In un tempo imprecisato, in un’atmosfera rarefatta e irreale, la vita del magistrato va avanti ormai da anni. Sempre uguale. Poche le emozioni, in quella provincia alla fine dell’Impero, sperduta chissà dove, avamposto al confine di un territorio sconosciuto e impervio.
Al di là delle mura, i barbari. Al di qua, una piccola cittadina con la sua routine quotidiana, il mercato, il via vai dei cittadini e un magistrato che controlla che tutto vada per il verso giusto.
Il magistrato conduce una vita tranquilla: legge molto, si dedica con cura alla scoperta e alla conservazione di misteriose tavolette di antica fattura, che recano sulla superficie un linguaggio incomprensibile. Spesso passa la notte con una donna, una prostituta.
Il suo è un mondo sereno, fatto di poche ma salde certezze quotidiane. Ma tutto ciò cambia all’improvviso, quando dal centro dell’Impero arrivano le prime notizie su un possibile attacco dei barbari.
Per decenni si erano sempre mantenuti lontani dal paese, di tanto in tanto si presentavano per scambiare merci, ma nulla di più.
I soldati ne catturano due, accusati di rubare galline, e li portano in caserma. Sono padre e figlio, vengono torturati senza pietà. Il magistrato non può farci nulla, quando arriva la giustizia ha già agito e condannato, ma senza di lui.
La cattura dei barbari, sparsi nelle terre circostanti, diventa sempre più frequente. Prima questi due, poi un gruppo più consistente.
Presi, interrogati, alcuni seviziati, lasciati poi a vivere nel cortile della caserma: prima con indifferenza, poi quasi con simpatia, alla fine odiati un po’ da tutti verranno ricacciati fuori dalle mura.
Non tutti. Una ragazza, non si sa bene come, resta. E’ una mendicante, vive di stenti. E’ quasi cieca per le torture subite: brutta, tozza, poco aggraziata. Ma questo basta per far scattare nel magistrato uno strano sentimento, di affetto misto a pietà ed amore. La prende con sé, la cura, passa le sere a lavarle i piedi, a massaggiarla, per poi addormentarsi al suo fianco. Per settimane, forse mesi.
Non fanno mai l’amore. Lei gli dice che suo padre è stato torturato fino alla morte, ma lui non riesce a ricordarlo. Come è stato possibile? E, soprattutto, in base a quale giustizia?
Decide di riaccompagnarla a casa, dai suoi consanguinei. Dai barbari distanti chilometri e chilometri dalla cittadina di frontiera. Con un piccolo gruppo di volontari all’oscuro dei reali motivi del viaggio, parte alla volta dell’ignoto, per riportare la donna tra la sua gente. Sarà un viaggio difficilissimo, ma alla fine incontrerà i barbari e abbandonerà la donna con cui ha trascorso gli ultimi mesi. E’ tempo di tornare a casa.
Ma, intanto, nella cittadina arrivano voci sicure dalla capitale, e confermano che i barbari hanno intenzione di attaccare, al più presto possibile. Scatta allora la caccia al nemico, diventato terrore dell’Impero. L’esercito prende il comando e cambiano le regole.
Mentre il vecchio magistrato è in viaggio, l’Impero decide che è giunto il momento di combattere i barbari. Di stanarli e ucciderli.
Al suo ritorno a casa, trova una realtà diversa, nella quale la paura del nemico, il sospetto e l’uso della forza hanno preso il sopravvento sulla ragione ed il vivere civile. I barbari si stanno avvicinando, e bisogna combatterli.
Ma anche il magistrato, che ha aiutato la donna barbara a tornare a casa, ora è considerato un amico del nemico, anzi: il nemico.
Da lui il colonnello Joll vuole informazioni utili per conoscere e capire la vita dei barbari. Lui, che ha “proditoriamente complottato col nemico”, di sicuro sapra qualcosa. Ma, in realtà, cosa ne sa, lui, dei barbari, a parte tutte le sofferenze e i soprusi letti negli occhi ciechi di quella donna?
E’ catturato, ingiustamente imprigionato e costretto a vivere per mesi in una cella lurida, come il peggiore dei criminali.
E mentre lui è in cella, vede il modo in cui l’Impero si prepara all’offensiva contro il nemico – reale? Immaginario? –, vede i prigionieri in fila nella piazza del paese, mani legate sulla faccia, presi a bastonate e costretti a subire ogni tipo di umiliazione.
Il terrore dei barbari si fa sempre più forte, tant’è che di lui quasi tutti si dimenticano. Sporco, lercio, ormai un “vecchio corpo puzzolente”, viene rimesso in libertà e torna, lentamente, a vivere.
Nel paese ormai c’è poca gente: donne, bambini, anziani, un gruppo di soldati rimasti a guardia dell’avamposto. Tutto il resto dell’esercito, è ancora fuori, partito alla ricerca dei barbari da cacciare via, lontano.
