Andersen Hans Christian

Fiabe

Autore: 
Andersen Hans Christian

Io ed i miei venticinque fratelli siamo nati, molto tempo fa, dallo stesso cucchiaio di stagno. Io, tra tutti loro, ero unico. Già, io non ero normale. Avresti potuto osservarci, eleganti e graziosi, mentre stavamo riposando tra le mani del bambino che ci aveva ricevuto, e non avresti esitato ad ammettere che eravamo belli e orgogliosi, nelle nostre uniformi rosse e turchine, il fucile a spalla, lo sguardo altero e aristocratico: d’un tratto, uno sguardo meravigliato sarebbe caduto su di me. Fui fuso per ultimo: di stagno non ne avevano a sufficienza. Così, avevo una gamba sola: e su quella sola gamba mi reggevo in equilibrio, orgoglioso della mia diversità e della mia fragilità. Non conoscevo sconfitta: non avevo mai conosciuto una guerra. Avresti giurato che sarei stato valoroso come i miei fratelli, fidandoti della luce dei miei occhi; eppure, saresti stato riluttante a spedirmi al fronte, asimmetrico e imperfetto come ti apparivo. Non potevo ornare i tuoi scaffali di bambino; non potevo combattere come i miei fratelli; rimanevo lì, impettito, in un angolo, a gridare d’esser vivo e di non avere paura di niente, e di nessuno. Il mio cuore di stagno batteva forte: sangue di nobili guerrieri m’incitava alla lotta. Eppure non combattevo mai: rimanevo solo, sul mio scaffale, ad attendere d’essere capito. Perché, in fondo, tu avresti potuto comprendermi, se solo avessi guardato: e m’avresti regalato un’esistenza nuova, e avrei avuto dignità- allegro, tra le tue mani, sarei stato servitore d’un despota bambino; esistono sorti migliori?

Non potevo pensare niente di differente, fin quando non vidi lei.

Viveva in un magnifico castello di carta. Danzava sul portone del castello; aveva un delizioso nastro azzurro drappeggiato sulle spalle, ed un meraviglioso lustrino splendente. Aveva le braccia tese contro il cielo, e si manteneva in equilibrio su una sola gamba – proprio come me. L’altra gamba fendeva l’aria, in una posa di rara armonia ed eleganza: ma questo l’avrei scoperto solo molto tempo dopo. Quel che potevo vedere dal mio scaffale era un’immagine di impeccabile bellezza. Non era solo la grazia e la bellezza del suo viso: era la sua somiglianza con me a colmarmi di gioia. Entrambi avevamo una sola gamba. Non ero l’unico: non ero maledetto! Non ero, allora, più condannato all’isolamento, né alla vana affermazione della mia diversità: se eravamo in due ad essere diversi, saremmo stati noi ad esser normali. Se eravamo in due ad essere normali, gli altri sarebbero diventati i diversi, e avrebbero sofferto quel che soffrivamo noi: l’isolamento, l’incomprensione, l’abbandono, la disperazione. L’imperfezione: e la dannazione.

Un giorno mi sorrise. Capii allora che mi apparteneva, e che l’avrei sposata.

Avremmo vissuto in un nuovo luogo, dove avremmo comandato il tempo e nominato ogni cosa.

Dovevo però raggiungerla; ma, costretto all’immobilità com’ero, avrei dovuto accontentarmi di guardarla, da lontano, adorandola come una dea. Mi lasciai cadere steso a terra, sorridendole. La notte, quando i giocattoli si animavano e giocavano tra loro, rimanevamo ore a stupirci della nostra bellezza, e a domandarci quanto distava ancora la libertà, e la gioia. Inevitabilmente lontani: eppure, in quei nostri sguardi, nella nostra silenziosa poesia, c’era l’annuncio dell’eternità.

Non m’importava più d’esser un soldato senza guerra; né di esser costretto ad esser diverso dai miei fratelli. Adesso esisteva lei, e niente più aveva significato, se non il pensiero d’averla, e d’essere, per sempre, uno.

Una mattina, il mio despota bambino mi poggiò sul balcone, impedendomi di guardarti: forse era innocente, e non immaginava di spezzare il nostro sogno; o forse, aveva inteso che era lui l’imperfetto, non noi, destinati a vivere di poesia e dolcezza, e voleva dimenticarsi di quel che aveva capito separandoci. Così, mi distesi su un fianco, di nuovo, per cercare di ritrovare i tuoi occhi; e fui avventato, perché così facendo precipitai oltre il balcone, cadendo a testa in giù dal terzo piano. La baionetta si infilò tra le pietre del selciato; rimasi lì, in attesa, trattenendo le grida e il pianto, perché ero in divisa e non sarebbe stato dignitoso piangere e lamentarmi. Ero un uomo.

