Aste Fiorenza

Cocci di bottiglia

Autore: 
Aste Fiorenza

Leggo i dodici racconti di Fiorenza Aste, Cocci di bottiglia. Poi li rileggo. M’impongo di tenere a distanza il suo bel volto, la sua persona. Non è salutare conoscere gli scrittori che si leggono. Si possono fare errori di valutazione.
Tuttavia, la sua scrittura e la sua figura insistono a volersi fondere. D’accordo, che si
  fondano.
Nella mia testa prende forma l’immagine di un arciere. Non quella di un’amazzone. Proprio quella di un arciere che tende l’arco, tira e fa centro.
In questo modo interpreto i suoi dodici racconti. L’arciere che tende l’arco, lo sguardo dritto al cuore della narrazione, la freccia che parte e colpisce.
Eh, sì. Ha occhi molti buoni, Fiorenza Aste.
  Occhi buoni e allenamento.
Ma quando ci si può considerare scrittori? La domanda è molto abusata. Tuttavia, repetita iuvant: dal mio punto di vista è scrittore colui o colei che da subito è esperto nell’afferrare il senso delle cose.

Questo talento da solo ovviamente non basta. E’ poi richiesto di saper stendere su pagina bianca questo senso che si è afferrato. La cosa richiede allenamento. Tecnico ed esistenziale. A quest’ultimo aspetto provvede la vita, distribuendo in modo per nulla equanime, bastonate, calci in faccia e favori. Tutto rifilato alla cieca dal destino cinico e baro.
E infatti così sembrerebbe se lo scrittore, in questo caso la scrittrice,
  non pretendesse di dare un nome, un ordine - mai una spiegazione -  a questo cieco colpire.
E questo nome è dolore. 

I dodici racconti di Aste sono lavori a china. Nero su foglio bianco.  Niente fronzoli. Niente trucchi.
“Niente trucchi, per favore”, diceva un grande scrittore di racconti. Scrittore amatissimo: Raymond Carver, il quale, sono certa, apprezzerebbe senz’altro la narrazione di questa autrice.

E se dovessi dare una forma alla testa di questo arciere che punta dritto al cuore del suo bersaglio?
Senza esitazione gli attribuirei una testa di rapace: civetta che scruta nella notte o falco.

Ogni racconto è calibrato sullo sguardo, il punto d’osservazione collocato a distanza. Né troppa né troppo poca.  In questo modo l’oggetto d’attenzione, anche il più lacerante oggetto d’attenzione, si fa nitido, illuminato dal lampo veloce dello sguardo che colpisce e rivela.
Se questa distanza tra lo sguardo e l’oggetto mancasse,  i contorni si farebbero incerti, la scrittura diverrebbe poco più che vago chiaroscuro, o peggio ancora, poltiglia sentimentale.
Nei racconti di Aste non c’è fusione né mescolanza tra sguardo e oggetto d’attenzione. Ciò nonostante le figure dei dodici racconti non sono lasciate sole. L’autrice  accompagna i suoi personaggi senza intervenire. Li segue a distanza lungo il loro percorso. E li piange. Si sente ad orecchio che li piange. A tratti, i racconti sono attraversati da un’allegria fanciullesca, vibrano di risate argentine e di una carica decisamente sensuale. Mi piace. E’ così che viaggiano la vita, e il mondo, e le creature di questo mondo. La sua scrittura me ne ricorda un’altra.
Questa:
 
…Allora quando non crederai più che le cose debbano andar meglio “nell’ambito di ciò che esiste”, che i ricchi debbano smettere di esser ricchi e i poveri di esser poveri, che gli innocenti non debbano essere condannati e che i colpevoli vadano giustiziati.
Quando non vorrai più consolare né far del bene e non chiederai più consolazione né aiuto
Quando la pietà e la sofferenza saranno andate al diavolo e il diavolo al diavolo, allora!
Allora balza in piedi ancora una volta e abbatti il vecchio ordine infame. Allora sii diverso, perché il mondo cambi, perché infine cambi direzione!
Allora, prendilo su di te! ( Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno, U.E. Feltrinelli, 1999. p. 33).

Prendere il mondo su di sé, nella misura della propria forza, questa è la compassione che leggo negli scritti di Fiorenza Aste.
In questi racconti anche il sogno ha un suo domicilio. E non viene espresso diversamente da come è interpretato il reale. Entrambi, realtà e sogno, sono colpiti dallo sguardo in modo equanime. Inermi e nudi. Messaggi inquietanti, a tratti feroci,
  dell’inconscio:

Lo fai ancora quel brutto sogno, Rosa?”
“Sì, qualche volta. Anche ieri. No, non ieri, il giorno prima.”
“L’altroieri”.
“Sì. Ho sognato che il papà mi correva dietro. Io scappavo nel pollaio e lui mi chiudeva fuori. Era notte e io piangevo perché avevo paura. C’era anche la mamma e piangeva anche lei. Poi arrivava un signore che ci guardava dal vetro.”
“Da che vetro?”.
“Non lo so. C’era un vetro di una finestra e ci guardava da lì. Io sapevo che ci voleva impiccare e urlavo”.
“E poi?”
“E poi mi sono svegliata”.
(L’odore della neve, p. 49).

C’è poi il sogno della giovane donna che si sveglia accanto ad uno sconosciuto in una stanza che non le è per nulla familiare. Non sa neppure come ci sia arrivata lei, in quella stanza. Il giovane che le dorme accanto è bello. La donna l’osserva come si può osservare un ramo di ciliegio in fiore. Quella bellezza non vuole possederla. La contempla a distanza, pur essendo il giovane al suo fianco,  nello stesso letto.

