La copertina in perfetto stile Guanda, strilla che siamo di fronte ad un libro da non sottovalutare e snocciola grandi nomi spendendosi in prodighi parallelismi che iscrivono Auslander nell’ambito di quell’illuminata schiera di ebrei illustri, da Roth a Groucho Marx, passando per Woody Allen non senza trascurare Richler e la recente scoperta del Jacobson di Kalooki Nights, che hanno fatto dell’ironia l’arma con cui raccontare e raccontarsi, collocando così Il lamento del prepuzio nel solco di quella letteratura caustica, che sembra proprio aver trovato nel newyorkese un nuovo erede.
“Io credo in un Dio personale: ogni cosa che io faccio, Lui la prende personalmente”.
Il perché del romanzo è racchiuso tutto in quest’ammissione candida, che è al contempo sintesi polemica di quel burrascoso rapporto col Cielo, messo a nudo attraverso l’irriverenza di uno scrivere capace di fare il verso a Dio. Un Dio umbratile, capriccioso, vendicativo. Accusato, deriso, ridicolizzato, vilipeso eppure un Dio a cui l’autore non nega quasi mai quella maiuscola che, di fatto, è atto di fede. Perché Auslander ci crede in Dio ed è questo il suo vero problema. Da sempre. Sin da bambino, da quando “genitori e insegnanti gli parlavano di un uomo molto potente. Gli dicevano che poteva distruggere il mondo intero. Gli dicevano che poteva sollevare le montagne. Gli dicevano che poteva dividere il mare. Era importante mantenerlo di buon umore. Quando obbedivano a quanto gli aveva comandato, gli piacevano. Gli piacevano talmente tanto che uccideva quelli a cui non piacevano. Ma quando non obbedivano a quanto gli aveva comandato, non gli piacevano. Li odiava. Certi giorni li odiava talmente tanto che li uccideva. A volte invece lasciava che altri li uccidessero. Questi giorni li chiamano «giorni di festa». Per Purim, si ricordano di quando cercarono di ucciderli i persiani. Per Pesach si ricordano di quando cercarono di ucciderli gli egiziani. Per Chanukkah si ricordano di quando cercarono di ucciderli i greci «Sia Egli benedetto» pregavano. Per crudeli che fossero queste punizioni, non erano niente in confronto alle punizioni che gli elargiva Lui in persona. Allora arrivavano carestie. Arrivavano alluvioni. Arrivava furibonda la vendetta. Hitler avrà pure sterminato gli ebrei, ma questo signore ha inondato il mondo”.
L’incipit è già gustosa promessa di un umorismo tagliente, in virtù del quale ci è dato di assistere alla lettura in chiave satirica addirittura del Vecchio Testamento. Ne deriva la vera e propria caricatura di un Creatore annoiato che si diverte a tormentare gli uomini con tutta una serie di mitzvòt (precetti) assurde: 613 comandamenti da seguire con rigore, dal cibo kosher all’osservanza dello Shabbat, pur di non scatenarne l’ira. Perché è lui che comanda, è lui che detta le regole. Noi non siamo nulla, non c’è partita: “ci troviamo sulla scacchiera morbosa e criminale del Signore, sotto scacco”.
Il lamento del prepuzio, allora, è il resoconto di una vita passata a litigare con Dio, è la cronaca di un rapporto costituito da “un ciclo senza fine non del famoso «fede seguita dal dubbio», ma di «pacificazione seguita da rivolta»; di «conciliazione seguita da indifferenza»; di «ti prego, ti prego, ti prego, seguita da vaffanculo, ‘fanculo, rottinculo»”.
Dall’infanzia sino all’età adulta, sotto il giogo di un’ortodossia asfissiante imbastita di divieti e timori, di punizioni e privazioni in un clima di assoluta tensione, nella yeshiva (scuola religiosa), sotto lo sguardo severo del rabbino, come tra le mura di casa, dove ci si limita alla coabitazione, senza conoscere alcuna condivisione. Dove l’osservanza religiosa è una forzatura di facciata. È uno status symbol, niente più di una mera tradizione, infarcita di gesti ripetitivi e svuotati di senso.
Auslander è bravo a trasmettere l’atmosfera claustrofobica della sua famiglia, raccontando i silenzi, gli imbarazzi ma soprattutto la propria distanza da un padre troppo spesso ubriaco e furioso di cui arriva a desiderare la morte, nonché da una madre che “niente rende più felice della tristezza”.
