Arslan Antonia

La masseria delle allodole

Autore: 
Arslan Antonia
 “La masseria delle allodole” è un romanzo tragico e commovente, intriso di nostalgia e di dolore eppure dolce come il ricordo della Patria Perduta – l’Armenia – che risplende in un cielo di sogno, luogo smarrito per sempre, spazzato via dalla crudeltà e dal fanatismo.
“La masseria delle allodole” è soprattutto un romanzo necessario non solo perché tratta letterariamente di un evento storico – il genocidio degli armeni nel 1915-16 ad opera dei turchi– che non ha mai avuto giustizia, ma perché l’esigenza del narrare traspare tra le pagine, come se l’Autrice non avesse più potuto tacere sulle vite incompiute dei suoi antenati e le loro storie, in parte vere in parte immaginate, si fossero con forza imposte, avessero preteso di concretizzarsi nella scrittura e di trovare così un destino. E occhi che le guardassero con la stessa umana compassione e compartecipazione dell’Autrice.
Così la piccola città dove un popolo vive serenamente si anima: il mite zio Sempad “dal semplice cuore”, la forte Shushanig, sua moglie, le giovani figlie Veron e Azniv-la bella e i bambini, i piccoli vivaci ragazzini che si somigliano a tutte le latitudini, ci diventano famigliari e partecipiamo ai loro preparativi per le feste pasquali e poi per l’arrivo di un parente lontano, lo zio Yerwant, che da quarant’anni vive in Italia.
Tutto – attese, speranza, sogni, beni –verrà spazzato via come in un uragano dal delirio della pulizia etnica, da un nazionalismo fanatico ed ottuso che progetta il massacro con efficienza e sistematicità.
“L’operazione deve essere condotta in modo molto moderno, con precisione chirurgica. Bisogna evitare di allarmare o coinvolgere, con spettacoli pietosi, i vicini di casa degli armeni, i loro amici turchi, i missionari americani, gli ebrei, i greci poi, che sono tanti. La partenza deve svolgersi con fredda regolarità, nessuno deve ricordarsi delle scomposte cacce all’uomo dei tempi del sultano, quando i cadaveri degli armeni morti venivano accatastati trionfalmente per le strade di Erzerum o di Costantinopoli”. (p.128)
La masseria delle allodole, la casa di campagna appena restaurata e resa elegante per far festa allo zio diventa il mattatoio nel quale, con rapidità sconvolgente, si svolge il massacro dei maschi del paese. Rimangono vecchie, donne, bambine e un “bambino-vestito-da-donna” che fortunosamente si salverà.
La loro sorte sarà peggiore: costretti a mettersi in viaggio, subiranno una spaventosa deportazione attraverso il deserto, decimati dalle fatiche, dalla fame, dalla sete, dalle malattie e dalle violenze della soldataglia, finiranno comunque sterminati senza pietà. Immane tragedia collettiva, cui l’Autrice dà le voci e il volto dei suoi parenti in gran parte mai conosciuti, solo evocati dai racconti del nonno Yerwant e forse visti in qualche sbiadita fotografia.
“Sempad e i suoi avranno sepoltura cristiana. A tutti gli altri armeni che perderanno la vita in quei mesi funesti, trucidati, torturati, morti di sete e di fame lungo le strade anatoliche, con scherno coerente sarà negato anche ogni funebre rito. O meglio: non ce ne sarà bisogno. Un singolo morto era prima un essere che respirava, era vivo, e la sua spoglia è un cadavere che può essere onorato: centomila morti sono un mucchio di carne in putrefazione, un cumulo di letame, più nulla del nulla, un’immonda realtà negativa di cui disfarsi”. (p.114)
Raccontando singole storie che s’intrecciano l’Autrice rende giustizia non solo alla sua famiglia, ma a tutta la stirpe armena, a quelli che altrimenti resterebbero un mucchio di carne in putrefazione, cadaveri anonimi, scarti della storia da liquidarsi in poche righe nei libri.
Ed invece quale dignità in certi loro gesti: nella vecchia Nevart che s’avvia, sola, nel deserto, a morire, figura tragica, ieratica, cui “sarà affidata la forza immensa di un intero popolo che muore e il pianto di Dio che l’accompagna” (p.151), o nel canto finale di Azniv, sfiorita, abbrutita dalle fatiche e dalla violenza, che si sacrifica per salvare il resto della famiglia.
Le ultime speranze di un popolo in estinzione sono affidate alle donne, ha qualcosa di sacro e terribile la loro carovana di poveri esseri cenciosi e sporchi, tenuti fuori dalle città come lebbrosi, senza possibilità di venir aiutate (c’è la pena di morte per chi soccorre o nasconde un armeno). Sono inguardabili, scomode, fastidiose come ogni sofferenza.
