Variazioni sulla solitudine: efficacissimo il titolo della Prefazione firmata da Giampiero Bellingeri. Non avremmo saputo trovare espressione sintetica più efficace per definire i racconti raccolti in Aspettando la paura di Oğuz Atay (1934-1977) fondamentale autore turco che ora, tardivamente (meglio tardi che mai è il caso di dire, sebbene i francesi ci battano sempre di un soffio), anche il lettore italiano può scoprire, in attesa (così ci viene promesso in Prefazione) della traduzione del suo complesso capolavoro: Tutunamayanlar, traducibile con I disconnessi o, più novecentescamente, con Gli inetti. Lieta, curiosa attesa. Per ora bastano a farci venire l'acquolina in bocca queste Variazioni sulla solitudine, quasi ouverture alla grande sinfonia.
Un intempestivo tumore al cervello nel 1977 ha provveduto a privare le lettere turche di questo loro devastante rivoluzionario che, nel quieto prato della letteratura realistica allora imperante, ha pensato bene di lanciare la bomba scompigliante della (post)modernità. L'interrogazione esistenzialista, la sconnessione irrimediabile del soggetto dal tessuto sociale, la frantumazione ansiogena e ironica delle possibilità di comunicazione. La qualifica di ingegnere ce lo fa associare, con approssimazione forse non del tutto gratuita, al nostro ingegnere pasticciato Gadda. Ma i nomi che in genere vengono chiamati in causa sono altri: Kafka, innanzitutto, Joyce, Čechov, Nabokov, Pirandello - aggiungerei io. Coordinate spazio-letterarie che aiutano a individuare la collocazione del continente Atay; coordinate fornite con la consapevolezza che quel continente, sebbene fitto di riferimenti con gli autori citati e molti altri ovviamente, gode di condizioni atmosferico-letterarie decisamente particolari, individuali, geniali. Internamente alla letteratura turca si potrebbe tracciare una linea che partendo dai racconti di Sait Faik, passando per O.Atay, degenera infine in Mario Levi e nella sua problematica scrittura. Protagonista, sempre, la solitudine.
Ma solitudine di chi? Solitudine dell'individuo certo, sganciato da ogni eventuale integrazione, deprivato del consolante balsamo della normalità, scomposto e maldestro in tentativi di comunicazione, scambio, elaborazione del senso. Ma non solo. A far rizzare i peli e le antenne del lettore forte, dalle pagine di Oğuz Atay proprompe un'altra, ultima, estrema solitudine: la solitudine della parola; il conato di connesione che la letteratura esprime, contemplandone sin da subito il fallimento. Siamo a molte miglia letterarie di distanza dal realismo sociale di altri pur grandi scrittori turchi (Yaşar Kemal ad esempio). Qui la società è macerata e triturata dal travaglio intimo e individuale del soggetto, chiuso in una sua verbosa grotta di solitudine, dove la parola, la sintassi, la punteggiatura, annaspano nella ricerca cieca di un referente, così come di un ricevente.
L'influenza kafkiana provvede a dividere in due blocchi gli otto racconti della raccolta, pubblicati fra il 1972 e il 1977: L'uomo nel cappotto bianco; Scordato e Aspettando la paura risentono evidentemente dell'influenza dello scrittore praghese, mentre Una lettera mai spedita; Né sì né no; Il Cavallo di legno; Lettera a mio padre e I narratori sui binari sono esperimenti più liberi, afasici tentativi di interlocuzione.
