“È una buona cosa ritrovarsi soli in una camera d'albergo ben chiusa, camminare nudi sul tappeto in fibra, guardarsi a lungo allo specchio e decifrare sul proprio viso i segni che si è abituati ad analizzare sulle linee della mano. Attendendo che la vasca da bagno si riempia fino all'orlo, mi guardo nudo nel riflesso dello specchio, come un ricordo stereotipato. Il pallore, è il sovraffaticamento degli ultimi mesi al giornale. Le occhiaie violacee, e il peso invisibile che tira le labbra verso il basso, è Madeleine. Negli d'occhi d'un blu spento, che mi trafiggono freddamente, riconosco la mia disperazione, o forse la follia. Ho il volto dell'autunno che finisce” (Aquin, “L'invenzione della morte”, p. 5).
Primo libro scritto da Hubert
Aquin, scrittore e intellettuale francocanadese morto suicida nel 1977, nemmeno cinquantenne, “L'invenzione della morte” è apparso postumo nel 1991. Siamo dalle parti della scrittura scarnificata, idealmente curativa: siamo dalle parti di quel disperato tentativo di guarigione dalle ferite dell'anima che a volte riesce nel miracolo, altre volte semplicemente annuncia il sentiero dell'autodistruzione. In questo frangente, si direbbe che l'esorcismo sia riuscito. La morte chiamata e invocata come una liberazione dal presente e dal niente l'artista è riuscito a scacciarla per un bel pezzo. Ma non ha saputo resistere dalla tentazione di essere padrone di darsela, qualche anno più tardi.
“L'invenzione della morte” è la storia di René Lallemant, giornalista di un buon quotidiano del Quebec in crisi esistenziale, e del suo grande e clandestino amore per Madeleine. Lui è uno che sembra massacrato da un male di vivere che non conosce fine, né origine. “Della mia vita – scrive – io non conosco che i tempi morti. […]. La morte è divenuta un'abitudine, la vita un piacere rubato al caso” (p. 24). Le sue medicine – le soluzioni al male – sono il corpo di Madeleine, e il whisky. Niente altro. L'amore con lei sa essere quello “dei due amanti novelli, appena scaturiti dal fango della terra” (p. 41). La sofferenza di René è l'incontro col nulla: la coscienza di nulla sentire. E che nulla esiste, e ogni cosa colora e domina.
Così: “Non provo più nulla, sprofondo lentamente nell'inesistenza. Il mio corpo è un ricordo, il mio viso lo stampo impaziente d'una maschera mortuaria. Il piacere, che cos'è in fin dei conti? Io ho disimparato l'estasi e il suo arrivo abbagliante attraverso i canali segreti del sesso. Io non so più nulla […] Ciò che ora temo di più è il sonno” (p. 57).
René crede che il linguaggio sia un'abitudine. Che serva una “lenta fermentazione del sentimento” e una sorta di “consenso ante litteram” per correggere il destino di due lessici che non comunicano. E intanto avanza, sul sentiero del niente – preparandosi al male. “Io non ho più paura di nulla” - scrive. “L'angoscia mi ha abbandonato strada facendo; l'angoscia, in fondo, non è che un derivato della speranza, e io sono senza avvenire” (p. 125).
Si sente solo. È solo. È stanco di nascere e morire due volte a settimana, tra le braccia di Madeleine. Vuole suicidarsi per questo, vuole fuggire da tutto il resto. La sua disperazione va facendosi calma, man mano. È come se René avesse fame di finirla: è come se pretendesse la sua sconfitta, il suo annientamento. Tutto è finito, proprio come ha scritto al principio del viaggio. “Tutto è finito”: una frase “che non vuol dire niente, non contiene niente, e comunque sembra la brutta copia di un melodramma. Nessuna espressione può coprire adeguatamente la morte del reale e la distruzione di ogni significato” (p. 153). Vero? Davvero è così? Il Novecento è stato il secolo d'un nuovo genere narrativo: chiamiamolo “narrativa suicida”. E l'impresa di questa narrativa suicida, e di questi narratori (di lì a poco) suicidi, è stata proprio rappresentare “la morte del reale e la distruzione di ogni significato”. Qualche esempio: naturalmente penso al “
Fuoco fatuo” [1931] di Drieu La Rochelle, e più ancora al suo "
Racconto segreto" [1945]. Penso a tutto quel che scrisse il povero Jacques
Rigaut. Penso al nostro Guido Morselli, col magnifico “
Dissipatio H.G.” [1973]. Penso ai “
Taccuini” del povero Otto Weininger [1903]. Potrei andare avanti a oltranza, mi fermo qui. Che c'è che non va? C'è che dopo tanti anni di lettura di narrativa suicida comincio a sentirmi stanco di scrivere sempre lo stesso articolo. E ho già letto “
Il Dio selvaggio” di Al Alvarez [1971], per dire. E ne ho scritto. Aquin sembra un discreto narratore, espressione d'una letteratura sin qui chiaramente derivativa ma non sempre minore come quella canadese in lingua francese. La sua letteratura non rappresenta niente di nuovo, e così la sua smania autodistruttiva, tutt'altro che infrequente tra gli artisti. Diciamo questo, ho scoperto Aquin pensando “un altro ancora”. E l'ho letto senza stupirmi più di niente. Perché ben conosco questo “niente”.
