BREVE MEDITAZIONE SULLA PROVINCIA
La società industriale e postindustriale sta terminando, qui in Europa Mediterranea, la sua disumanizzante parabola: è stata dissociante, estraniante, disgregante. Ha sradicato l’uomo dalla terra, piantandolo in fabbriche e in uffici; riducendo al minimo, quando non azzerando, la socialità, la spontanea aggregazione, la percezione di adesione e di partecipazione a qualcosa di condiviso: ha fatto di un animale sociale una bestia individualista, costretta nelle metropoli a ritmi inumani e soffocanti, a giornate passate lavorando per qualcuno che spesso nemmeno si conosce, o per qualcosa che non si capisce.
L’alternativa logica – e plausibile – è quel ritorno alla vita, come si suole dire senza spesso capire altro che non sia il suono, a misura d’uomo: il che non significa inoperosa o oziosa, né facile o semplificata; significa caratterizzata da consapevolezza d’appartenenza alla terra, e dalla necessità della dedizione alla terra: significa mediata dal comune sacrificio dei cittadini lavoratori per la fortuna e la qualità del raccolto, significa ispirata da un comune e condiviso amore per quella terra, per quel popolo, per la sua storia. E per il futuro di quel popolo, e di quella terra.
La provincia di Pavia come paradigma d’una provincia ideale, in queste brevi e ispirate pagine di Cesare Angelini (Albuzzano, Pavia 1886 – Pavia, 1976), sacerdote, scrittore, poeta e critico letterario lombardo già caro a Montanelli e Piovene; una provincia amata per ogni lembo di terra, per ogni pietra, per ogni reminiscenza d’una storia che potrà ripetersi. Perché d’altra parte, “la buona terra, come a dire il buon sangue, non mente; e già se n’è visto il ritorno e il recupero. Perché la campagna, chi ci è nato può talvolta dimenticarla ma perderla, no” (p. 27). È un auspicio che l’autore sentiva di pronunciare in un periodo storico che non sembrava annunciare l’opportunità d’un ritorno come questo; è una speranza che germoglierà in futuro.
È importante – pensiamo alle nuove tendenze comunitariste, alle battaglie per la rivendicazione della centralità delle piccole patrie e della restituzione d’altra e diversa (più autentica!) identità ai popoli: finalmente estranei alla menzogna Moloch dello Stato Moderno – leggere d’una provincia come “misura etnica, geografica, amministrativa, coi suoi circondari e mandamenti che, in tempi di europeismi e di ecumenismi politici, resta sempre una realtà positiva; e, ancorandoci a un cantuccio preciso di mondo, ci aiuta a non smarrire il sentimento di noi stessi, la nostra misura d’uomini” (p. 15): questo è quanto dovremmo ripeterci quotidianamente, quando smarriamo la percezione di appartenenza a una società perché estraniati dalle sue leggi, dai suoi ritmi, dal suo disordine e dalla sua corruzione; la nostra identità coincide con quel cantuccio di mondo al quale apparteniamo, e il nostro ruolo non dovrebbe essere difforme. Siamo l’espressione del territorio. Siamo alberi che non sempre possono essere trapiantati altrove. La coscienza delle nostre radici è fondamentale, e fondante. S’avvicina il momento opportuno per rivendicarle: e per ritornare alla consapevolezza di non essere nati per essere microscopici ingranaggi di Stati poggiati sulla burocrazia. E sull’alterazione delle identità locali, in nome d’un folle e robotico centralismo.
Nella prefazione i curatori, Dadati e Fugazza, tracciano la figura di Angelini e lo spirito della sua opera: “Si può dire che la vita intera di questo sacerdote-scrittore abbia ruotato, in qualche modo, attorno al proposito, assunto volontariamente e in piena lietezza, di riconoscere e diffondere i valori della provincia, a dispetto di chi – con atti e con parole – dalla provincia strenuamente e disperatamente vuole, o vorrebbe, allontanarsi: sentendola come un concentrato di negatività, in cui allignano allo stesso modo la noia e il pregiudizio. È una visione ottimistica, perfettamente irenica, che presiede alla fantasia dello scrittore (…). Per lui la sua provincia – paradigma, si conviene, di ogni altra provincia – ha ‘una capitale che non invecchia mai perché antica’ e ‘un contado così prosperoso di vita e di opere tutte al vento e al sole, che ogni giorno qualcuno rinnova il gusto d’esserci nato contadino’ (…)”; e più avanti:
“Angelini non esagera l’importanza delle memorie auliche; quel che conta soprattutto, nei paesi della sua terra, è la ‘storia feriale’ fatta dai ‘fittavoli, piccoli particolari, campari, salariati, braccianti’, dunque dai contadini, citati nelle loro svariate categorie” (pp. 5-7).