Vengono alla mente i versi di Primo Levi rivolti ad altre donne, le ebree: “Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno”.
Eppure queste donne sanno a tener viva la speranza, depositarie della continuazione della specie, riescono a salvare qualche bambina e Nubar, il maschietto-vestito-da-donna. Le loro vite incompiute lasciano una traccia e trovano un futuro in quei superstiti e da loro discenderà l’Autrice, colei che presta ascolto e voce alle creature scomparse, completandole con la sua immaginazione.
Nella devastazione generale la salvezza giunge per vie avventurose, in una frenetica lotta contro il tempo, tramite figure di poveri, di umili: Ismene, la lamentatrice greca, il pope ortodosso Isacco, il mendicante musulmano Nazim.
Sono loro a raggiungere la carovana, ad avvisare un fratello che fa il medico ad Aleppo e ad organizzare la strategia di fuga. Si sentono chiamati ad un compito importante, eroi per una volta, protagonisti di una storia “grande e terribile”, seppure poveri e di altra etnia. È il loro riscatto, pur nelle difficoltà trovano forza e ingegno e così tre bambini si salvano, un piccolo seme nella bufera generale. Niente e tutto, l’ultimo retaggio della freschezza e vivacità di un popolo “docilmente sciocco”, appagato del suo benessere e incredulo di fronte ai segnali di pericolo. I personaggi infatti dimenticano i presentimenti, non danno loro importanza finché il destino si compie e ogni felicità, ogni sicurezza e progetto vengono spazzati via.
Il romanzo non è solo vicenda dei deportati, l’autrice narra anche della nostalgia e del ricordo di chi ha lasciato, a soli tredici anni, quella patria. Il nonno Yerwant è partito per incompatibilità con la matrigna, ha studiato al Collegio Armeno Moorat di Venezia; diventato medico, vive a Padova ed ha sposato una donna italiana, che gli ha dato due figli.
Yerwant intesse una viva corrispondenza col fratello Sempad, farmacista, sempre rimasto in patria, e progetta un viaggio al paese natale quando scoppia la prima guerra mondiale, le frontiere si chiudono e le notizie giungono frammentarie e tragiche. Il romanzo narra così l’angoscia di chi vive altrove e si ritrova ad assistere impotente al dramma.
“Lui, l’uomo impaziente, il chirurgo fulmineo, deve reimparare l’attesa orientale, dipendere dalle notizie che arrivano, non potere niente, non fare niente. Non c’è altro che aspettare, e veder morire un po’alla volta il suo orgoglio. Se tornasse, sarebbe un paria, un maledetto come gli altri… ferito dalla vacua baldanza dei lodatori della guerra, in quell’estate mortale Yerwant assapora fino in fondo la sua intima diversità e smette di amarsi”.  (p.187)
Yerwant è un uomo forte, imperioso, autoritario. I suoi figli non conoscono la sua lingua natale, non sentono le loro origini, modificheranno anche il cognome, sono italiani come la madre e lui preferisce che crescano così, il suo dono è l’appartenenza totale al loro paese senza nostalgia, senza ricordi, in una provincia tranquilla e sonnolenta.
Dopo l’eccidio Yerwant seppellirà dentro di sé dolore e nostalgia.
“Oppresso da un infinito senso di colpa – la colpa stessa  di esistere come armeno, di sopravvvivere, di avere successo –Yerwant non scenderà mai più di sua volontà nelle radici della sua appartenenza, nei musicali, colorati ricordi del Paese perduto, mai più fino a quando li racconterà alla bambina come fiabe lontane, forse inaccessibili, forse sognate”. (p.139)
Da quei racconti nascerà il romanzo.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Antonia Arslan (Padova 1938), scrittrice e saggista italiana di origini armene. Laureata in archeologia, è stata professore di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea all’Università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice “Dame, droga e galline. Il romanzo popolare italiano fra ‘800 e ‘900”, Guerini 1998, e sulla “galassia sommersa” delle scrittrici italiane “Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900”, Guerini 1998.
Ha tradotto le raccolte “Il canto del pane” (Guerini 1992) e “Mari di grano” (Paoline 1995) del poeta armeno Daniel Varujan. Ha curato un libretto sul genocidio armeno “Metz Yeghèrn. Il genocidio degli Armeni”, di Claude Mutafian, e una raccolta di testimonianze di sopravvissuti rifugiatisi in Italia “Hushèr. La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni (Guerini).
“La masseria delle allodole” è il suo primo romanzo.
Da questo libro è stato tratto l'omonimo film dei fratelli Taviani.
 
