È il 1986, quando Sergio Atzeni, dopo i lunghi anni dediti all’intensa attività giornalistica che lo vide collaborare con vari periodici ed emittenti radio, corona il sogno di scrittore pubblicando il suo primo romanzo. Elvira Sellerio punta sull’Apologo del giudice bandito, dando una svolta alla vita del sardo che, proprio in concomitanza con l’uscita del libro, abbandona l’isola e lo sgradito impiego all’ENEL ottenuto dieci anni prima.
L’esordio è accolto favorevolmente dalla critica, Fofi lo recensisce sulla rivista “Linea d’ombra”, con tono entusiastico e ancora oggi non manca di riconoscere agli scritti di Atzeni “il buon gusto, la genialità di raccontare storie senza la presunzione della Storia”.La sua, infatti, è una “riscrittura della Storia, capace di narrarci, attraverso il romanzo, una verità che la Storia non sa narrare”. (citazione dal sito dell’artista )L’intento, come sottolinea Giovanardi, è quello di servirsi della trasfigurazione per delineare una sorta di percorso antropologico dell’uomo sardo. In questo senso l’Apologo del giudice bandito costituisce il primo capitolo di una trilogia che, partita dal fatidico 1492, con Il figlio di Bakunìn e poi con Il quinto passo è l’addio, arriva progressivamente al nostro 1900, tratteggiando con abilità il dissidio di una Sardegna concepita come un’isola nell’isola: in bilico tra un passato sempre più labile e un presente di esclusione. Orfana della propria memoria, dimentica delle proprie tradizioni e, al contempo, distante, emarginata dal resto d’Italia per ragioni di natura non unicamente geografiche, ma anzitutto culturali. Perché a dividere non c’è solo il mare. "Sono sardo, sono europeo", era il credo di Atzeni che saltava la dimensione nazionale per abbracciare quella più ampia di continente. Da qui l’importanza delle sue opere in cui, partendo dal disagio etnico individuale, l’autore racconta il totale smarrimento dell’identità collettiva della propria gente.
E non è scrittura folcloristica, non è pedissequa ricostruzione delle origini. È testimonianza che attraversa la storia fantasticando, e la sbriciola e la filtra e la colora e l’arricchisce dandole respiro universale.Tale scelta, nel caso del primo romanzo, è evidente sin dal titolo. L’autore ricorre all’apologo, decide di riportare in vita atmosfere e personaggi di un tempo remoto, per proporre una prospettiva altra rispetto ad eventi noti, col fine di dilatare il valore della morale e fornirne una lettura in chiave attuale, capace di evidenziare la lacerazione che da sempre divide i sardi da quelle istituzioni volte allo snaturamento del loro territorio e del loro stesso dna orgogliosamente forgiato sulla balentìa.
La narrazione prende avvio da un fatto documentato: il processo per mano del tribunale dell’Inquisizione, alle locuste che infestarono l’isola nell’anno in cui Colombo scopriva il nuovo mondo. Ben presto, però, la realtà storica finisce per diventare mera cornice, dove ambienti e protagonisti mirabilmente descritti, costituiscono soltanto i tasselli di quel grande mosaico che è il sentimento sardo. Il viceré, la serva, la baronessa, i monaci, i soldados, i pezzenti, padre Cordano, l’arcivescovo di Almeria, Michele misericordia, Felipe, Terencio, Don Antogno, Juanica, Alì e Itzoccor Gunale (come il Ruggero de Il quinto passo è l’addio): parti avverse di uno scontro che coinvolge sardi e istragni (stranieri),in giochi di potere, complotti, omicidi, tradimenti, soprusi e strumentalizzazioni della fede popolare. Ma anche sardi in lotta fra loro, avvezzi alle calunnie e consumati dalle invidie, dalla rivalità e dalla miseria. Popolo sintesi di più etnie mescolatesi, eppure “armati l’uno contro l’altro come granchi in una cesta”.
