Anderson Sherwood

Il romanzo perduto

Autore: 
Anderson Sherwood

Sherwood Anderson è stato uno dei più grandi scrittori statunitensi, la sua raccolta di racconti “Winesburg, Ohio” pubblicata nel 1919 è un capolavoro troppo spesso dimenticato, capace di influenzare generazioni intere di scrittori e questo “Il romanzo perduto” è un ottimo modo per avvicinarsi a questo scrittore. Questo agile volumetto di poco più di sessanta pagine, pubblicato da Mattioli 1885 con la traduzione di Cecilia Mutti, raccoglie cinque brani estratti da alcune sue opere: “Il romanzo perduto” tratto da “Death in the Woods” del 1933, “Noi ragazzini delle arti” da “Memoirs” (1940), “Se qualcosa ci importa” (uscito su rivista nel 1936), “Conversare con gli scrittori” (un estratto da “Smythe County News” in “Hello Towns!” del 1927) e “Appunti sul realismo” (estratto da “A writer’s conception of realism”, del 1939) che ruotano intorno alla scrittura, agli sforzi di uno scrittore, alle sue paure, alle sue cadute, alle incomprensioni del mondo dell’arte, al difficile rapporto di uno scrittore con il mondo che lo circonda, con quegli affetti che seppur importanti sembrano passare così spesso in secondo piano nella vita degli artisti. Piccoli affreschi in forma di racconto capaci di affrontare quelle problematiche note a coloro che scrivono, dipingono, suonano, cercano di girare un film.

Ed ecco che nel “Il romanzo perduto” affiora il dramma di colui che per causa della scrittura perde i propri cari e poi perde pure il proprio romanzo migliore, quel romanzo che avresti voluto scrivere e che scappa via, senza più poterlo riacciuffare, quel romanzo che avresti voluto scrivere anche per ringraziare coloro che ti hanno sostenuto per anni, che ti hanno amato senza essere corrisposti:

“Mi disse che era stato tutto come in un sogno. Un uomo così, uno scrittore. Beh, lavora per mesi, forse un anno intero su un libro, e poi non c’è una sola parola scritta sulla carta. Intendo che la sua mente ci lavora per davvero. Evidentemente il libro s’è costruito lentamente, e poi è andato distrutto.” (pag. 9)

Terribile quando succede, terribile davvero e non c’è nulla che possa riportarlo indietro. Lo puoi rincorrere, puoi cercare di ricostruirlo ma è un’operazione impossibile da realizzare e che alla lunga rischia di diventare dannosa, creando vortici di dannazione da cui non ci si riesce più a liberare.

In “Noi, ragazzini delle arti” rivive l’ambiente solidale composto dagli artisti, un legame intimo, profondo, ciascuno con le proprie idee, tensioni, vite private, figli, mogli, amanti, penuria di denaro, mancanza d’ispirazione, con il tentativo di diventare qualcuno senza mai snaturarsi e di scambiarsi dritte, consigli, critiche per crescere insieme, ciascuno col proprio percorso individuale. Qualcosa insomma che da queste parti, qui su Lankelot, si dovrebbe conoscere molto bene. Una comunità che si arricchisce a vicenda e che vive di delusioni, sconfitte ma anche di successi, piccoli o grandi che siano, di conquiste, di liti accese, di passi in avanti, di trasformazioni, di amicizie. “Dietro il nostro cameratismo c’era una sete che non sapevamo descrivere. Non era veramente sete di successo, questo lo sapevamo bene. Fin qui c’eravamo arrivati” (p.25). E poi tutti torniamo da soli con noi stessi, con quello che abbiamo nella nostra testa, nei nostri cuori, in silenzio davanti a una pagina bianca, con un pennello in mano, una domanda sulle labbra, un accordo, un’inquadratura mancante….e quante volte vorremmo buttare via tutto, mollare la presa, darci per arresi…e ci arrendiamo, magari anche solo per qualche mese e poi torniamo alla carica, ci riproviamo, non ci diamo per vinti e non c’è mai un’ultima volta ma sempre un’altra volta perché è quello che ci scorre dentro alle vene, che ci fa respirare, vivere, morire.

“Fra un’ora sarebbe arrivato un altro treno e io volevo aspettare di vedere ciò che in effetti poi vidi, pur restando nascosto: Jerry che scendeva in stazione dopo aver recuperato tutto il suo armamentario. Perché già sapeva, come lo sapevo io, che la settimana seguente avrebbe ritentato di nuovo” (pag.34).

Quella spinta interiore che diventa qualcosa di impossibile da spiegare, qualcosa che vibra nell’aria come in “Quando qualcosa ci sta a cuore”, qualcosa di nascosto che spetta all’artista trovarne la forma per comunicarla agli altri, qualcosa che Sherwood Anderson trova per esempio mirabilmente nella bellezza di una vedova che torna dal funerale del proprio caro. La bellezza che traspare dal suo volto, dai suoi passi... l’artista scorge qualcosa d’inspiegabile ai più e lo trasferisce su carta, la rende mirabile, inconfondibile, duratura, a costo di trovarsi solo alla fine del cammino.