Ricorda che la sera prima aveva ballato. Aveva ballato molto. Si era esposta agli sguardi degli altri. Soprattutto si era esposta allo sguardo di un uomo che non era il giovane biondo:
…”Lei non ballava per lui però.

Lo faceva per quell’altro che parlava con qualcuno, lontano, in qualche angolo affollato pieno di fumo.
Sempre da lontano, sempre da un posto riparato.
Ogni cosa fatta solo con gli occhi…(Vieni via di qui, p.58).
 

Poi lei ricorda il sogno:

Era all’aperto. Forse in un prato. C’era suo marito con lei.
All’improvviso lui allungava la mano e le staccava qualcosa che aveva appiccicato dietro alla spalla…
“Che cos’è?”, chiedeva lei. “E’ una pelle di serpente”, rispondeva il marito…(ib. pag.60)
 

La raccolta di racconti che ha per titolo Cocci di bottiglia è, a mio avviso, un’unità compiuta. Mostra le cose e l’ombra. E dentro quell’ombra, il coltello, la lama che ferisce. Che il colpo di lama abbia origine nel sogno o nel reale, poco importa. Lo sguardo di chi scrive coglie l’attimo. Quell’attimo è compiuto e irripetibile. Come è irripetibile ogni gesto quotidiano del vivere.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Fiorenza Aste (Rovereto?, 1961), scrittrice italiana. Vive a Rovereto, dove insegna in una scuola elementare. Ha fatto parte della redazione di “Storie” (Leconte Editore). Collabora come critica letteraria con diversi siti web. Cura il blog “Soglie e Flussi”.

Fiorenza Aste, “Cocci di bottiglia”, Edizioni Creativa, Napoli 2007. Collana “Declinato al femminile”, diretta da Francesca Mazzucato. Prefazione di Antonella Lattanzi.  

Approfondimento in rete: Declinato al femminile / Booktrailer di “Cocci di bottiglia” / Soglie e Flussi (Blog dell’autrice)


Renata Adamo, febbraio 2008

ISBN/EAN: 
9788889841235

Commenti

Ave Renata!
Articolo on line.

bella pagina, empatica, sentita. a parte quel "ne sono certa, apprezzerebbe la narrazione di questa autrice" che mi ha dato una punta di fastidio, per quella certezza, ecco. se al posto del "ne sono certa" ci fosse stata un "credo", per me sarebbe cambiata molto. e resta una bella pagina, Renata. Solo un'altra cosa, non ho capito, quando citi Bachmann. Non ho capito se trovi somiglianti le due scritture, o se sono somiglianze nel sentire la scrittura, ecco. Perché tu sottolinei quel "Allora, prendilo su di te" e il tuo discorso successivo si basa su di esso, sul prendere il mondo su di sé, la compassione etc. Così mi sembra che Aste abbia fatto sua quell'incitamento di Bachmann, più che il suo stile di scrittura. Non so se mi sono spiegato.
E forse non è fondamentale, ecco, solo che non l'ho capito.
E niente, grazie per la bella lettura che hai offerto, ancora grazie.

Caro Andrea,
sono del tutto d'accordo con la tua prima osservazione: uno non deve essere mai certo di nulla, figuriamoci poi se si appropria arbitrariamente di eventuali giudizi di Raymond Carver. La frase aveva dato fastidio anche a me, rileggendo. Poi, forse me ne sono dimenticata.
Seconda osservazione: E' vero, può non apparire chiaro. Io parlo di una somiglianza nel sentire tra le due scritture. Ci può essere pure una vicinanza di stile con Bachmann ma non ne sono certa, dunque non era questa la cosa che volevo dire.
Ad ogni modo, sto leggendo qua e là su Lankelot, recensioni curate da diverse persone. Comprese le tue che trovo stimolanti. Verrò a "pettinarti" un po', appena avrò il tempo.
Grazie, un saluto caro
Renata

ecco. ora tremo, sigh :)
grazie per avermi chiarito le cose. (io non conosco nessuna delle due scrittrici, quindi non avevo capito)
grazie ancora.

Grazie a Renata Adamo per l'attenzione profonda e la lettura fatta insieme col cuore e con la testa. E' sempre qualche cosa di commovente sapere che qualcuno ha dedicato il suo tempo e i suoi occhi a leggere le tue parole. Molto più emozionante ancora poter leggere degli effetti che le parole hanno prodotto.
E ancora una volta grazie a Lankelot. Di esistere, prima di tutto. E poi di essere quello che è. Casa di cuore, cultura e intelligenza.

Grazie a te per abitarla e animarla, Fiorenza.

Ottima lettura, Renata, che condivido in pieno. In particolare questo passaggio mi ha favorevolmente impressionata:

"L?autrice accompagna i suoi personaggi senza intervenire. Li segue a distanza lungo il loro percorso. E li piange. Si sente ad orecchio che li piange."

Anch'io l'ho sentito "a orecchio". Quell' empatia che pervade la narrazione pur senza intromissione rendendola dolce, anche nei momenti più amari.

Eh sì, proprio così, ti pettinerò caro Andrea! Ma dai..., siamo o non siamo spazzatori di nuvole?
Però è bello chiacchierare in questo sito. Prezioso dono di Lankelot.
Per Sabrina: grazie per le osservazioni. Sto leggendo il tuo libro. Per ora posso solo dire che lo trovo piuttosto interessante. C'è tensione, vita. Questo, innanzitutto.