Completano l’edizione le suggestive illustrazioni di Teodoro Cutugno, artista lombardo classe 1943, cultore – manco a dirlo – della pittura en plen air.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Cesare Angelini (Albuzzano, Pavia 1886 – Pavia, 1976), sacerdote, scrittore, poeta e critico letterario lombardo. Esordì pubblicando “Il lettore provveduto” nel 1923. Fu brillante studioso dell'opera manzoniana.
Cesare Angelini, “Conoscere la provincia”, Ore Piccole, Piacenza 2007.
Prefazione di Gabriele Dadati e Stefano Fugazza. Illustrazioni di Teodoro Cutugno.
Approfondimento in rete: Cesare Angelini – a cura di Fabio Maggi
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Gennaio 2008
Commenti
È importante ? pensiamo alle nuove tendenze comunitariste, alle battaglie per la rivendicazione della centralità delle piccole patrie e della restituzione d?altra e diversa (più autentica!) identità ai popoli: finalmente estranei alla menzogna Moloch dello Stato Moderno ? leggere d?una provincia come ?misura etnica, geografica, amministrativa, coi suoi circondari e mandamenti che, in tempi di europeismi e di ecumenismi politici, resta sempre una realtà positiva; e, ancorandoci a un cantuccio preciso di mondo, ci aiuta a non smarrire il sentimento di noi stessi, la nostra misura d?uomini? (p. 15)...
Per chi volesse scoprire e approfondire l'autore, questo:
http://digilander.libero.it/angelini/
mi sembra il sito di riferimento. Davvero completo.
Mi ricorda un sacco di cose, è ovvio.
"Siamo l?espressione del territorio. Siamo alberi che non sempre possono essere trapiantati altrove. La coscienza delle nostre radici è fondamentale, e fondante. "
Grandissima verità, poco apprezzata nel clima di massificazione culturale, geografico perfino, odierno.
geografica, naturalmente... mi ci vuole il correttore ortografico per i commenti :)
Ecco, a margine della bella presentazione di quest'operetta: i sacerdoti-letterati e la loro terra. In Friuli - come ho avuto modo di scrivere recensendo Bellina - ce n'è stati e ce n'è parecchi (scrittori, poeti, studiosi d'arte e di linguistica, traduttori, bibliofili e bibliotecari). Il motivo primo e più facile è - parlando del secolo trascorso, dagli inizi agli anni Settanta del Novecento - l'accesso facilitato del sacerdote agli studi, e - se riusciva ad andare oltre il seminario (molto povero da un punto di vista della formazione culturale) - alla cultura (molti sacerdoti riuscirono a completare gli studi universitari laureandosi in Lettere).
Dalla cultura e dalla conoscenza del territorio "per mestiere" (attenzione però, raramente i sacerdoti letterati sono anche dei buoni curatori d'anime, ma c'è qualche eccezione) discende una coscienza maggiore della propria identità storica.
Molti pregiudizi legati all'istituzione ecclesiastica hanno relegato nel silenzio "nazionale" molte di queste figure. Un grosso tesoro perduto, a mio parere e tutto da recuperare.
Grazie Gianfranco!
Cerchiamo allora, nel tempo e con pazienza e dedizione, di restituire luce e spazio alle opere di questi sacerdoti-letterati, come hai già fatto tu. Mi unisco ai tuoi auspici, e ti ringrazio, come sempre, per la condivisione.
"Un esempio di letterato umanista italiano, di quelli che hanno cercato di conservare viva una tradizione arcadica e un po' provinciale della letteratura inserendovi le ricerche degli scrittori nuovi e delle riviste di punta; ultimi sprazzi ed estreme difese dell'umanesimo letterario nel senso antico. Giudicavo Angelini un buono scrittore, ma non privo di leziosaggini, troppo leccato e letterario. Ed ecco, al contatto della persona, abbandono i luoghi comuni e lo vedo com'è davvero. Mi accorgo che è soprattutto un prete. Quest'uomo piccolo, magro, mobile, gaio, che fuma quasi quanto me, così lombardo per buon senso, ingenuità, sincerità e ottimismo, vive la letteratura come una festa cristiana. Il suo modo di invitare a mensa è pari a quello di accostarsi alle lettere. (...) Ha il sentimento della letteratura come festa evangelica, e quasi il misticismo della parola come cibo migliore (...)"
PIOVENE, Viaggio in Italia, pp. 125 126.
Alcuni di questi preti intellettuali e scrittori li ho conosciuti grazie alle opere e articoli di un miscredente inquieto come Giuseppe Prezzolini.
Oltre ad Angelini penso a Don Giuseppe De Luca o a suor Margherita Marchione, prima allieva appunto di Prezzolini e poi docente universitaria negli USA (http://it.wikipedia.org/wiki/Margherita_Marchione ; http://www.basilicata.cc/chiese/sassoc/Tscritto/deluca.htm. ).
Tutte figure degne di essere riscoperte, ed ovviamente discusse.
bravo Luca, gran bella integrazione.