In quest’ottica la disobbedienza è ricerca dell’identità, è affermazione del proprio ego, è desiderio insopprimibile di affrancarsi dall’oppressione. Di conseguenza la ribellione non può non investire e il legame con i genitori e quello con Dio, essendo l’uno lo specchio dell’altro. Shalom desidera la pace che il suo nome invoca, “vuole essere amato per ciò che è anziché essere odiato per quello che non è”, vuole smettere di vergognarsi per i gusti treyf (non kosher): per gli hot dog, le incursioni da Mc Donald’s e i formaggi mangiati assieme alla carne senza aspettare che passino sei ore.
Vuole smettere di sentirsi responsabile di commettere genocidio tre o quattro volte al giorno “(ci sono più o meno cinquanta milioni di spermatozoi in ogni eiaculazione. Fa più o meno nove Olocausti a ogni sega)”. Vuole smettere di sentirsi schiacciato sotto “il pugno di un dio violento e belligerante; un dio che si è svegliato millenni fa dal lato sbagliato del firmamento e non gli è ancora passata”.
Orli è il suo passaporto per la libertà, il loro matrimonio è l’inizio di una nuova vita lontano da Monsey e dall’esilio riparatore in Israele. Lontano dai ricordi e dai sensi di colpa, ma non da Dio. Perché lui “è qui, è lì, è ovunque in ogni dì”. La canzoncina imparata all’asilo nasconde una tremenda verità. Non si sfugge allo sguardo onnisciente di Yahveh, né al timore delle sue possibili rappresaglie. La storia di Mosè, morto ad un soffio dalla terra promessa, dopo averla inseguita per quarant’anni, la dice lunga sulla misericordia divina. Ma incapace di vivere il proprio credo in maniera rassegnata e devota come la madre vorrebbe, e “stufo di quell’algebra ipocrita e tediosa di penitenze e peccati”, il protagonista sceglie di “parlare con Lui come se Lui fosse, be’, reale”. Si inalbera, ci si scontra, lo denigra e il romanzo si fa teatro dei continui battibecchi tra il protagonista ed Elohim, attraverso una verve narrativa che non può non divertire, benché i temi trattati siano tutt’altro che leggeri.
Questo libro è, infatti, un monumento alla potenza del witz, a quella straordinaria capacità di cogliere il lato comico del tragico, comune solo ai grandi. Auslander scherza sulle manie dell’ebreo ortodosso, sull’icona falsamente rassicurante del nucleo familiare e sul mito di un Dio dal nome impronunciabile, arrivando addirittura a farne parodia. La sua è scrittura sanguigna a ricalcare le ansie e i pentimenti, i moti di rabbia e le smanie di ripicca, le ossessioni e i timori di sempre, ora rinfocolati dall’imminente paternità. L’arrivo di un figlio è una gioia guastata dalla consapevolezza della perfidia di Dio, che pare provare l’irrinunciabile gusto di fare puntualmente il contrario di quanto l'umanità chieda.
Shalom ipotizza morti tragiche e vendette trasversali. E minaccia e chiede scusa. E prega e inveisce. È un’altalena spasmodica di desideri e frustrazioni. E non smette di angosciarsi immaginando lo spasso di Dio che si diverte a torturarlo dall’alto del suo “Dipartimento di Castigazione Ironica”.
Perché Dio è sadico, sì. E allora non manca di “concedergli” un maschio che lo pone inevitabilmente di fronte al problema della circoncisione.
Eccolo allora ad immedesimarsi in un prepuzio: “reciso dal suo passato, incerto sul suo futuro, insanguinato, pestato, buttato via” ad incarnarne il lamento, quasi facendo eco a Beckett, convinto che “la vita sia un insensato, tragicomico ciclo di dolore e isolamento, intervallato da disperati momenti di assurda speranza in un salvatore che non arriva mai”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Shalom Auslander è nato a Monsey, New York. Ha scritto per le testate New Yorker, Esquire e New York Times Magazine e collabora regolarmente alla trasmissione radiofonica This American Life. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta di racconti Beware of God.
Shalom Auslander, “Il lamento del prepuzio”, Guanda, Parma, gennaio 2009.Titolo originale Foreskin’s LamentTraduzione di Elettra CaporelloPp. 268Approfondimento in rete: sito dell’autore / ilGiornale.it / Ansa.it
Angela Migliore, febbraio 2009
Commenti
Mai divertita così, leggendo.
E' stato un ottimo consiglio, grazie Franco!
;)
?Io credo in un Dio personale: ogni cosa che io faccio, Lui la prende personalmente?.
"Vuole smettere di sentirsi responsabile di commettere genocidio tre o quattro volte al giorno ?(ci sono più o meno cinquanta milioni di spermatozoi in ogni eiaculazione. Fa più o meno nove Olocausti a ogni sega)?. Vuole smettere di sentirsi schiacciato sotto ?il pugno di un dio violento e belligerante; un dio che si è svegliato millenni fa dal lato sbagliato del firmamento e non gli è ancora passata?."