Antonia Arslan, La masseria delle allodole, Milano, Rizzoli 2004.
 
Links:
Sul genocidio armeno:
 
sito ufficiale dell’autrice: http://www.antoniarslan.it/
 
Marina Monego, settembre 2007
 
 
ISBN/EAN: 
9788817001441

Commenti

Bentornata, Marina!
E' il primo articolo dopo quasi due mesi.

"?La masseria delle allodole? è soprattutto un romanzo necessario non solo perché tratta letterariamente di un evento storico ? il genocidio degli armeni nel 1915-16"

> Scelta in linea col dna del sito, ottimo lavoro: autrice purtroppo misconosciuta, a dispetto dell'edizione Rizzoli; dramma non adeguatamente studiato e interiorizzato. Volo a leggere:)

"?L?operazione deve essere condotta in modo molto moderno, con precisione chirurgica. Bisogna evitare di allarmare o coinvolgere, con spettacoli pietosi, i vicini di casa degli armeni, i loro amici turchi, i missionari americani, gli ebrei, i greci poi, che sono tanti. La partenza deve svolgersi con fredda regolarità, nessuno deve ricordarsi delle scomposte cacce all?uomo dei tempi del sultano, quando i cadaveri degli armeni morti venivano accatastati trionfalmente per le strade di Erzerum o di Costantinopoli?. (p.128)

> Sai cosa manca? Il nome dei responsabili del massacro. Chi ha compiuto il genocidio?

"Le ultime speranze di un popolo in estinzione sono affidate alle donne, ha qualcosa di sacro e terribile la loro carovana di poveri esseri cenciosi e sporchi, tenuti fuori dalle città come lebbrosi, senza possibilità di venir aiutate (c?è la pena di morte per chi soccorre o nasconde un armeno). Sono inguardabili, scomode, fastidiose come ogni sofferenza.
Vengono alla mente i versi di Primo Levi rivolti ad altre donne, le ebree: ?Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d?inverno?."

> Impressionante.

"Yerwant è un uomo forte, imperioso, autoritario. I suoi figli non conoscono la sua lingua natale, non sentono le loro origini, modificheranno anche il cognome, sono italiani come la madre e lui preferisce che crescano così, il suo dono è l?appartenenza totale al loro paese senza nostalgia, senza ricordi, in una provincia tranquilla e sonnolenta."

> L'oblio come dono. Simbolismo tragico.

"Ha tradotto le raccolte ?Il canto del pane? (Guerini 1992) e ?Mari di grano? (Paoline 1995) del poeta armeno Daniel Varujan."

> Arpa, quando passi da queste parti... che ne dici di scoprire questo poeta armeno, Varujan?

> Marina: aggiungo il tag "opera prima";)

Tramite wiki - ottimo il link integrato - scopriamo l'artefice. I turchi.