Il despota bambino e la governante si precipitarono a cercarmi: ed io preferii il silenzio, sebbene la gola fosse rotta dal pianto. Troppo duro era combattere contro me stesso, per controllarmi: non avevo fiato per parlare, e chiamare aiuto.

Avrebbero poi potuto mai capire la mia lingua? L’impresa era disperata.

Potevano sentirmi, ma non avrebbero ascoltato.

Cominciò a piovere. Pensai a quei versi di Verlaine che il papà del despota bambino aveva letto ad alta voce, qualche giorno prima; e mentre m’immalinconivo, e pensavo al mio amore perduto, alla bella ballerina che aveva il sorriso d’una dea, due nuovi tiranni bambini si accorsero di me.

“Un soldato di piombo!” – gridarono. “Ma senza una gamba” – sospirarono, subito. Allora, costruirono una barchetta di carta e mi affidarono ad un rigagnolo, divertendosi mentre, immobile e disperatamente orgoglioso, affrontavo quella tempesta senza reclinare il capo. Sfidavo i tiranni, e sfidavo Dio; sfidavo il destino, e sognavo il tuo amore, mia musa. Nessuno avrebbe potuto mai ferirmi, nessuno più. Sarei forse potuto cadere; ma combattendo, mai fuggendo.

Le onde si sollevavano, schiumando rabbiose, e minacciose si ribaltavano contro di me. Digrignai i denti, e rimasi immobile. Cos’altro avrei potuto fare? Il mio orgoglio contro i miei nemici; la mia gridata affermazione di indipendenza e differenza contro un sistema che mi rifiutava e mi tradiva.

All’improvviso, il vascello di carta si ribaltò, sconfitto da un’ultima ondata; mi ritrovai tra i segreti fiumi della città, a navigare tra i rifiuti degli esseri umani. Fui certo che si trattasse di una fogna quando un orribile topo mi domandò il passaporto. Mi intimò di fermarmi; invano. Avanzavo, indifferente e invitto, assecondando il mio destino: ovunque fossi finito, la mia gloria sarebbe stata nell’affidarti il mio ultimo pensiero. A nient’altro pensavo; per nient’altro più, ormai, esistevo.

“Le rapide!” – pensai, sconvolto, quando il vascello iniziò a voltare su se stesso come impazzito; e sorrisi al mio amore lontano e perduto, e m’abbandonai alla corrente. Mentre affondavo, sognavo.

Rimasi con la baionetta sulle spalle; e non mutai espressione. Se devo cadere sul campo, mi confortavo, cadrò da valoroso e non da vigliacco. I miei fratelli sapranno e mi ameranno ancor più.

Quand’ecco mi trovai nel mare aperto; e, senza neppure accorgermene, fui presto inghiottito da un grosso pesce. Nell’oscurità, ascoltavo la melodia del carillon del despota bambino; il tempo passò, e non seppi neppure quanti giorni fossero trascorsi, perché nuotavo anch’io nell’aria, non riconoscevo più i confini tra sogno e realtà, tutto appariva immacolato, e intatto…fin quando mi accorsi che quella musica non era immaginata, ma reale; una forte luce squarciò le mie segrete tenebre, e mi ritrovai nella casa del despota bambino. Quel pesce era stato pescato; e, miracolosamente, comprato dal mio padroncino. Tutti gridarono: “Ecco il soldatino di stagno”! – ed io ti cercavo con lo sguardo, mia amata, e ancora non ti incontravo. Cosa importava aver riconquistato la luce, se restavo imprigionato nella tua assenza? La famiglia del despota bambino, ammirata, mi sorrideva; finalmente, dopo qualche ora, tornai nel mio scaffale. C’era il magnifico castello di carta; c’eri tu, sempre a danzare in equilibrio su una sola gamba. Mi sorridevi. Avrei pianto: ma ero un guerriero, e non sarebbe stato giusto. Restammo in silenzio a guardarci, appesi all’eternità del nostro sogno.