Il paese torna a vivere, ma c’è poco da mangiare e in molti, periodicamente, vanno via per paura dei barbari. Il terrore sale a dismisura. In pochi restano, molti scappano, soprattutto quando è chiaro che i barbari possono, se provocati, essere crudeli e feroci – tre cavalieri della spedizione tornano al paese, impalati e issati sui propri cavalli: una scena rivoltante.
Passa il tempo. Torna la spedizione: stanca, esausta, c’è anche Joll. Il magistrato gli urla: “Il crmine che è latente in noi, lo dobbiamo infliggere a noi stessi, non agli altri”.
La spedizione è stata un fallimento. I barbari hanno vinto, quasi senza combattere: i soldati sono morti di freddo sulle montagne, di fame nel deserto. Ora sono tornati, ma sono già pronti a scappar via, di nuovo.
Nella cittadina, che prima era una piccola oasi, sono rimasti in pochissimi.
Il magistrato è lì, non ha abbandonato il paesino nel quale ha vissuto e ha amministrato la giustizia per tanti anni.
Ora ha aperto gli occhi, la sua presa di coscienza è stata dolorosa, ma ha dato i suoi frutti.
Ha ripreso la vita di tutti i giorni. Non è proprio la stessa, ma quasi.
Vive in attesa. Aspettando i barbari.
***
Uno dei primi libri di John Maxwell Coetzee, scrittore sudafricano vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2003, di sicuro quello con cui si è fatto apprezzare dal pubblico mondiale: “Aspettando i barbari” è un libro toccante, avvincente, che situa immediatamente il lettore in uno spazio ed un tempo sospeso nel vuoto.
Non conosciamo il nome dell’Impero, né della cittadina. Non sappiamo in che anno ci troviamo, ma siamo subito catapultati nella vita quotidiana del magistrato: letture, ricerche archeologiche, un modo di vivere tranquillo e un modo di applicare la leggere sempre equo e imparziale.
Ma le prime voci sul pericolo dei barbari sconvolgono completamente quel piccolo microcosmo che era riuscito a ricreare, quell’oasi invidiabile ai confini dell’Impero.
Cambia la legge ed il modo di interpretarla. Ora vige la legge del più forte. E’ tollerata la tortura. Il ruolo del magistrato è messo in secondo piano, perché è l’Impero che deve decidere cosa fare, come raccogliere informazioni, come portare avanti la campagna annientatrice nei confronti dei barbari.
Il protagonista del romanzo è il magistrato, personaggio enigmatico e inquieto, perennemente alla ricerca di un qualcosa di indecifrabile e sconosciuto: forse l’amore, o la conoscenza di un passato e di uno straniero che ignora e dal quale è affascinato.
Il magistrato è un uomo giusto, l’unico uomo giusto ai piani alti di un Impero viscido e malvagio. Ma è anche un uomo vecchio, alle volte poco lucido, perennemente insoddisfatto. Vuole amore, vuole sesso, vuole compagnia: nemmeno lui lo sa. Vuole riempire gli anni finali della propria vita di un senso, vuole dare soddisfazione ai propri bisogni.
E' un uomo coraggioso, che non si piega al potere perché sa che è sempre foriero di soprusi e inganni. E’ contro la violenza gratuita, e per questo è anche pronto a subirla sul proprio corpo.
La storia del magistrato e della cittadina è raccontata da Coetzee con una prosa breve e incisiva, fatta di periodi lineari ma incredibilmente profondi.
Lo stile dell’autore serve a ricreare le atmosfere vaghe e misteriose che pervadono l’intero romanzo, aiutate anche dal continuo mescolarsi del monologo interiore all’osservazione della realtà circostante e ai sogni del protagonista. Il confine tra sogno è realtà è sfumato, e la serie di vicende vissute dal protagonista accrescono la tensione e l’attesa, pagina dopo pagina.
La costruzione del romanzo mozza il fiato: soffriamo accanto al magistrato, ci sentiamo male per i soprusi che subisce quando viene giudicato nemico dell’Impero.
L’attacco dei barbari incombe sulla storia del villaggio, sembra essere imminente, ma a poco a poco ci rendiamo conto che il nemico è sempre più sfuggente, inafferrabile, un punto nero all’orizzonte che si allontana sempre di più mentre noi corriamo per raggiungerlo, proprio come accade al protagonista quando riaccompagna la mendicante tra la sua gente.
E la conclusione, quando arriva, è amara, disincantata e malinconica come una notte d’inverno.
Questo libro è tremendamente attuale, pur essendo stato scritto più di vent’anni fa. Non servono particolari forzature per associare l’impero all’occidente, o meglio all’Impero Usa, e i barbari al nemico fondamentalista islamico. Io l’ho fatto, non l’ho trovata una forzatura. L’Impero che si sente minacciato, attacca ad occhi chiusi, a testa bassa, senza motivo. Un Impero che sta decadendo, che vorrebbe trarre linfa vitale da uno scontro con un nemico che considera selvaggio, rozzo, facilmente addomesticabile. Ma non ci riesce, e questo sarà la sua condanna.
