Atzeni Sergio

Sì... otto!

Autore: 
Atzeni Sergio

È il 1993 quando Giovanni Manca chiede a Sergio Atzeni un racconto per la neonata collana I fenicotteri della casa editrice Condaghes, ma in quel periodo lo scrittore lavorava alla traduzione del romanzo Texaco di Patrick Chamoiseau, così declina l'invito. Successivamente, però, ricorda di avere un racconto inedito già inviato a “L'Unione Sarda” ma mai circolato, e decide di non deludere l'amico consegnandoglielo. La pubblicazione arriva solo postuma: prima da parte del giornale che lo dà in stampa il 7 ottobre 1995 intitolandolo Giochi di una storia minima e poi finalmente per i tipi della Condaghes la cui edizione incorpora anche il testo di una conferenza tenuta da Atzeni nel 1991 a Cagliari. Cronologicamente, dunque, “Campane e cani bagnati” si colloca tra “Il figlio di Bakunìn” e “Il quinto passo è l'addio”, col quale, nota Marci nell'ottima introduzione, ha un evidente legame tematico. I luoghi e il periodo evocati sono assolutamente identici, la differenza sostanziale qui sta nella predilezione di un punto di vista corale. Ruggero Gunale, unico protagonista del romanzo veicola la narrazione attraverso le proprie visioni ed i propri ricordi, mentre nel racconto le voci dei vari personaggi si fondono per dare un quadro d'insieme da prospettive plurime. Allora Bachisio Trudu il palestrato amato dalle donne, Antonio Sias capo dei cinesi, Giuseppe Spano l'anarchico, Gabriele Zatrillas detto il poeta, Augusto Saiu ossessionato dal pensiero di avere sempre un preservativo nel cruscotto della sua bianchina, e quel Mesina che non si chiamava affatto Mesina, ma doveva il soprannome ad un'insegnante così convinta che gli orgolesi lavassero le offese col sangue, da ribadirlo anche in una nota costatagli la sospensione, sono i tanti volti della gioventù sarda e del Liceo Ginnasio “Siotto Pintor” che Atzeni pone al centro del proprio scrivere, per restituire la variegata cronaca di un'occupazione scolastica avuta luogo il primo mercoledì di aprile del 1970. Ancora una volta, pertanto, il nostro non sceglie la storia, ma una storia. Una delle tante possibili, un episodio minimo che separa dalla globalità della vicenda umana per fissarlo attraverso la parola scritta. E la sua acuta vena descrittiva sembra divertirsi a ritrarre i contrasti, sottolineando distanze e opposizioni tra i vari protagonisti. Quello che ne deriva è un dipinto dai colori vivaci, che è soprattutto insieme di particolari, perché l'attenzione è costantemente rivolta alle sfumature, alle “molecolari caratteristiche di ogni uomo, tanto più interessanti quanto più specifiche, individuali, uniche” (dall'introduzione).
Dalla nascita di quello slogan che dà il titolo al libretto e che non è Atzeni ad inventare, poiché mutuato dalla tradizione sportiva del liceo stesso, fino all'arrivo della polizia e ancora oltre per seguire il ritorno alla routine di quei cani bagnati che si allontanano a piedi ognuno verso casa. Nel microcosmo delle dispute a carattere ideologico che animano le assemblee studentesche, delle rivalità politiche, del vuoto di senso di molti gesti nati per emulazione, di una protesta che sostanzialmente grida la fretta di crescere e di sentirsi liberi, giacché quei ragazzi “non scioperavano mai per qualcosa o contro qualcosa, in verità, piuttosto sfogavano un risentimento verso la città, che sentivano stretta, provinciale, untuosa, morta; e cercavano dei pretesti per stare tutti assieme: nel numero si perdeva la fastidiosa giovinezza di ognuno, nel numero nascevano nuove amicizie e nuovi amori”. Atzeni inquadra perfettamente la scena, senza prendervi parte. Restituisce un frammento di quell'umile realtà sarda di cui vuol farsi cantore, cercandosi le storie senza inventarle. Storie vere per sua stessa ammissione, quindi, “nel senso che se pure non sono accadute così come le ha raccontate, sarebbero potute succedere, perché le persone sono quelle, la realtà è quella e va raccontata tutta”.
Lo dice in prima persona nel corso della conferenza cagliaritana che ebbe come argomento “Il mestiere dello scrittore” e qui curata da Valentina Gerini. Pochi fogli d'una sincerità disarmante in cui il nostro non nasconde imbarazzo e commozione, arrivando addirittura a definirsi un dilettante rispetto alla scrittura, “un avventizio, un apprendista, uno che lo fa a tempo perso”, pur desiderando il contrario. E parla della sua spaventosa lentezza, dei due anni per buttar giù cento pagine, come personale record di velocità. Ammette candidamente l'impossibilità di considerare quello dello scrittore il suo lavoro, dal momento che non è ciò di cui vive e soprattutto ribadisce il proprio obiettivo: raccontare la Sardegna. Tutta. Perché convinto “che le vite di tutti gli uomini meritino di essere in qualche modo ricordate, trasmesse. Questo è il compito che si devono assumere gli scrittori piccoli; gli scrittori grandi creano le grandi metafore, i capolavori; gli scrittori piccoli hanno il compito più modesto di raccontare, così come sono capaci, le persone che hanno conosciuto”. E questo è il credo cui Atzeni dedica il proprio scrivere, per dire la sua lingua e la sua terra. Quella Sardegna verso la quale non manca di polemizzare sottolineando l'odiosa “abitudine per cui se non sei un mostro sacro praticamente non esisti”. Se non sei Satta, Dessì o Deledda lì neppure ti considerano, e “si accorgono di te solo se pubblichi per un editore nazionale”. Da qui la scelta di uscire per Sellerio, nonostante il sogno di “una casa editrice in Sardegna, non centocinquanta: un editore sardo che lavorasse senza contributi regionali, col mercato, con la gente e che un giorno riuscisse finalmente, senza i soldi della Regione, a sbarcare in continente e a vendere i propri libri”. Un sogno che naufraga e che lo vede costretto a guardare oltremare, perché “scrivere senza essere letti non ha senso, è una forma di masturbazione mentale”, e lo dice da accanito lettore. Da chi, solitario, conosce il potere dei libri, dal momento che prima ancora di scriverne ne ha letti tanti, ma meno di quanti avrebbe voluto e se n'è nutrito andando ad alimentare il profondo dialogo con sé stesso, che poi si è trasformato nel bisogno di lasciarsi andare e provare a trovare una storia, da cui sono germinate pagine generose ed indimenticabili. Gli affreschi più belli di un'isola che pur distante, non ha mai smesso d'essere terra madre.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Nacque a Capoterra nel 1952. Visse a Cagliari nel periodo dell’infanzia, degli studi liceali e dell’università: si iscrisse infatti alla Facoltà di Filosofia, senza tuttavia conseguire la laurea. Sono questi anni di grande impegno politico e di intensa attività giornalistica a cui Atzeni si dedicò a partire dal 1966, attraverso la collaborazione a vari periodici e quotidiani ed anche tramite la radio. Nel 1976 ottenne un impiego stabile presso gli uffici dell’Enel, che abbandonò dieci anni dopo, in concomitanza con la pubblicazione del primo romanzo, Apologo del giudice bandito, e con la volontà di allontanamento dall’isola. Viaggiò attraverso l’Europa per poi soggiornare a Torino – ma dal 1990 al 1993 in Emilia fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 1995 nelle acque dell’isola di Carloforte, in Sardegna. Alcune sue opere sono state pubblicate postume.
(Fonte: centro studi filologici sardi)