In quel momento, il despota decise- dovevo morire. Mi lanciò nella stufa, senza spiegare. Ancora una volta, mi ritrovai nella luce; stavolta era una luce dolorosa, una luce che si stava nutrendo di me. Non avevo più colore. Non ho mai capito perché. Rimasi immobile, il fucile in spalla. Credevo sempre ai sogni, ricordi? E allora un vento gentile ti strappò dal castello, ti vidi nel fuoco danzare nel vuoto felice – che incanto!- e fummo scintilla d’un unico incendio.

Uniti, adesso. Eterno.

La mattina, tra la cenere, una signora trovò un piccolo cuore di stagno, ed un lustrino di ballerina.

Adesso avvicinatevi a me. Piano, però! Piano, piano. Sto per confidarvi il segreto della storia del soldatino di stagno e della ballerina. Io so che quel cuore di stagno e quel lustrino vissero un’altra vita, assieme, nascosti tra le pieghe dei pensieri d’uno scrittore. Suggerirono storie piccole e gentili, di regine di nevi dissolte dall’amore, e di un imperatore che non credeva d’esser nudo, di una penna e di un calamaio gelosi del poeta, e dell’ombra di un filosofo che scacciò il suo padrone; di piccole sirene che rinunciano ad esistere per l’amore di un uomo, e di acciarini incantati che realizzano i sogni.  Questo scrittore fortunato, dal cuore di stagno, visse nello scorso secolo in Danimarca.

L’inventore di sogni di carta ha già solcato la vita di cinque generazioni di despoti bambini di tutto il mondo.

 

A Rival,

Franco.

 


 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

 

Hans Christian Andersen (1805,Odense – 1875,Copenhagen), dottore in filologia, scrittore e favolista danese. A giudizio di Gianni Rodari, curatore dell’edizione esaminata, il padre de “La sirenetta” fu il primo “scrittore impressionista”, per via dell’aderenza dei dialoghi alla lingua parlata. Le sue prime fiabe apparvero in Danimarca tra il 1835 ed il 1836.

La prima edizione italiana risale al 1867.

 

Hans Christian Andersen, “Fiabe”, Einaudi, Torino, 1970. (collana “Gli Struzzi”, 8)

 

In questa edizione, le favole (scelte e presentate, come si diceva, dal nostro Gianni Rodari) sono suddivise in cinque gruppi: le “Fiabe popolari” (dieci, tra le quali “L’acciarino” e “La principessa sul pisello”), le “Grandi Novelle” (otto, tra le quali “La sirenetta”, “L’usignolo”, “Il brutto anatroccolo”, “La regina della neve”), le “Storie di cose”(diciotto, tra le quali “Penna e calamaio”, “La vecchia casa” e, ovviamente, “Il tenace soldatino di stagno”), le “Storie di animali” (otto, tra le quali “La famiglia felice” e “Il gatto del tetto e il gallo del pollaio”), e infine i “Proverbi e modi di dire(sei, tra i quali “Riposto ma non dimenticato”).

Cinquanta favole, equivalenti a circa un terzo della fertile produzione fiabesca dello scrittore danese.

 


 

Lankelot, G.F., Ottobre del 2002.

Una prima versione di queste pagine, limate e revisionate nel maggio del 2003, sono apparse su ciao.com nell’ottobre del 2002; quindi, lankelot.com

 

ISBN/EAN: 
9788806179151

Commenti

Questo libro è sempre sul mio comodino.

Adesso avvicinatevi a me. Piano, però! Piano, piano. Sto per confidarvi il segreto della storia del soldatino di stagno e della ballerina. Io so che quel cuore di stagno e quel lustrino vissero un?altra vita, assieme, nascosti tra le pieghe dei pensieri d?uno scrittore. Suggerirono storie piccole e gentili, di regine di nevi dissolte dall?amore, e di un imperatore che non credeva d?esser nudo, di una penna e di un calamaio gelosi del poeta, e dell?ombra di un filosofo che scacciò il suo padrone; di piccole sirene che rinunciano ad esistere per l?amore di un uomo, e di acciarini incantati che realizzano i sogni. Questo scrittore fortunato, dal cuore di stagno, visse nello scorso secolo in Danimarca.
L?inventore di sogni di carta ha già solcato la vita di cinque generazioni di despoti bambini di tutto il mondo.

Anche questo tuo scritto è una fiaba, Gianfranco! E anche molto ispirata.
II dolore per Andersen è vissuto e riscattato sempre da un in sopprimibile ottimismo. II brutto anatroccolo diviene un cigno dopo tante sofferenze, il soldatino di piombo si scioglie insieme alla ballerina amata e si trasforma in un grumo metallico a forma di cuore, la Sirenetta ri nuncia al suo principe azzurro e resta sirenetta ma conserva per sempre nel cuore la dolcezza del sogno svanito... Questi personaggi diventano quasi simboli e miti, validi per i bambini di tutto il mondo. Come i grandi personaggi di Shake speare. Per questo Andersen è stato chiamato «lo Shakespeare dei bambini».