Avanti il prossimo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Hubert
Aquin (Montréal, Canada 1929 – Montréal, Canada 1977), scrittore, sceneggiatore, regista e giornalista del Québec. È stato direttore della rivista “Liberté” dal 1961 al 1971 e direttore editoriale delle Editions La Presse negli anni Settanta.
Prima edizione: “L'invention de la mort”, 1991.
Commenti
[aquin] Primo libro scritto
[aquin] Primo libro scritto da Hubert Aquin, scrittore e intellettuale francocanadese morto suicida nel 1977, nemmeno cinquantenne, “L'invenzione della morte” è apparso postumo nel 1991. Siamo dalle parti della scrittura scarnificata, idealmente curativa: siamo dalle parti di quel disperato tentativo di guarigione dalle ferite dell'anima che a volte riesce nel miracolo, altre volte semplicemente annuncia il sentiero dell'autodistruzione. In questo frangente, si direbbe che l'esorcismo sia riuscito. La morte chiamata e invocata come una liberazione dal presente e dal niente l'artista è riuscito a scacciarla per un bel pezzo. Ma non ha saputo resistere dalla tentazione di essere padrone di darsela, qualche anno più tardi.
[letteratura canadese] tutte
[letteratura canadese] tutte le schede di letteratura canadese in lankelot: http://www.lankelot.eu/letteratura-canadese
[aquin] Questo libro lo leggo
[aquin] Questo libro lo leggo di sicuro. Il suicidio è un argomento affascinante e terribile. Mi sono fatta l'idea che capiti che uno se ne senta attratto e come chiamato, che senta il bisogno di andarsene subito.
[Aquin - Bardelli] Non
[Aquin - Bardelli] Non fartene un'idea, una sola non serve a niente. Quando si ha solo un'idea, di una cosa, si finisce col fissarsi su quella, solo che non la esaurisce, la cosa, e sfugge. Così poi finisce che ti trovi davanti il niente della cosa sfuggita, e non capisci, perché quell'idea che ti eri fatta era proprio convincente, eh. Ma tanto tanto. E invece. Dico, in generale, non solo sul suicidio. Notte. E comunque sì, capita.
[Aquin] Hai provato
[Aquin] Hai provato Gianfranco a leggere Via da Las Vegas?
[o'brien, aquin, and] Ricordo
[o'brien, aquin, and] Ricordo molto bene il film tratto dal romanzo. Mi era rimasto terribilmente impresso. Il libro andrebbe letto, immagino. Che esperienza è stata per te?
[Aquin - O'Brien] Il romanzo
[Aquin - O'Brien] Il romanzo di O'Brien è stata un'esperienza intensa e dolorosa, forse ancora di più della riduzione cinematografica, che però ha dalla sua un'interpretazione fantastica come quella di Nicholas Cage.
[invenzione della morte] Il
[invenzione della morte] Il romanzo è stato scritto nel '59, per l'esattezza, quasi vent'anni prima del suicidio dell'autore
[l'invenzione della morte]
[l'invenzione della morte] 1959. Interessante.
[invenzione della morte]
[invenzione della morte] Allora ti è piaciuto? Era quello di cui avevamo parlato a pisa, vero?
[aquin] buondì ant! Qualche
[aquin] buondì ant! Qualche anno fa - e senza aver letto troppe altre cose - sicuramente avrei apprezzato di più. Diciamo che ho apprezzato la scelta editoriale, l'idea di recuperare uno scrittore del genere. Non la materia né l'argomento né l'ossessività.
[aquin] sto finendo di
[aquin] sto finendo di leggere questo romanzo, tutto d'un fiato, come capita a volte, mi è piaciuto moltissimo; soprattutto il modo di scrivere dell'autore, mi dà l'idea di uno che scriva bene di qualunque cosa tratti un suo romanzo o racconto; forse è questa la vera bravura
[aquin] sono contento che la
[aquin] sono contento che la segnalazione ti sia sembrata degna:). Benissimo. Se posso permettermi un consiglio, subito dopo procurati "Racconto segreto" di Drieu La Rochelle.