Andrić Ivo

La storia maledetta. Racconti triestini

Autore: 
Andrić Ivo

INGANNEVOLE E' IL SOTTOTITOLO PIU' D'OGNI COSA (ma non è colpa dell'autore: è colpa dell'editore)

Altro che “Racconti triestini”: “La storia maledetta”, opera narrativa apparsa postuma, e non per volontà autoriale, suddivisa in quattro frammenti di varia grandezza (gli ultimi due sono più estesi, i primi due sono poco più che sketch), è vagamente ambientata a Trieste, sì: ma nella galera di Trieste. Protagonista, uno studentello bosniaco. In altre parole, qui di triestino c'è quanto ci poteva essere di Venezia o di Milano: il nome. Il nome e quattro riferimenti spesi con negligenza. Un po' poco per giustificare la prepotenza d'un sottotitolo che andrebbe cassato nelle edizioni a venire. Tra l'altro, non si tratta nemmeno di racconti. Insomma: va bene che la confezione è tutto, ma in questo caso si va un po' troppo distanti dal vero. Non si fa un servizio né all'autore né ai lettori. Non è da Mondadori... Tutto qua.

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Quattro frammenti d'un romanzo incompiuto dell'unico premio Nobel jugoslavo, Ivo Andrić (1892-1975), raccolti per la prima volta in volume. Si tratta – leggiamo nell'introduzione di Marija Mitrovic – di “Esaltazione e rovina di Toma Galus”, originariamente edito nel 1931 in una rivista belgradese, poi apparso nella raccolta “Sentieri, personaggi, paesaggi”; e di “Dalla parte del sole”, “L'impero di Postružnik” e “La storia maledetta” mai pubblicati in precedenza; sono apparsi, postumi, in Serbia nel 1994, come “parti di un romanzo mai portato a termine”, assieme ad altri frammenti non inclusi in questa edizione. Sono tutti genericamente ambientati a Trieste, come s'accennava: tendenzialmente, in galera. La curatrice rimarca il fascino della rarità d'una produzione letteraria di IA dedicata allo “spazio europeo”: era infatti autore legato elettivamente al mondo balcanico e all'Impero Ottomano. Si vede. Siamo lontani dal suo ambiente prediletto (la Bosnia), terreno d'incontro di religioni e culture differenti: proprio come, su scala minore e ben altra tradizione, la nostra Trieste, teatro involontario e irrichiesto di questa sua produzione giovanile e incompiuta.

Nel primo racconto, ci troviamo in terra giuliana nel luglio 1914; in quei giorni, la città è ancora austriaca e si sta mobilitando per via della dichiarazione di guerra alla Serbia: “Oltre alle orchestrine davanti ai caffé e alla musica che riempiva le periferie operaie – scrive Andrić – si udivano ogni istante provenire da ogni dove marce militari, con i loro toni pesanti e solenni che provocano brividi paranoici lungo la spina dorsale e lacrime senza ragione” (pp. 3-4). Galus è un giovanotto che viaggia incosciente di quel che è successo a Sarajevo; è ancora entusiasta della sua esperienza ad Aden, in cui ha percepito a un tratto “l'intera ricchezza e tutta la vastità del mondo in un istante solo”.

Entra in città e torna coi piedi per terra: severa ispezione poliziesca, visita medica, dogana, ed “ebrei freddi e sgarbati al cambiavalute” (p. 8; c'è un'altra boutade antisemita a breve distanza. Di dubbio gusto). Le strade deserte, dopocena, lo spaventano. Il giorno dopo vagabonda, tutto rapito dalle sue emozioni, quando tutto a un tratto cominciano a suonare le campane di San Giusto. Lui, scosso ed euforico, grida qualcosa nella sua lingua. Mezz'ora dopo, viene ingiustamente arrestato: è stato scambiato per una spia serba. Una donna lo insulta in tedesco, mentre viene tradotto in galera: “Nieder mit Russland!”, cioè “Abbasso la Russia!”. Tutto triste e perplesso, in prigione, sente avanzare il popolo in marcia verso un tempo nuovo – quello della guerra. “Erano le prime trombe dei tempi nuovi, in cui sarebbero scomparse, forse per sempre, le gioie di una vita libera, e in cui alla fine l'uomo avrebbe divorato il suo simile come un animale selvaggio divora un altro animale, solo con meno senso” (p. 14). Paradossalmente, si sente colpevole. E qui la narrazione si spezza.

Nel secondo, brevissimo racconto, “Dalla parte del sole”, il narratore è in prigione. Assieme ai suoi compagni, spia frammenti di vita d'una casa borghese, da una finestra, sognando la libertà. Qualcuno – un vecchio e uno studente – si complica la vita, litiga e si ritrova in isolamento. Lo studente, musicista, racconta quindi d'aver sognato una melodia cantata dall'uccellino in gabbia nella casa di fronte. E infine tace, come addormentato; e forse sta soltanto cercando di ricreare quella melodia.