> ahahahah
"Questo libro è, infatti, un monumento alla potenza del witz, a quella straordinaria capacità di cogliere il lato comico del tragico, comune solo ai grandi. Auslander scherza sulle manie dell?ebreo ortodosso, sull?icona falsamente rassicurante del nucleo familiare e sul mito di un Dio dal nome impronunciabile, arrivando addirittura a farene parodia. La sua è scrittura sanguigna a ricalcare le ansie e i pentimenti, i moti di rabbia e le smanie di ripicca, le ossessioni e i timori di sempre, ora rinfocolati dall?imminente paternità. L?arrivo di un figlio è una gioia guastata dalla consapevolezza della perfidia di Dio, che pare provare l?irrinunciabile gusto di fare puntualmente il contrario di quanto l?umanità chieda."
> Gran bella scheda, Angela. Ottimo, necessario e puntuale contributo. Complimenti.
Angela vorrei segnalarti una raccolta di racconti che secondo me sarebbe molto nelle tue corde: "Per alleviare insopportabili impulsi" di Nathan Englander. Ho scritto del suo romanzo d'esordio qulche tempo fa, "Il ministero dei casi speciali". Una raccolta deliziosa che ruba un sacco allo yiddish.
"Shalom ipotizza morti tragiche e vendette trasversali. E minaccia e chiede scusa. E prega e inveisce. È un?altalena spasmodica di desideri e frustrazioni. E non smette di angosciarsi immaginando lo spasso di Dio che si diverte a torturarlo dall?alto del suo ?Dipartimento di Castigazione Ironica?."
> compariamolo con RICHLER... "Out":
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/09/18/richler-mordecai-cocksure-out/
"la figura del Creatore di Stelle è forse ? ma qui azzardo l?interpretazione ? l?esito inconscio e perfetto di questa conflittualità schizoide del narratore, e della sua adesione ai personaggi, della sua intrusione nel loro sistema e nella loro esistenza. L?associazione di idee immediata alla figura divina è probabilmente non errata: ed il fatto che si giochi a chiamare un personaggio Creatore di Stelle, pensando alla sua attività cinematografica hollywoodiana, rappresenta il più classico specchietto per le allodole.
Vi invito ad esaminare con grande cura i dialoghi tra i personaggi e il Creatore di Stelle: personalmente, ogniqualvolta ho sentito uno di loro pronunciare quel nome in una pagina, non ho saputo evitare un sorriso beffardo: non mancano infatti maledizioni e imprecazioni e offese rivolte a questa enigmatica figura, e mi piace pensare che l?oltraggiosa blasfemia esoterica del testo fosse uno dei più divertiti messaggi in codice dell?autore. "
5, ecce Paulo su ENGLANDER
http://www.lankelot.eu/index.php/2008/06/06/englander-nathan-il-minister...
6- Ho cambiato il link a Richler, avevo messo "La versione di Barney", perchè credo sia il suo più famoso, dimenticandomi dell'affinità con Out. Sorry.
5- Grazie per il consiglio, Paolo.
Appena finisco i libri presi la settimana scorsa, passo a comprarlo.
4- Guarda, per una come me che ha ricevuto un'educazione religiosa quasi medievale, in stile Inquisizione, l'irriverenza di Auslander è irresistibile.
Solo l'incipit, vale l'acquisto del libro. Per questo l'ho riportato interamente e ho cercato di inserire nella recensione molti frammenti del romanzo. La verità è che dopo la prima pagina mi aveva già conquistata con la sua ironia caustica e blasfema.
Meravigliosamente scorretto eppure non lontano da certe verità.
La "falsa" citazione dal Deuteronomio, in apertura, è straordinaria.
"4. E Dio disse a Mosè: «Ecco il paese che ti ho promesso, ma tu non vi entrerai. Tiè»
5. E Mosè mori".
Qualche passaggio l'ho persino letto ai miei per telefono.
10, 4. Sono d'accordo, la citazione falsa è un'idea micidiale:).
E condivido anche la tua sensazione che si tratti di un'opera che ti conquista sin dalle prime battute, e pretende d'essere interiorizzata sino alla fine - le ultime valgono le prime, stessa ferocia, stessa intensità.
Recensione entusiastica ed entusiasmante di un libro che viene una gran voglia di leggere.
La questione è: come mi presento alla cassa del mio libraio di fiducia con in mano un libro con quel titolo lì?!
12- :) Val bene l'eventuale occhiataccia del libraio, ti assicuro! Ma potrebbe anche averlo letto e complimentarsi con te per la scelta con un complice sguardo d'intesa. Mai dire mai!!