Il cancro è probabilmente già allo stadio terminale al centro dell’Impero, e la scelta di combattere i barbari non è nient’altro che l’ultimo gesto folle di un malato terminale, condannato a morte certa.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
J. M. Coetzee, (Città Del Capo, 1940), romanziere sudafricano.

J. M. Coetzee, Aspettando i barbari, Einaudi, Torino 2000.
Edizione originale: Waiting for the Barbarians, 1980.
Commenti
Occhio qui: "la conclusione, quando arriva, è amara, disincanta e malinconica come una notte d?inverno" (disincanta__ta).
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Argomento affascinante, metafora suggestiva, contemporaneissima paura della ripetizione di quel che accadde ciclicamente in passato. Mi sembra uno di quei titoli da aggiungere all'elenco dei desiderata. Grazie.
Piccolo refuso corretto, grazie.
Quello che più mi ha affascinato è l'atmosfera sospesa in un'indefinita realtà parallela.
Chi ha letto altro, però, mi ha riferito che negli altri libri non mantiene le attese suscitate con questo testo.
"Gioventù" è notevole.
Senti qua:
"(?) gli artisti devono convivere con la loro febbre, qualunque ne sia la natura, buona o cattiva. È la febbre che fa di loro degli artisti; la febbre va alimentata. È per questo che gli artisti non possono mai essere presenti nel mondo con tutto se stessi: un occhio dev?essere rivolto dentro di loro. Quanto alle donne che fioccano intorno agli artisti, non ci si può fidare completamente di loro. Giacché, come lo spirito dell?artista è sia fiamma che febbre, così la donna che desidera farsi lambire da lingue di fuoco farà, al tempo stesso, qualsiasi cosa per domare quella febbre e riportare l?artista coi piedi per terra. Quindi bisogna resistere alle donne, anche quando le si ama. Non bisogna permettere che si avvicinino troppo alla fiamma, se non si vuole che la estinguano. (?Gioventù?, 3, p. 34. Traduzione di Franca Cavagnoli).
Gli artisti allora sono condannati a soffrire, se devono resistere alle donne.
Come fare?
(domandi a me o a Coetzee? Io credo dipenda dall'intelligenza e dalle scelte di vita. E' vero che la dimensione estetica e quella sentimentale sono dipendenti una dall'altra ma non coincidenti; quando coincidono, si snaturano).
Coetzee non può rispondermi, la tua mi soddisfa, direi.
Per fortuna non sono un'artista, posso anche evitare di resistere. :)
Resistere è divertente. Perché a intervalli irregolari si cede. Ma non resistere affatto è più sano.
Artisti o non artisti, a me sembra che, sotto sotto, il discorso di Coetzee sia vecchio come il mondo: è quello per cui una donna sposa un uomo con determinate caratteristiche e poi prova a cambiarlo, non appena s'accorge che magari queste caratteristiche non offrono sicurezze oppure alla lunga sono pesanti. Stesso discorso per gli uomini. E invece non si può cambiare proprio niente, bisogna sopportarsi e "chiudere un occhio" se si vuole andare avanti. Esempio banale:"É disordinato/a, ma lo farò diventare ordinato". Utopia, uno/a resta quel che è e non migliora con gli anni.
Con gli artisti peggio ancora.
aggiungo: la rec è ottima e Coetzee mi è stato consigliato da più parti. :-)
Concordo. Non si può cambiare nulla di nessuno e, se capita, è solo perché una delle due persone è troppo debole. E questo, alla lunga, può o far vivere alla persona in questione una vita infelice, o fargli portare avanti un rapporto forzato, ma che non ha futuro. Prima o poi, scoppierà.
Si può tentare di migliorare, di adeguarsi all'altro, ma sempre cercando di non forzare quello che è il proprio carattere.
Altrimenti non è amore, è sofferenza.
Con gli artisti peggio ancora. ;)
Romanziere sudafricano...
prova il meno noto, esordiente Renesh Lakhan, autore de "I burattinai" per Socrates (Roma, 2009). Tra non molto in libreria...
Refusi:
"Lui, che ha ?proditoriamente complottato col nemico?, di sicuro sapra qualcosa." manca l'accento sulla a di saprà.
e
"e un modo di applicare la leggere sempre equo e imparziale.", legge, e non leggere.
Per il resto, bella pagina. Di Coetzee mi parlò un amico tempo fa, gli consigliai DFW, lui l'ha letto, ora dovrebbe stare a me, sembra.
(-:
c'è anche questo libro, che mi è stato consigliato da una libraia svizzera, non ho ancora cominciato a leggerlo.
http://www.sartoriolibri.com/schede/hope.html
http://www.edizionicargo.it/tredici-centesimi/
rilancio con questo, se parliamo di sudafrica