Nel terzo racconto, ““L'impero di Postružnik”, l'innocente Galus, rinchiuso in galera, pensa al sole, e s'emoziona: “Sì, in realtà esiste solo il sole, e tutto ciò che vive, respira, striscia, vola, brilla o fiorisce, non è che un riflesso di quel sole, uno degli aspetti della sua esistenza. Tutti gli esseri e tutte le cose esistono solo nella misura in cui nelle proprie cellule contengono le riserve del respiro del sole. Il sole è forma ed equilibrio; esso è coscienza e pensiero, voce, movimento, nome” (p. 28). Lo avvicina Franz Postružnik, prova a parlargli in tedesco e in italiano; Galus risponde “tedesco” e un po' di sloveno, ma quel che Franz gli dice in sloveno non è proprio gentile. È un tizio nei guai per aver falsificato firme e documenti, ha un debole per le bambine e uno strano modo di fare. Cerca di raccogliere informazioni sul suo passato, domanda di Parigi e Belgrado, ma Galus risponde con franchezza; non ne sa nulla. E con la stessa semplicità nega d'essere un rivoluzionario e d'aver dato bado ai discorsi nazialistici bosniaci; e poi delira, e attacca l'impero austriaco, straparla, si dà arie da ribelle. Franz non approva. “Porco! Compare di Princip! Incendiario! Penderai dalla corda, assieme a tutta quella banda di pidocchiosi, e allora il mondo avrà finalmente pace. Porci! Idioti!” (p. 68), lo sgrida. Il loro dialogo non si spegne; si spezza quando Galus esce di prigione.

Nel quarto e ultimo racconto, quello eponimo, “La storia maledetta”, scopriamo cos'ha alle spalle Franz Postružnik. Ma naturalmente non posso sintetizzarlo, per rispetto degli eventuali neofiti. A loro sento, qualora siano digiuni dell'opera di Ivo Andrić, di dare un consiglio elementare e saggio: dimenticare le pubblicazioni postume e puntare, con determinazione, quelle apparse per volontà dell'autore, in vita. Non solo si riveleranno compiute, organiche e sensate, ma potranno addirittura spiegare come sia stato possibile assegnare un Nobel a un dilettante del genere. A questo livello della sua produzione artistica, onestamente, era poco più che un amatore, caotico e sentimentale.

Sconsigliato, a dispetto del basso prezzo.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Ivo Andrić (Travnik, Bosnia, AUT, 1892 – Belgrado, Yugoslavia 1975), irredentista, diplomatico, scrittore bosniaco. Studiò a Zagabria, Vienna e Cracovia. Premio Nobel per la Letteratura 1961.

Ivo Andrić, “La storia maledetta. Racconti triestini”, Mondadori, Milano 2007. Collana Oscar Scrittori Moderni. Traduzione di Alice Parmeggiani. Introduzione, Cronologia e Bibliografia essenziale a cura di Marija Mitrović.

Prima edizione: cfr. paragrafo introduttivo dell'articolo.

Approfondimento in rete: WIKI It / Antenati / Sito ufficiale (in ENG)

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2009.

ISBN/EAN: 
9788804572527

Commenti

La scheda che appare su IBS, a cura della redazione Mondadori, è una delle migliori prese per il culo di sempre. Buona lettura!

www.ibs.it/code/9788804572527/andric-ivo/storia-maledetta-racconti.html

poi leggetevi il pezzo...

Altro che "Racconti

Altro che "Racconti triestini": "La storia maledetta", opera narrativa apparsa postuma, e non per volontà autoriale, suddivisa in quattro frammenti di varia grandezza (gli ultimi due sono più estesi, i primi due sono poco più che sketch), è vagamente ambientata a Trieste, sì: ma nella galera di Trieste. Protagonista, uno studentello bosniaco. In altre parole, qui di triestino c?è quanto ci poteva essere di Venezia o di Milano: il nome. Il nome e quattro riferimenti spesi con negligenza. Un po' poco per giustificare la prepotenza d?un sottotitolo che andrebbe cassato nelle edizioni a venire. Tra l'altro, non si tratta nemmeno di racconti. Insomma: va bene che la confezione è tutto, ma in questo caso si va un po' troppo distanti dal vero. Non si fa un servizio né all'autore né ai lettori. Non è da Mondadori. Tutto qua.

"A questo livello della sua produzione artistica, onestamente, era poco più che un amatore, caotico e sentimentale." L'operazione editoriale è molto discutibile, comunque, prima di giudicare l'autore, bisogna proprio vedere cos'altro ha scritto, soprattutto opere complete come hai osservato.
Adesso ti studi la letteratura slava (come dire, conoscere l'avversario...).

Vale quando si diceva per Flaiano... certe operazioni editoriali post mortem lasciano il tempo che trovano - e fanno danni.
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Qualcosa di Pahor, Velickovic e Kosovel dovrei aver già scritto. Quando capita, ampliamo l'archivio;)
Andric era autore Bompiani, a casa ho delle vecchie edizioni. In futuro vediamo. Certo, esordire con questo libro mi ha un po' demoralizzato...

Se ti va di cercare e studiare qualcosa di suo, intanto...

OT questo è il mio 1100° articolo.
Obbiettivo realistico: 1300 entro fine 2010.

Daje,
gf

Credo sia più un libro da addetti ai lavori, che per lettori comuni. E credo sia più la collana in cui è inserito, a creare lo scarto con la presentazione, etc etc. L'avessero pubblicato altrove, avrebbe avuto altro senso.

mi sono già presa qualche impegno per autori italiani, dunque non prometto niente:)

Va bene:).

7. Non solo, Branco. E' anche "come" hanno presentato il libro. Non si può scrivere "racconti triestini" se
- non si tratta di racconti
- trieste c'entra come i cavoli a merenda...

diciamo che forse era l'unico modo per provare a venderli come libro. Mi sembra eccezionalmente sbagliato, e molto furbacchione. Non da loro - da quella collana, dico

[andric] "Quando penso alla

[andric] "Quando penso alla morte, mi prende la nostalgia del mare che sparirà per sempre dai miei occhi. I fiumi corrono al mare come le api al fiore. Nulla mi attira di più dell'infanzia lontana e del mare" - Ston, 27 settembre 1973. Riferito da Zandel e Scotti in "Invito alla lettura di Ivo Andric", Mursia, 1981