“Altro non so/ che inanellare / parole / una poi l’altra / in fila / canticchiando / in blues /” (Atzeni “Altro non so” da La grotta della vipera)
Sergio Atzeni lega il suo scrivere alla musica. E il nodo stringe due diversi linguaggi ugualmente tesi alla più autentica espressione della sofferenza. Quel disagio che appare nitido attraverso le pagine de “Il quinto passo è l’addio”, incarnato dal protagonista, perfetto esempio della figura dell’inetto, propria della tradizione letteraria del Novecento. Distante dalle tradizioni della sua isola, dai valori e dai miti della sua gente, Ruggero Gunale avverte il disorientamento generato dal non saper contrapporne di nuovi, smarrendosi nella continua lotta interiore tra la difesa caparbia della propria diversità e il desiderio di integrazione/accettazione, impantanato nell'aridità di una vita insensata.
Ed è la resa inerte di un uomo che si sopravvive. È apatia: un susseguirsi di gesti ciclici e ridde di pensieri sbilenchi, ricordi confusi e sensi di colpa sopiti da autoassoluzioni in tono vittimista.
“Noi, gli sbandati, i fuori dal mondo che rifiutavano sia la guerriglia urbana che il ritorno nei ranghi, i figli dei fiori, i poeti, i rimbambiti, i pazzi…quelli come me, che non sapevano che fare di se stessi e cercavano motivi per vivere, rimasugli di una generazione che ha tentato di cambiare il mondo perché sapeva che fa schifo, ma non sapeva che lo schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza, le ha costruite con piramidi di sacrificati, le ha costruite anche nelle nostre anime”
Le canne, così come pure l’addio annunciato sin dal titolo, quindi, non sono altro che strategie di fuga messe in atto per eludere l’incontro/scontro col proprio stesso sentire. Tuttavia manca la consapevolezza di una scelta deliberata, manca la fiducia nel cambiamento. Perso nel mondo fumoso delle proprie manie, Gunale elude la realtà, accartocciandosi su se stesso in un allucinato egoismo e cerca evasione da ciò che lo opprime nell’immediato, senza nutrire la speranza di migliorare la propria condizione generale, bensì rassegnato ad accettare angoscia nuova con una passività che non sopisce affatto il dolore della pesante frattura emotiva di cui, però, non è in grado di prendere piena coscienza.
Mentre la nave si allontana dal porto di Cagliari, avverte lo strappo da quella terra “dove ogni angolo di strada testimonia una sua gioia, un dolore, una paura”. E sa bene che la libertà invocata alla partenza, sarà emarginazione all’arrivo. Lo sa, ma non si guarda dentro, non c’è crisi. I sentimenti implodono nell’inerzia. Coerentemente l’autore non racconta ciò che il suo personaggio prova, lasciando invece, che il presente del viaggio si mescoli al passato mediante sogni, visioni e ricordi in forma di flashback. La linea temporale si sposta ripetutamente, il romanzo non rispetta nessuna cronologia. È scrittura sincopata che si spezza in righe asciutte, senza sbavature. Scrittura bifronte, nota Giovanardi nell’introduzione, per la capacità di fondere registri apparentemente antitetici, riuscendo in tal modo a rendere le mille sfumature della realtà che definisce. Perché Atzeni non scrive solo di Ruggero Gunale, scrive della Sardegna, di un’intera generazione e del suo disagio etnico. Scrive e sa essere comico e lirico, tragico, onirico, referenziale e puramente descrittivo. Scrive ed è ricerca del ritmo, le parole non bastano: la vita come una danza. Intensa, sfibrante, ma breve: cinque passi soltanto.
È la passione ad accendere il fuoco del primo. La fiamma divampa, diventa legame, urgenza, fame sino a giungere alla colpa del secondo passo che spinge giù, dentro un vortice di solitudine, pensieri nebbiosi e ossessione in un delirio che segna il terzo passo, preannunciando già l’agonia del quarto e il conseguente stato di abulica prostrazione generato dal gelo di ricongiungimenti silenti e dal definitivo abbandono. La mente cede prima del corpo. Il quinto passo è un addio sterile di aspettative. È un senso di vuoto da cui nessun mare saprà porre distanza. Perché le rinunce dilatano i ricordi, inasprendo i rimpianti. Perché l’alterità degenera in estraneità. Perché Ruggero è un’isola. L’unica isola da cui non potrà separarsi.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Nacque a Capoterra nel 1952. Visse a Cagliari nel periodo dell’infanzia, degli studi liceali e dell’università: si iscrisse infatti alla Facoltà di Filosofia, senza tuttavia conseguire la laurea. Sono questi anni di grande impegno politico e di intensa attività giornalistica a cui Atzeni si dedicò a partire dal 1966, attraverso la collaborazione a vari periodici e quotidiani ed anche tramite la radio. Nel 1976 ottenne un impiego stabile presso gli uffici dell’Enel, che abbandonò dieci anni dopo, in concomitanza con la pubblicazione del primo romanzo, Apologo del giudice bandito, e con la volontà di allontanamento dall’isola. Viaggiò attraverso l’Europa per poi soggiornare a Torino – ma dal 1990 al 1993 in Emilia fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 1995 nelle acque dell’isola di Carloforte, in Sardegna. Alcune sue opere sono state pubblicate postume.
