione letteraria, a quella “finzione, cioè, che è una menzogna, sì, ma una menzogna che rasenta la verità”.
Da qui la contaminazione non sporadica di più o meno ampie citazioni che si intrecciano ad un plot falsamente protagonista. Pur legato allo storytelling, infatti, lo scrittore statunitense di origine ebraica, si serve della trama per indugiare su argomenti quali il gioco dell’identità, il fascino per il mistero accidentale, nonché l’indagine sugli effetti della casualità e della solitudine. Tutti temi successivamente individuati come segni identificativi della sua intera produzione, in cui spesso i personaggi rispondono all’esigenza dell’autore di raccontare raccontandosi. Esigenza, quest’ultima, che diventa ancora più palese nella seconda parte del romanzo, titolata “Il libro della memoria” e divisa in tredici parti in cui Auster, mantiene come filo conduttore delle proprie pagine il rapporto padre-figlio, ma cambia prospettiva, assumendo ora il ruolo di genitore.

Tuttavia il fulcro vero continua ad essere la “memoria in ambo i sensi della parola: come catalizzatrice dei ricordi della sua vita e come struttura artificiale atta a ordinare il passato storico”. Descrive, torna nella Parigi della propria gioventù ed è scrittura in terza persona. Auster “parla di sé come se fosse un altro per raccontare la propria storia. Deve assentarsi per essere presente. Perché la storia della memoria è una storia di sguardo anche se le cose che si devono vedere non ci sono più”. La sua voce si fonde tra le altre, con quelle di Collodi, di Freud, di Proust, di Pascal, di Anne Frank, di Flaubert e con la Bibbia finanche. In particolare Giona e Pinocchio costituiscono due richiami ricorrenti, in quanto due diverse solitudini, due affascinanti interpretazioni della figura di figlio. Ne deriva l’analisi del rapporto con l’arte e più specificamente con “l’atto della scrittura inteso come un atto di memoria” scaturito dalla solitudine. “Ciascun libro, infatti, è un’immagine di solitudine, un oggetto concreto che si può prendere, riporre, aprire e chiudere e le sue parole rappresentano molti mesi, se non anni, della solitudine di un uomo, sicché a ogni parola che leggiamo in un libro potremmo dire che siamo di fronte a una particella di quella solitudine. Un uomo solo è seduto in mezzo ad una stanza e scrive”. Quella stessa stanza-prigione evocata dalla Dickinson, quella stessa stanza in cui Hölderlin si recluse per trentasei anni, quella stessa stanza che fu tutto il mondo della giovane Anne Frank durante la persecuzione nazista della seconda guerra mondiale. Quella stanza che insegna a guardarsi dentro generando l’isolamento fecondo al ricordo. Ma se “è soltanto nel buio della solitudine che ha inizio l’opera della memoria”, leggere diventa l’unica maniera possibile per dare senso al “silenzio di un corpo che ha lottato per trasformare i suoi pensieri in parole”. Incastrare gli occhi e la mente tra le pagine è il solo modo per scardinare l’esilio e tentare quella vicinanza che non sa essere compagnia, ma prova a farsi condivisione.

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Paul Auster nasce a Newark, New Jersey il 3 febbraio 1947. Laureatosi nel 1969 alla Columbia University, si trasferisce in Francia dal 1971 al 1974. Al ritorno in patria pubblica il volume di versi Unearth (1974) e Wall Writing (1976). Autore di numerosi romanzi, ha anche scritto (Smoke / Blue in the face) e diretto (Lulù on the Bridgeper il cinema

 

Paul Auster, “L’invenzione della solitudine”, Einaudi, Torino, 2005
Titolo originale dell’opera: The Invention of Solitude
Traduzione di Massimo Bocchiola


Approfondimento in rete:
sito dell’artista / RaiLibro

 


Angela Migliore, luglio 2007

ISBN/EAN: 
8806174894

Commenti

Di Auster in cantiere anche "Il libro delle illusioni" e l'ultimo "Viaggi nello scriptorium". Compatibilmente con il poco tempo e la grande pigrizia.

