“Questo è un libro di frammenti, un collage di dolori e sogni parzialmente dimenticati”.
Scrittura come antidoto alla forzata sopravvivenza. Come scarnificazione della sofferenza, ubriacatura che distoglie dal presente. Scrittura come deviazione dalla cruda realtà, come binario parallelo cui allinearsi per non lasciarsi corrodere dalla ruggine dei pensieri facili. Quelli che legittimerebbero un letargo a tempo indeterminato. Quelli che istigherebbero a gettare la spugna. Dopo “L’invenzione della solitudine”, Auster sceglie ancora una volta di raccontare la stesura di un libro e le sue stesse radici, che anche qui affondano nel vuoto generato dalla morte. Il professor Zimmer perde moglie e figli in un incidente aereo. La vita smette di avere senso e i giorni scivolano via identici nella loro monotonia disperata e alcolica, fino a quando lo sguardo non cade su un vecchio film e si scopre ancora capace di ridere. Fino a quando non “sente il sussulto inatteso salire dal petto e cominciare a frullargli nei polmoni e comprende che non ha ancora toccato il fondo, che qualche pezzo di sé ha ancora voglia di continuare a vivere”. Nonostante tutto.
“Il mondo muto di Hector Mann” è, quindi, un libro nel libro che nasce per gratitudine. Perché la risata inaspettata confuta l’apatia, dimostrando ricettività verso l’altro da sé. Perché senza parole un mimo arriva a scardinare l’isolamento cancrenoso. E nasce il desiderio di scrivere per condividere quella che diventa una passione.
Auster crea un ponte tra due mondi agli antipodi: letteratura e cinema muto, servendosi al suo scopo di un accademico dai gusti raffinati. Il protagonista è un critico, traduttore, saggista. Bazzica tra Lorca, Hamsun, Rimbaud, Leopardi e Céline: insegnante di letteratura all’Hampton College. Nulla lo conquista più della parola, ne conosce il potere. Non così per il cinema, di cui è un fruitore distratto per sua stessa ammissione, giacché le immagini, seppur belle o ammalianti, non sono capaci di appagarlo quanto le parole. Almeno fino all’incontro con le pellicole di Mann, fresche e godibili anche dopo decenni di polvere. Zimmer lo avverte subito, riconoscendo ad Hector e agli altri comici del muto il merito di “aver inventato una sintassi dell’occhio, una grammatica della cinesi pura”. Ed è ricerca di parallelismi nel tentativo di decifrare un nuovo codice, nel desiderio di avvicinarsi ad un diverso linguaggio rispetto a quello letterario. Il libro vero comincia qui, al lettore più attento non può sfuggire. È qui che si iniziano a scoprire le carte e il plot si fa cornice. Come una matrioska Auster scrive di Zimmer, che scrive di Hector, del quale scrive poi Alma, il cui libro distrutto trova spazio nel testo che il professore, a sua volta, stende e che è quello consegnato alla nostra lettura, previa morte dell’autore, su esempio del citato Chateaubriand. Le storie si intrecciano con maestria. Ma a ben guardare la vicenda di Zimmer diventa pretesto, semplice punto di partenza che consente al nostro di andare oltre quella scrittura intesa come medicamento e sconfinare in ambito ben più ampio, per arrivare ad affrontare il rapporto tra opera e artista, tra arte e vita. A far da bussola, la figura di Hector con le intricate sue vicissitudini esistenziali. E non sembra irrilevante che a collegare passato, presente e futuro del comico, intervenga Alma. Quasi a voler sottolineare che la verità passi necessariamente attraverso l’amore e la sconfitta, messaggio forse intuibile sin dal titolo del romanzo. Perché le illusioni altro non sono che speranze dimostratesi vane, sogni infranti, traguardi ormai irraggiungibili. E allora eccole le illusioni di Mann celate dietro la scomparsa ed il conseguente oblio. Eccolo l’anello mancante della sua esistenza, quello su cui i giornali si erano interrogati per un po’ e che mostra la figura di un regista lasciatosi ingoiare dall’ombra, eppure vivo nella sua arte.
Un’arte esclusiva, che rinuncia volontariamente al pubblico, alla diffusione, al riconoscimento. Un’arte che postula come condizione essenziale per la sua stessa creazione, la distruzione e la mancata sopravvivenza all’artista da cui ha preso forma.
Devozione? Timore? Estrema forma di possesso? Egoismo? Ripudio?
Auster propone il confronto con le figure di Dickinson, Van Gogh e Kafka, evidenziandone, però, la distanza negli esiti. Hector, infatti, è l’unico a “realizzare il suo lavoro con la consapevole e premeditata intenzione di distruggerlo”.
Ma un’opera d’arte ha senso se vive solo per l’artista che l’ha generata?