(Fonte: centro studi filologici sardi)
Sergio Atzeni, “Il quinto passo è l’addio”, Ilisso, Nuoro, 2001
Approfondimento in rete: centro studi filologici sardi / Fois / sito dell’artista / Italialibri/
Atzeni in Lankelot:
Atzeni Sergio - Apologo del giudice bandito - AngelaMigliore
Atzeni Sergio - Il figlio di Bakunìn - AngelaMigliore
Atzeni Sergio - Il quinto passo è l'addio - AngelaMigliore
Atzeni Sergio - Passavamo sulla terra leggeri - AngelaMigliore
Atzeni Sergio - Passavamo sulla terra leggeri - franchi
Angela Migliore, marzo 2007
Commenti
Finalmente Atzeni!
Già nel primo paragrafo trovo elementi di interesse, a partire dalla musica. E poi: "continua lotta interiore tra la difesa caparbia della propria diversità e il desiderio di integrazione/accettazione, impantanato nell?aridità di una vita insensata" > tutto suona eccezionalmente famigliare:). Procedo
"Scrittura bifronte, nota Giovanardi nell?introduzione"
> Giovanardi come? Dimmi dimmi... il nome di battesimo.
"Perché Atzeni non scrive solo di Ruggiero Gunale, scrive della Sardegna, di un?intera generazione e del suo disagio etnico. Scrive e sa essere comico e lirico, tragico, onirico, referenziale e puramente descrittivo. Scrive ed è ricerca del ritmo, le parole non bastano: la vita come una danza. Intensa, sfibrante, ma breve: cinque passi soltanto." > mi ha colpito molto questo tuo scritto. Stesso vale per la biografia. Segno tra gli autori destinati ad opportuno approfondimento, un bel giorno. Grazie di cuore per avercelo presentato.
E' un peccato che tu non scriva più spesso, Angela. Hai uno stile micidiale.
"Perché Ruggiero è un?isola. L?unica isola da cui non potrà separarsi."
Bellissima chiusa, ma tutto è interessante.
Atzeni è l'ennesimo autore di cui sento parlare da tempo e che sta in attesa....Intanto grazie Angela!
2> Stefano Giovanardi http://it.wikipedia.org/wiki/Stefano_Giovanardi
3-4> Sono pigra, Franco, molto pigra! E ultimamente faccio più fatica del solito a scrivere. Ho ordinato altri tre libri di Atzeni, l'intenzione c'è ;)
5> Il suggerimento è partito dal forum, Atzeni non lo conoscevo affatto è stata goccia a proporlo. Mi piacciono i consigli in materia di letture, poi a dirla tutta, questo romanzo ha un titolo che inchioda, e io sono facilmente preda del fascino dei bei titoli.
(Corretto RUGGERO, c'era una I di troppo. Alla napoletana)
"Perché l?alterità degenera in estraneità".
Che bella la tua recensiome.
Atzeni mi ha fatto conoscere la terra di mio padre, la Sardegna, la dimensione dell'isola, la lontananza.
Che piacere quando le persone leggono i libri che consiglio ;-)
Pagina forte, densa, bella.
"Scrive ed è ricerca del ritmo, le parole non bastano: la vita come una danza. Intensa, sfibrante, ma breve: cinque passi soltanto."
Basta questo a indurmi alla ricerca (magari in biblioteca) di un autore che non conosco (ancora).
Confermo Gf del commento n. 4 :)
9> Goccia, il piacere è seguire quelli che poi si rivelano ottimi consigli. Quindi, grazie a te!
10> Ilde, la scoperta di Atzeni è stata fortuita anche per me, ma ora ho deciso di leggere anche gli altri romanzi. Presi su ibs, chè nelle librerie sono introvabili. In biblioteca ammetto di non aver cercato. Ho un rapporto molto fisico coi libri che leggo, devo sottolinearli, annotarci su parallelismi con altri testi e idee. Insomma diventano poi troppo personali persino per prestarli.
La fase della lettura in biblioteca spesso per me è solo "propedeutica" all'acquisto (e alla rilettura). Concordo con te che un libro deve essere "proprio", ma quando non si conosce assolutamente un autore, per me è buona norma (anche di tipo bassamente economico!) cercarlo prima in biblioteca.
Altre volte non rimane che la biblioteca (per quanto questo possa dispiacere) e non c'è Ibs che tenga. La biblioteca ha poi la funzione della scatola delle meraviglie, molto più della libreria: talvolta cercando alcuni autori, ne ho scoperti di insospettabilmente belli (e dimenticati).
Anche qui il grande tema è l'identità di un diverso. Che bella riscoperta, angela migliore!
Ma finché continueremo a ragionare in termini binari (identità/differenza) no nsi faranno passi avanti. Il povero Atzeni era troppo condizionato dalla sua realtà per rendersene conto. Noi possiamo coltivare uno sguardo diverso, oggi.
Basta col sistema binario. E' tragicamente maschio.
Scusate se sono in serata di rispolvero delle mie vecchie utopie "terziste". ;)
Ops, ho scoperto solo oggi l'ultimo commento. Chiedo scusa per la mancata replica.
E' interessante l'idea di coltivare uno sguardo che vada oltre il sistema binario. Solo una curiosità: perchè sarebbe "tragicamente maschio"? Illuminami.
archivio Atzeni aggiornato!