"Il governo turco continua ancora oggi a rifiutare di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni ed è questa una delle cause di tensione tra Unione Europea e Turchia. Una recente legge francese punisce con il carcere la negazione del genocidio armeno. Per converso, già da tempo la magistratura turca punisce con l'arresto e la reclusione fino a tre anni il nominare in pubblico l'esistenza del genocidio degli armeni in quanto gesto anti-patriottico. In tale denuncia, comunque ritirata, è incappato lo scrittore turco Orhan Pamuk, a seguito di un'intervista ad un giornale svizzero in cui accennava al fenomeno. Il governo turco attuale sta favorendo l'apertura al riconoscimento di questa pagina di storia, ma i comunisti, i socialdemocratici del Partito Repubblicano e i nazionalisti si oppongono tenacemente. Va ricordato che l'apparente coerenza di tesi da parte della storiografia turca contro l'esistenza del genocidio è dovuta in buona parte al clima di repressione che si respira nel paese. Ad esempio, lo storico turco Taner Akçam, il primo a parlare apertamente di genocidio, viene arrestato nel 1976 e condannato a dieci anni di reclusione per i suoi scritti; l'anno successivo riesce a fuggire e a rifugiarsi in Germania; oggi insegna negli Stati Uniti alla University of Minnesota."

http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno

libro prezioso, segnalazione preziosa. Ave Marina!

Aggiungo, sulla base delle prime informazioni reperite, che la responsabilità turca, e il relativo negazionismo, mi sembrano interessanti ambiti di approfondimento, alla luce del grottesco desiderio di qualcuno di integrare la Turchia nell'Unione Europea.

Questo volume sembra interessante:
* Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall'Impero ottomano alla Repubblica (2004; trad. it. Guerini 2006)

L'autore è lo storico turco Taner Akçam, che Wikipedia ricorda "primo a parlare apertamente di genocidio", arrestato nel 1976 e condannato a dieci anni di reclusione per i suoi scritti - fonte: prec. indicata.

Segnalo al Karlsen, ma anche a Marco "gens emiliana" per approfondimenti

Io ho letto:
'Genocidio turco degli armeni' di Diego Cimara (Editing Edizioni, 2006) e ho assistito alla presentazione alla fiera di Roma con annesse immagini. Da rabbrividire davvero. Per quanto anche qui (come per molti altri avvenimenti recenti) ci sono pareri contrastanti sull'esistenza e gli sviluppi.

Dalla quarta:
Una delle pagine più oscure, ed al tempo stesso meno divulgate, della storia del XIX secolo è quella del genocidio perpetrato dall?Impero Ottomano prima e dai Giovani Turchi poi, ai danni delle popolazioni armene stanziate da sempre sul territorio che comprendeva la parte nord-orientale dell?attuale Turchia e sulle terre a nord dell?Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso. Ed infatti la storia ci racconta di una nazione eternamente contesa e frazionata tra molti grandi imperi, Persiano, Ottomano, Russo e continuamente devastata ed angariata da frotte di invasori quali i Turchi Selgucidi od i Mongoli. Metz Yeghérn: il ?Grande Male?. Così gli armeni chiamano l?olocausto del loro popolo: il genocidio di milioni di persone cancellato dalla memoria storica dell? Occidente. Era il 1914 quando gli armeni finirono schiacciati nel gigantesco scontro geopolitico tra imperi e nuove potenze che stava cambiando il mondo. STERMINIO organizzato per motivi religiosi dall?impero Ottomano alla fine dell?800 e durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1922) UCCISI DAI TURCHI un milione e 500 mila ARMENI CRISTIANI 57,562 bambini tra uno e 12 anni dispersi. OLOCAUSTO dimenticato che, tra la fine del XIX e l?inizio del XX secolo, sterminò un popolo colpevole soltanto di appartenere a un?etnia e a una cultura diverse e di professare un culto di minoranza.