E poi c’è il sorriso che l'autore riesce a strappare quando scrive di un fantomatico “Galateo per conversazioni con scrittori” dedicato a quegli scrittori (e fra di loro c'è anche l'autore, ovvio) che vorrebbero starsene da soli ma che non ci riescono perché sempre assillati da coloro (giornalisti, amici, altri scrittori, curiosi) che vorrebbero saperne di più delle loro opere e delle loro vite, quegli stessi scrittori che pur desiderando la solitudine creatrice non possono però spesso fare a meno di mettersi in posa, di vendersi come Scrittori con la S maiuscola, di dire “Io ho scritto un libro” e parlarne, parlarne sempre, anche in cambio di denaro (festival, presentazioni, giornali, radio, televisioni, sagre), quegli stessi scrittori ai quali non bisogna mai rivolgere quelle stupide domande che loro stessi rivolgono ad altri scrittori e giunti alle ultime righe non si può che sorridere e di gusto anche di se stessi. 

“Veramente, la sola cosa che vorrei suggerire qui sarebbe di lasciare in pace gli scrittori, che devono dedicarsi a scrivere e nient’altro. Ma voglio troppo bene ad alcuni di loro per rischiare di vederli poi morire nella solitudine più nera. Senza contare che abbiamo ancora bisogno dei loro libri. Bisognerà pur trovare una soluzione: forse un giorno qualcuno più intelligente di me saprà insegnarci a convivere, e a conversare. O magari si può tentare la segregazione.” (pag. 57)

Infine, veniamo all’ultimo racconto, che è il manifesto narrativo di Sherwood Anderson e di cui riporto la conclusione - conclusione che da giorni non riesco a togliermi dalla testa. 

“Per renderlo vero – proprio come centinaia d’altre persone che vivono lì con lui nel mio mondo fantastico – dovrò farlo muovere entro i limiti della novella o del romanzo di cui l’ho reso partecipe. Se tradisco il mondo della mia immaginazione, e la sua coerenza intrinseca, allora divento un venditore di fumo. Se invece avrà il coraggio di lasciar vivere il mio uomo, di farlo camminare sulle sue gambe, forse allora mi mostrerà la strada verso un bel romanzo, o un racconto ben riuscito. Ma né il racconto, né il romanzo saranno mai l’esatta fotografia della vita reale. E io non ho mai voluto che così fosse. È la chiara dimostrazione di quello che ho cercato di spiegare finora. C’è una realtà nei personaggi letterari. All’inizio, possono persino essere tratti dalla vita di tutti i giorni; ma una volta presi e messi sulla carta, diventati parte del libro, allora il realismo in senso stretto smette di esistere. Ci sono insomma due generi di realismo: quello della vita vera, con cui si cimenta il giornalista, e quello letterario, di cui vive un romanzo. E direi che su questo confine sottile si muove il vero narratore.” (pag.71)

E allora lunga vita a Sherwood Anderson! E lunga vita alla letteratura!

Edizione esaminata e brevi note:

Sherwood Anderson (1876-1941) È stato uno scrittore statunitense che si è dedicato principalmente alla forma della short story. È noto al pubblico soprattutto grazie alla raccolta di racconti Winesburg, Ohio che ebbe un'influenza profonda sulla letteratura e sulla narrativa americana e l'eco del suo stile e delle sue opere può essere facilmente rintracciata negli scritti di Ernest Hemingway, William Faulkner, Thomas Wolfe, John Steinbeck.

Sherwood Anderson, "Il romanzo perduto", Mattioli 1885, 2011. Traduzione di Cecilia Mutti.

Andrea Consonni, agosto 2011.

ISBN/EAN: 
9788862612203

Commenti

[Sherwood Anderson] "Il

[Sherwood Anderson] "Il romanzo perduto" 

[anderson] alè, in home!

[anderson] alè, in home!

[sherwood anderson] intuitive

[sherwood anderson] intuitive convergenze con lanke sempre più insistenti (inquietanti?): libro letto ieri! un gioiellino

[Anderson] Concordo, un vero

[Anderson] Concordo, un vero gioiellino. Da applausi la scelta dei testi e la durata.  

[anderson] "Se tradisco il

[anderson] "Se tradisco il mondo della mia immaginazione, e la sua coerenza intrinseca, allora divento un venditore di fumo": come è vero!

[Anderson] Lascio il link

[Anderson] Lascio il link della recensione di "Winesburg, Ohio" uscita in questi giorni su Repubblica.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/08/13/sherwood-anderson-la-grande-riscoperta-dell-america.html

[anderson] accendo subito il

[anderson] accendo subito il link - non funzionava. Non è colpa tua, è la programmazione (che va aggiornata, è chiaro)

[sherwood anderson] mich lupo