Paul Auster, non Auser. piccolo errore in EDIZIONE ESAMINATA etc...di lui ho letto Trilogia di New York, molto bello/i (sono tre romanzi brevi). sembra anche questo interessante;-) thank you angela.

Sì molto interessante, specie la seconda parte dove la scrittura si complica perchè accoglie continui rinvii ad altre opere.
Corretto l'errore. Thanks to you too.

"Il romanzo si fa, quindi, strumento di scandaglio interiore attraverso il quale trasporre la propria vicenda autobiografica unita alla trasfigurazione letteraria, a quella ?finzione, cioè, che è una menzogna, sì, ma una menzogna che rasenta la verità?. "

> estremamente lucido e consapevole. Molto molto interessante:).
(aggiungo l'archivio Auster, c'era un bel pezzo di Gigi...)

"Incastrare gli occhi e la mente tra le pagine è il solo modo per scardinare l?esilio e tentare quella vicinanza che non sa essere compagnia, ma prova a farsi condivisione."

> clausola estremamente intensa. Assieme all'accostamento alla Dickinson. Grazie per la nuova condivisione di impressioni, suggestioni, emozioni e informazioni.

gf

4> la frase virgolettata non fa parte del romanzo, è una citazione di Auster letta su RaiLibro. E' piaciuta molto anche a me, l'ho inserita per questo. Il pezzo di Gigi, invece, m'era sfuggito. Grazie per aver rimediato alla mia svista.

5> Di fronte a molto di quel che scrive Auster sul rapporto con la scrittura, non ho potuto fare a meno di concordare. Ho trovato espresse tra le sue pagine, alcune riflessioni che sento appartenermi da sempre.
Dalla mia prospettiva, quindi, inserire una considerazione sul concetto di lettura diventava fondamentale, una specie di quadratura del cerchio.

Quanto alla Dickinson, ad onor del vero è Auster stesso a citarla, ma il mio pensiero è corso a lei prima ancora di leggerne il nome (pag. 123), appena ho trovato il riferimento al tema della stanza (pag. 98).
Prima o poi mi deciderò a ritornare sulle sue poesie. Intanto ho preso il Meridiano. Il proposito non manca.
Grazie sempre per la lettura attenta e partecipe.

Due cose mi colpiscono e mi fanno mettere questo libro nella "lista dei prossimi acquisti": la superficie narrativa del rapporto padre-figlio (avendo perduto un paio d'anni fa mio padre trovo perfetta quell'analisi sulle cose che ricordano la persona scomparsa e quella ricerca di ricostruire un'identità dello scomparso - operazione difficile, ma davvero) e il più profondo piano stilistico del rapporto con la scrittura e con la parola.
Grazie Angela, le tue letture sono sempre profonde e significative.

C'è voluto un po' di tempo perchè mi decidessi a leggerlo, anch'io. Prima di comprarlo avevo sbirciato qualche citazione qua e là sul web. Contiene frasi di una bellezza disarmante. Ma era stato già il titolo a farmi decidere di inserirlo nella lista degli acquisti. Sono sicura che ti piacerà.
Grazie a te, Ilde, per quello che scorgi nelle mie pagine.

?niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto?.

10.discorso molto interessante e ricco di riflessioni, come pure le considerazioni finali sulla scrittura come memoria e sul libro.
Auster non lo conosco affatto, ma questa rec suscita il mio interesse. Molto notevole davvero.

10> E' terribile sì, nell'immediato. Poi dopo diventa dolce. Ti accorgi che quella sedia, quel cappotto, quel bastone che prima urlavano l'assenza del loro proprietario, diventano simboli capaci di fermare e raccontare il tempo. Almeno per me è stato così.

11> Contenta di aver suscitato il tuo interesse, Marina.
Nemmeno io conoscevo Auster, ma che fosse autore da apprezzare, lo avevo intuito, perchè certi regali sono inviti alla lettura.
L'ho sperimentato con un anno buono di ritardo e partendo da diverso titolo, ma farò onore al dono. Ho in mente un altro paio di pagine.

Fiducioso attendo:)

Verrà, verrà :)