Lo scrittore americano ci regala un romanzo assolutamente perfetto, la cui architettura ruota ancora una volta attorno all’atto stesso dello scrivere, alla sua valenza. Lo stile è quello fluido ed equilibrato di sempre e finanche i dettagli sanno fare la differenza, a partire dalla citazione in apertura. Le storie si fondono senza mai confondersi. Auster gestisce la narrazione con grande lucidità, lega i destini di personaggi assai distanti cambiando continuamente dimensione spazio-temporale, ma non perde mai la rotta ed ogni elemento trova il suo posto andando ad arricchire l’insieme, di nuove intense sfumature. Ed ogni pagina si rivela essenziale, cattura la mente. Perché Auster sa che un libro è un trucco per reinventarsi il mondo.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Paul Auser nasce a Newark, New Jersey il 3 febbraio 1947. Laureatosi nel 1969 alla Columbia University, si trasferisce in Francia dal 1971 al 1974. Al ritorno in patria pubblica il volume di versi Unearth (1974) e Wall Writing (1976). Autore di numerosi romanzi, ha anche scritto (Smoke / Blue in the face) e diretto (Lulù on the Bridge) per il cinema.
Paul Auster, “Il libro delle illusioni”, Einaudi, Torino, 2003
Titolo originale dell’opera: "The book of illusions"
Traduzione di Massimo Bocchiola
Pp. 267
Commenti
Ho finalmente onorato la promessa. Comincia da qui la mia guerra alla pigrizia :)
Vediamo quanto ci metto ad arrendermi.
Ciao Angela, che bello ritrovarti!
Ma lo sai che il primo Auster da te recensito è mesi che lo aspetto nella mia libreria preferita? Uffa!
Direi che anche in questo scritto ci sono spunti interessantissimi.
Comincio dall'inizio.
"Il professor Zimmer perde moglie e figli in un incidente aereo. La vita smette di avere senso "
Ma secondo te si può immaginare un dolore del genere? Auster ebbe vicende personali analoghe?
"Auster crea un ponte tra due mondi agli antipodi: letteratura e cinema muto"
Ah beh, una cosa in comune ce l'hanno: manca il sonoro... L'unico senso richiesto è la vista.
"Quasi a voler sottolineare che la verità passi necessariamente attraverso l?amore e la sconfitta, messaggio forse intuibile sin dal titolo del romanzo. Perché le illusioni altro non sono che speranze dimostratesi vane, sogni infranti, traguardi ormai irraggiungibili."
Punto centrale mi pare di capire. Molto vero.
Bellissima condivisione, Angela. Grazie.
"Auster sa che un libro è un trucco per reinventarsi il mondo."
Bello!
Sono pigra, Ilde. E scrivere mi costa un po'. Ma spero di riuscire rimediare d'ora in avanti.
Quanto ad Auster, non so se la vicenda sia autobiografica, dal po' che ho letto su di lui non mi risulta, ma non posso esserne sicura. Cinema e letteratura mancano del sonoro sì, è vero. Io però mi riferivo all'opposizione parola/gesto.
Le tue osservazioni sono sempre attentissime e questo non può che farmi piacere. Oltre al frammento che hai riportato in chiusura e che rispecchia soltanto una possibile interpretazione (forse mi sbaglio, forse ho voluto vederci del romanticismo per carattere), sono sicura apprezzeresti molto le pagine dedicate al cinema muto, ai baffi di Hector e alla vicenda personale di Alma. Magari deciderai di leggere anche questo, intanto spero che la tua libreria non ti faccia aspettare ancora troppo per L'INVENZIONE DELLA SOLITUDINE. Grazie a te per la lettura partecipe.
"Scrittura come antidoto alla forzata sopravvivenza.
Come scarnificazione della sofferenza, ubriacatura che distoglie dal presente. Scrittura come deviazione dalla cruda realtà, come binario parallelo cui allinearsi per non lasciarsi corrodere dalla ruggine dei pensieri facili."
> Che incipit. Davvero micidiale.
"Un?arte esclusiva, che rinuncia volontariamente al pubblico, alla diffusione, al riconoscimento. Un?arte che postula come condizione essenziale per la sua stessa creazione, la distruzione e la mancata sopravvivenza all?artista da cui ha preso forma.
Devozione? Timore? Estrema forma di possesso? Egoismo? Ripudio?
Auster propone il confronto con le figure di Dickinson, Van Gogh e Kafka, evidenziandone, però, la distanza negli esiti. Hector, infatti, è l?unico a ?realizzare il suo lavoro con la consapevole e premeditata intenzione di distruggerlo?.
Ma un?opera d?arte ha senso se vive solo per l?artista che l?ha generata?"
> Magnifico anche qui.
"Ed ogni pagina si rivela essenziale, cattura la mente. Perché Auster sa che un libro è un trucco per reinventarsi il mondo."
> Mi unisco agli auspici di Ilde.
Contenta abbia apprezzato, Franco.
Ho provato a fare del mio meglio perchè la pagina risultasse degna del dono ricevuto.
Così è, e molto di più: è totalmente tuo.
:)
a parte l'incipit fulminante, mi pare che il professore abbia buon gusto: Lorca, Hamsun, Rimbaud, Leopardi e Céline. A me pare abbastanza, per iniziare. Proseguo.