«Confuso in una folla brulicante. Inetto. Senza soldi.[..]Nemmeno quando elemosinava otteneva successo. Non possedeva alcun bene e all'apparenza non manifestava invalidità alcuna.» Poche frasi bastano a darci l'atmosfera de L'uomo nel cappotto bianco, il cui protagonista, fattosi manichino vivente nel suo cappotto da donna, affonderà in mare in un naufragio dell'individuo e del suo senso. Scordato ci sprofonda nelle profondità tenebrose del ricordo, attraverso le polveri, gli insetti e i crani sfondati custoditi su in soffitta. Riemersioni inattese che pongono domande al presente: domande cui non si dà ascolto. In Aspettando la paura l'esterno, il mondo, l'altro è una lettera indecifrabile e misteriosa, scritta in una lingua incompresnibile e inviata da “quelli là”; lettera che scatena nel soggetto risposte convulse, uno scandaglio del proprio mistero in base alla domanda incompresa posta da “loro”. Isolamento cui si associa un disperato tentativo di restare aggrappati alla realtà attraverso lo studio delle lingue straniere o l'esercizio dell'amore autoimposto per la natura. Con Una lettera mai spedita si cambia in parte registro. Il genere epistolare consente una interlocuzione diretta, il vantaggio di un “tu”, una seconda persona cui rivolgersi direttamente. Ma non basta: il discorso si frantuma, si ripiega su se stesso, singhiozza o degenera in assurdità grammaticali spietatamente commentate fra parentesi come in Né sì né no. Lettera a mio padre ha una matrice autobiografica, ma il padre dello scrittore è ormai morto, il “tu” che gli si rivolge e un “tu” vuoto, che non risponde. Con Il Cavallo di legno ci spostiamo nella Troade, dove esplode lo scontro fra il passato eroico e vitale, e il presente “decoroso, turistico e banale”: «Cantaci ancora storie nuove, e illustra quel cavallo dal legno ricavato. E dell'agguato le lunghe strofe infila. [...]Si può, volendo, acquistare questo Cavallo di Legno a lire dieci, nell'Ufficio informazioni qui all'entrata». Oppure qui con splendida inversione di termini: «I turisti in una calca discinta avanzavano barcollando in mezzo alla storia che restituiva vita al sole e alla polvere.» Splendido e amarissimo l'ultimo I narratori sui binari, aspra fantasia onirica sulla condizione della letteratura. Tre narratori in tre capanne sulla cima di una montagna, come venditori ambulanti di racconti vendono pagine presto rapprese ai viaggiatori dei treni in sosta alla stazione, così come altri vendono yogurt o mele. Ma pian piano i treni si fanno più radi, i lettori più critici, la censura del capostazione più acuta. L'appello finale è la ricerca di un ascolto: «clienti non ne ho più: ma come, come potrò spiegare loro dove mi trovo? Ed è questa una faccenda che mi mette in pensiero. Eppure voglio scrivergli, a quel lettore, scrivere sempre per lui, a lui narrare racconti senza interruzione, a lui comunicare dove mi trovo. Io sono qui, caro lettore, e tu, dove sei?».
Lieti di parafrasare la domanda per poter rispondere al narratore sul binario di O. Atay che molti lettori, eccoli, sono qui su Lankelot e ringraziano la piccola Lunargento editrice di averci dato la possibilità di ascoltare il suo richiamo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE: Aspettando la paura è stato pubblicato nel 2011 da Lunargento a cura di Giampiero Bellingeri. Traduzione a cura dello stesso Bellingeri e di Şemsa Gezgin. Oltre alla Prefazione di Bellingeri e ad un'agile biografia dell'autore, il volume offre un'Appendice firmata da Orhan Pamuk, che a Oğuz Atay deve molto.
Oğuz Atay era un ingegnere turco nato a Inebolu, sul Mar Nero, nel 1934. Muore nel 1977 a causa di un tumore al cervello. Il suo sperimentalismo letterario irrompe sulla scena letteraria di un paese fermo ad un realismo ormai stantio. Il suo grande capolavoro Tutunamayanlar è in attesa di essere tradotto dal turco, impresa non facile, data la complessità joyciana dell'opera. Altro titolo della sua bibliografia, che contempla traduzioni, teatro, memorie, è Tehlikeli Oyunlar (Giochi pericolosi). I racconti compresi in Aspettando la paura sono stati tradotti in francese nel 2010 da Jocelyne Burkmann et Ali Terzioglu: "En guettant la peur", l'Harmattan.
Francesco Marilungo, Aprile 2011.
Commenti
[aspettando la paura] altro
[aspettando la paura] altro grande contributo di FRANCESCO. Buona lettura!
[letteratura turca] archivio
[letteratura turca] archivio analitico, per 27 schede (ad oggi): http://www.lankelot.eu/archivione?letteratura%20turca
Incredibile lavoro del nostro Franz.
[atay] e dopo questa bella
[atay] e dopo questa bella introduzione, amice Franz, non possiamo che auspicare che quando - con tempi meno italioti del solito, si spera - finalmente ci verrà presentata l'edizione italiana di "Tutunamayanlar", "romanzo di complessità joyciana"... sarai tu a parlarcene a dovere, e con l'ispirazione di sempre. Grazie per questo tuo bellissimo contributo.
[aspettando la paura]
[aspettando la paura] articolo ripreso sull'ottimo ISTANBUL, AVRUPA di Giuseppe Mancini: http://istanbulavrupa.wordpress.com/2011/05/06/aspettando-la-paura/
e alè, gf
[Aspettando la paura]: Torna
[Aspettando la paura]: Torna sul libro Roberta Bertoldi di OBC:
http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Aspettando-la-paura-102068
[atay, "aspettando la paura"]
[atay, "aspettando la paura"] qui invece la Pieri nel Recensore: http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/02/aspettando-la-paura-i-racconti-di...
[Atay]: Grazie della
[Atay]: Grazie della segnalazione Gianfranco; intanto posso dire per certo che qualcuno sta lavorando sul serio alla traduzione di Tutunamayanlar. Ci sarà da aspettare ancora un pò,ma sicuramente varrà la pena..
[Tutunamayanlar] non vedo
[Tutunamayanlar] non vedo l'ora di leggere le tue impressioni post prima lettura:)