Sergio Atzeni, “Sì... otto!”,
Condaghes, Cagliari, 2005

Approfondimento in rete: 
centro studi filologici sardi / Fois / sito dell’artista / Italialibri/

ATZENI in LANKELOT:
qui


Angela Migliore, giugno 2010

ISBN/EAN: 
9788873560739

Commenti

[Atzeni] Primo dei miei

[Atzeni] Primo dei miei quattro pezzi in cantiere per lo speciale http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3211.0

[atzeni] grande angela!

[atzeni] grande angela! aggiorno subito lo speciale: http://www.lankelot.eu/forum/index.php?topic=3211.0

[Atzeni] E' uno speciale che

[Atzeni] E' uno speciale che mi sta molto a cuore. Vediamo se riesco ad onorare l'impegno.

[atzeni] non ne dubitiamo:)

[atzeni] non ne dubitiamo:)

[Atzeni] :)

[Atzeni] :)

[atzeni] scrivi, "Se non sei

[atzeni] scrivi, "Se non sei Satta, Dessì o Deledda lì neppure ti considerano, e “si accorgono di te solo se pubblichi per un editore nazionale”. Da qui la scelta di uscire per Sellerio, nonostante il sogno di “una casa editrice in Sardegna, non centocinquanta: un editore sardo che lavorasse senza contributi regionali, col mercato, con la gente e che un giorno riuscisse finalmente, senza i soldi della Regione, a sbarcare in continente e a vendere i propri libri”. Un sogno che naufraga"

> che peccato. Il maestrale sarebbe apparso di lì a poco...

[atzeni] sinceramente, gran

[atzeni] sinceramente, gran pezzo. In pieno stile lankelot. Viva angela. E grazie.

[Atzeni] Eh, sapevo che

[Atzeni] Eh, sapevo che avresti condiviso il sogno di Atzeni riguardo ad un'unica casa editrice sarda, corretta e competitiva.
Grazie per i complimenti, Franco, fan sempre piacere e soprattutto spronano a vincere la pigrizia. :)