Metz Yeghérn: il ?Grande Male?.
Ho appena imparato una parola nuova. Ti andrebbe, Barbara, di scrivere qualcosa sul libro di Cimara?
Sarebbe un contributo prezioso. Quando puoi...

intanto:
http://www.editingedizioni.com/
per info sul reperimento, a beneficio di tutti
(non conoscevo nemmeno le edizioni editing di Treviso... grazie Barbara!)

Facciamo così: mi appunto di farlo però mi serve tempo perchè confesso che è stato uno dei libri più sofferti per me almeno dell'ultimo anno. Oltre a essere un saggio molto dettagliato e corposo, ha delle punte di umanità e dei tratteggi così vivi che non so... per me è stato un pò complicato. Poi mi sono rimasti impressi molti aspetti della presentazione che mi hanno fatto davvero sentire un'egoista incompetente e un pulcino. Egoista incompetente perchè prima di allora sapevo poco o niente sul genocidio e un pulcino perchè tutti quei corpi scheletrici buttati nelle fosse mi hanno fatto diventare piccola piccola e piena di paura. E non per dire.

Prendi tutto il tempo necessario. Ma si direbbe si tratti di una condivisione fondamentale. Sarà uno scritto importante, allora. Forza.
*
Ringrazio ancora Marina per aver aperto l'argomento con questo scritto. Mi riprometto, nei mesi a venire, di documentarmi meglio (sono dichiarat impreparato, sul tema. Rimedierò;) )
Karlsen annuncia un intervento sul tema per lunedì!

della storia degli armeni sapevo qualcosina anche prima di leggere il libro, che però è stato davvero impressionante e mi ha aperto gli occhi sulla vicenda. Ho pensato subito che era un argomento valido per il sito, comunque la faccenda del genocidio armeno è una delle più spinose che ci siano, soprattutto perchè il governo turco tuttora non lo riconosce e questo è gravissimo secondo me.

Naturalmente grazie per commenti e interventi.
la Arslan ha avuto numerosi premi per questo libro, non è più molto misconosciuta, sul suo sito c'è tutto l'elenco. Nel 2004 era il lizza per lo Strega, ma vinse la Mastrocola con Una barca nel bosco, che recensii giusto prima che vincesse.
*
Ho avuto una pausa, sì, ho letto, ma non recensito.

(sai che non bado a chi vince i premi, soprattutto certi premi, e che se me li nominano per i premi li casso dalla memoria...)

Davvero un bel pezzo, Marina. Purtroppo, questo degli armeni, non è l'unico genocidio che ancora cerca giustizia. So che il libro è stato ridotto per il cinema dai fratelli Taviani, lo scorso anno, ancorchè la critica non sia stata benevola e il successo scarso.

15 infatti ho taciuto accuratamente sui premi.....e neppure l'ho letto quando se ne parlava come possibile vincitore, l'ho recuperato adesso che sta andando nell'ombra. L'argomento è importante in ogni caso e merita un rinfrescata.
16 ho visto anche il film, che mi è piaciuto abbastanza.
Purtroppo di genocidi senza giustizia è piena la terra.

aggiunto nota sull'esistenza del film.
Forse qui la Arslan si conosce di più perchè è padovana, ci sono numerosi suoi ex-studenti in circolazione...

Speriamo che questi studenti accendano nuove fiaccole per la memoria di quel genocidio che altrimenti poca ne avrebbe avuta, e per ragioni politiche e contingenti. Ottima segnalazione davvero.

(scusate, forse non c'entra e forse è un colpo bassissimo : ma se ancora nel '76 uno storico viene arrestato per aver detto, che prima passino cento anni, duecento, e poi, forse si pensi a mettere uno zerbino di benvenuto sulle soglie d'europa)

(sottoscrivo.)

se andate sul sito della Arslan, proprio in prima videata, vi appare la domanda se siete favorevoli o meno all'ingresso della Turchia nella comunità europea. Si può votare, ho notato che la percentuale maggiore è per il no.

Forse non è un luogo adatto a un referendum... in ogni caso ho dato spontaneamente il mio simbolico "no". La mia Europa è Pagana e Romana.
(storicamente, i Franchi hanno rapporti guasti con i Saraceni, quando gli equilibri mutano)