°°°
"Come una matrioska Auster scrive di Zimmer, che scrive di Hector, del quale scrive poi Alma, il cui libro distrutto trova spazio nel testo che il professore, a sua volta, stende e che è quello consegnato alla nostra lettura, previa morte dell?autore, su esempio del citato Chateaubriand" che dici, Calvino di "Se una notte d'inverno..." ?
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"Ma un?opera d?arte ha senso se vive solo per l?artista che l?ha generata?" interrogativo bipartisan. Servirebbe un'indagine statistica su lettori ed autori
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"Perché Auster sa che un libro è un trucco per reinventarsi il mondo." gli autori credo lo sappiano. Gli scrivani non credo.
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Ottima (ma non dovrei dirlo più rischio la iterazione). Ho sul comodino la già letta "trilogia", voglio vedere che effetto mi fa ora. In ogni caso stimo molto, personalmente, Auster. Grazie, Angela.
"Scrittura come antidoto alla forzata sopravvivenza". Beh questa mi pare azzeccata per qualcuno che conosco (pardon intrusione)
Paolo, confesso candidamente di non aver letto Calvino. Il richiamo a Chateaubriand, invece, era proprio esplicito nel testo.
I complimenti fanno sempre piacere, anche quando diventano ripetitivi! :)
Quanto alla Trilogia, quella mi manca, ma visto che ti accingi a rileggerla, conto sia tu a scriverne.
Personalmente, come antidoto, preferisco la lettura.
Angela,
la prego di vincere la pigrizia e di consegnarci più spesso recensioni altrettanto preziose.
Davvero molto ben curata e soprattutto coinvolgente.
Grazie e complimenti sinceri
Gian Paolo Grattarola
Nulla lo conquista più della parola, ne conosce il potere. Non così per il cinema, di cui è un fruitore distratto per sua stessa ammissione, giacché le immagini, seppur belle o ammalianti, non sono capaci di appagarlo quanto le parole.
>Parole che sembrano scritte per me. Mi riconosco assolutamente. Sono una di quelle rare perssone che vivono appese ai libri, alla musica lirica e sinfonica. Adoro il teatro perchè la forza evocativa della parola riece ancora ad avere il sopravvento sull'immagine. Ma il cinema e soprattutto la televisione sono due mondi che non mi appartengono.
la verità passi necessariamente attraverso l?amore e la sconfitta, messaggio forse intuibile sin dal titolo del romanzo. Perché le illusioni altro non sono che speranze dimostratesi vane, sogni infranti, traguardi ormai irraggiungibili.
> Passaggio doloroso eppure profondamente vero. In una mia poesia ho scritto che il poeta è un coltivatore di speranze avare...
Grazie Angela ora mi sento meno solo.
Gian Paolo Grattarola
13. beh la domanda su Calvino m'è venuta spontanea, anche se magari ad una resa dei conti potrebbe essere azzardata. Ma "se una notte d'inverno un viaggiatore è un romanzo" ad "incastro", tipo matrioska, il più riuscito forse del Calvino strutturalista degli anni settanta. In ogni caso, ribadisco, pezzo riuscitissimo e libro messo in lista della spesa
14/15/16 - Ops.. rispondo con ritardo, pardon.
Pigra e distratta a quanto pare.
Gian Paolo, mi prega addirittura!! Non merito, per carità!
Ma sono contenta abbia apprezzato tanto la mia pagina, da riconoscervisi.
17 - Paolo, prima o poi colmerò la lacuna di Calvino, lo dico da tempo, ma poi c'è sempre qualche libro che lo scavalca in cima alla lista...
Sarò curiosa, poi, di conoscere la tua opinione su questo Auster.
"Auster crea un ponte tra due mondi agli antipodi: letteratura e cinema muto, servendosi al suo scopo di un accademico dai gusti raffinati. Il protagonista è un critico, traduttore, saggista. Bazzica tra Lorca, Hamsun, Rimbaud, Leopardi e Céline: insegnante di letteratura all?Hampton College. Nulla lo conquista più della parola, ne conosce il potere. Non così per il cinema, di cui è un fruitore distratto per sua stessa ammissione, giacché le immagini, seppur belle o ammalianti, non sono capaci di appagarlo quanto le parole".
Passo davvero suggestivo, che insinua curiosità e invita alla lettura. é un bel tema quello che mette a contrasto parola e immagine, scovando nella parola una potenza persuasiva maggiore. Non saprei dire, probabilmente ha ragione Auster, che lo evidenzia attraverso il suo protagonista (che comunque non può non essere di parte, essendo critico, traduttore e saggista).
"Lo scrittore americano ci regala un romanzo assolutamente perfetto, la cui architettura ruota ancora una volta attorno all?atto stesso dello scrivere, alla sua valenza".
Ecco, appunto, come sopra. Il protagonista è il suo alter ego, immagino. Non avendo mai letto Auster la butto li, senza certezza alcuna;)