Il romanzo segue l’andamento di un racconto a voce, la scrittura di Atzeni abile “artista-artigiano della parola”, così come egli stesso amava definirsi, si sviluppa secondo il ritmo proprio della paratassi, con periodi brevi e sincopati a susseguirsi e rincorrersi e completarsi quasi fossero scanditi dalla voce di un cantastorie. I dialoghi si snodano con l’immediatezza del parlato. La vicenda centrale si frantuma in più episodi autonomi e tuttavia legati vicendevolmente dal comune denominatore della territorialità. Il prima e il dopo si fondono e confondono nella trama, mediante il continuo ricorso ai flashback che spostano ripetutamente il punto di osservazione del lettore. Ed è come perdersi nelle sale fastose del palazzo regio, o nell’oscurità dell’aula del giudizio, o nei vapori delle cucine unte, o nel vociare del mercato: davanti ad un brulichio costante che non avanza, ma ristagna senza giungere al cambiamento. A quella modernità canonicamente sancita dalla data che apre la prima riga del libro e ciononostante lontana, o addirittura forse neppure desiderata. E leggere è come prendere parte ad un’intensa partita del gioco di shah più volte ricorso tra le pagine. È imparare le regole strada facendo e trovarsi vincitori, perché se è vero che al sopravvissuto nel duello finale andranno cuore e fegato del vinto, è vero anche che è chi legge ad averne masticato e metabolizzato i pensieri.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Nacque a Capoterra nel 1952. Visse a Cagliari nel periodo dell’infanzia, degli studi liceali e dell’università: si iscrisse infatti alla Facoltà di Filosofia, senza tuttavia conseguire la laurea. Sono questi anni di grande impegno politico e di intensa attività giornalistica a cui Atzeni si dedicò a partire dal 1966, attraverso la collaborazione a vari periodici e quotidiani ed anche tramite la radio. Nel 1976 ottenne un impiego stabile presso gli uffici dell’Enel, che abbandonò dieci anni dopo, in concomitanza con la pubblicazione del primo romanzo, Apologo del giudice bandito, e con la volontà di allontanamento dall’isola. Viaggiò attraverso l’Europa per poi soggiornare a Torino – ma dal 1990 al 1993 in Emilia fino all’anno della sua morte, avvenuta nel 1995 nelle acque dell’isola di Carloforte, in Sardegna. Alcune sue opere sono state pubblicate postume.
(Fonte: centro studi filologici sardi)
Sergio Atzeni, “Apologo del giudice bandito”, Sellerio, Palermo, 2006
Angela Migliore, marzo 2007
Commenti
Compatibilmente con la mia pigrizia e la poca concentrazione, seguiranno: "Il figlio di Bakunìn" e "Passavamo sulla terra leggeri".
""Sono sardo, sono europeo", era il credo di Atzeni che saltava la dimensione nazionale per abbracciare quella più ampia di continente. Da qui l?importanza delle sue opere in cui, partendo dal disagio etnico individuale, l?autore racconta il totale smarrimento dell?identità collettiva della propria gente."
> Sto apprezzando la tua lettura dell'opera prima di Atzeni. Questo passo mi ha colpito molto. Avanzo
"lacerazione che da sempre divide i sardi da quelle istituzioni volte allo snaturamento del loro territorio e del loro stesso dna orgogliosamente forgiato sulla balentìa."
> estremamente interessante anche qui. Di Atzeni prima o poi mi dovrò nutrire per bene. Grazie Angela, altro pezzo notevole.
"La sua, infatti, è una ?riscrittura della Storia, capace di narrarci, attraverso il romanzo, una verità che la Storia non sa narrare?.
> Scrive Fofi, e tu ricordi. Ma questo cosa significa realmente?
Ci pensavo pochi mesi fa, analizzando quel lavoro di Karlsen e Spadaro che si fonda su testimonianze di narratori, poeti e giornalisti. Che ci sia qualcosa che non va nel concetto di Storia (s maiuscola?)
Non so darti una risposta, solo il mio parere personale, che lascia quindi il tempo che trova. Per Atzeni si parla di riscrittura della Sotria, io avrei detto più frammentazione. Riduce il campo d'indagine alla realtà più prossima al proprio sentire. Entra nella Storia, quella con la maiuscola, quella distante, quella così lenta da apparire immobile e la riscrive in un'ottica che va dal particolare al generale. Dall'individuale all'universale. Frantuma la storia regalandocene gli episodi e con essi, le mille verità soggettive nascoste dietro le pieghe dei grandi avvenimenti.
Quanto alla lettura dell'opera prima, posso dirti che avrei fatto bene a proseguire seguendo l'ordine cronologico. Avrei registrato l'affinarsi dello stile e l'acuirsi della sensibilità dell'autore. Ma mi son fatta stregare dalla bellezza del titolo de "Il quinto passo è l'addio" e ho letto il primo romanzo, con la consapevolezza che il miglior Atzeni sarebbe venuto con gli anni.
"Sono sardo, sono europeo"> questo è un passo che colpisce.
e anche questo:
"Sardegna concepita come un?isola nell?isola: in bilico tra un passato sempre più labile e un presente di esclusione. Orfana della propria memoria, dimentica delle proprie tradizioni e, al contempo, distante, emarginata dal resto d?Italia per ragioni di natura non unicamente geografiche, ma anzitutto culturali. Perché a dividere non c?è solo il mare."
Sembra uno scrittore a prima vista "etnico", molto locale, ma che ha poi un respiro assai più vasto, infatti si vuole collegare direttamente all'Europa. Non è operazione da poco, direi.
Ottimo evidenziarlo.
Non è operazione da poco, no. Peccato non abbia avuto il giusto rilievo. Personalmente prima del consiglio di goccia, sul forum, non avevo mai sentito il nome di Atzeni e mi spiace. Eppure studio (anzi dovrei studiare) lettere. Sarebbe ora che si cominciasse a togliere un po' di polvere dai programmi scolastici e universitari.
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