Grazie, è una pagina delicatissima.

Raffaella

"Se eravamo in due ad essere normali, gli altri sarebbero diventati i diversi, e avrebbero sofferto quel che soffrivamo noi: l?isolamento, l?incomprensione, l?abbandono, la disperazione. L?imperfezione: e la dannazione. "
*
Ho sempre amato questo tua rivisitazione della fiaba di Andersen e l'ho letta più volte nel tempo, specie quando mi accingevo a commentare alcune tue creazioni. Oltre a essere una prosa molto ispirata, contiene alcune parole-chiave tutte tue.

Probabile.
Grazie a tutti e tre per i commenti, e alle signore in particolare per la gentilezza della loro partecipazione empatica. Solo questo;).

Non ho idea di che copertina abbia questo libro. E mi risuona Propp nel cervello e mi incuriosirebbe recuperarne qualche saggio. D'altro canto non me ne frega niente. Pezzo allucinante, Fra'.

Davvero, pezzo notevole. E ispirato.

:).
Allucinante come le ragioni per cui è stato scritto, ma meglio non dire, amices.Avanti noi, viva noi.

Ti direi di controllare che santo è domani, ma al contempo te lo sconsiglio. Guardiamo avanti.

San Volfango di Ratisbona, Vescovo

Svevia, Germania, ca. 924 - Pupping, Austria, 994

Nato nel 924 in Svezia, diventò monaco a Ginsiedeln. Inviato missionario in Ungheria nel 971, l'anno successivo fu eletto vescovo di Ratisbona. Riorganizzazò la diocesi e operò per la sua prosperità fino alla morte che giunse nel 994.

Altri Santi del giorno
Santa Lucilla di Roma Vergine e martire
San Quintino di Vermand Martire
Beato Ranieri (Raniero) da Sansepolcro
Beato Tommaso da Firenze

Ma mi sa che non parli di Quintino.
Guardiamo avanti! :)

:)

Volfango! Ah, Mozart...

viva franchi! epic ho comprato una puntata di superquark su mozart

ahhahahah

Ci ritorno spesso su questa pagina, incanta sempre come la prima volta letta. E ad ogni nuovo passaggio si rinnova la magia di una scrittura ispiratissima che va ben oltre la recensione per farsi fiaba nella fiaba. D'una dolcezza senza pari.

"se eravamo in due ad essere diversi, saremmo stati noi ad esser normali. Se eravamo in due ad essere normali, gli altri sarebbero diventati i diversi, e avrebbero sofferto quel che soffrivamo noi: l?isolamento, l?incomprensione, l?abbandono, la disperazione. L?imperfezione: e la dannazione".

Grazie, Angela. E' una delle pagine che amo di più anch'io, perché non c'è una riga che non sia vera, e perché c'erano emozioni e sentimenti e coscienza e sogno, e tutto era reale e indissolubile. Ho un po' di difficoltà a rileggerla da 4 anni a questa parte. So che esiste ma non riesco:).

'notte.

Altrove e OT.
in differita, sedendo nel sogno per un quarto d'ora.

http://it.youtube.com/watch?v=iZL-L5uS0o8

Fresca era l'aria di giugno
e la notte sentiva l'estate arrivar
Tequila, Mariachi e Sangria
la fiesta invitava a bere e a ballar
lui curvo e curioso taceva
una storia d'amore cercava
guardava le donne degli altri
parlare e danzare

e quando la notte è ormai morta
gli uccelli sono soliti il giorno annunciar
le coppie abbracciate son prime
a lasciare la fiesta per andarsi ad amar
la pista ormai vuota restava
lui stanco e sudato aspettava
lei per scherzo girò la sua gonna
e si mise a danzar

lei aveva occhi tristi e beveva
volteggiava e rideva ma pareva soffrir
lui parlava stringeva ballava
guardava quegli occhi e provava a capir
e disse son zoppo per amore
la donna mia m'ha spezzato il cuore
lei disse il cuore del mio amore
non batterà mai più

e dopo al profumo dei fossi
a lui parve in quegli occhi potere veder
lo stesso dolore che spezza le vene
che lascia sfiniti la sera
la luna altre stelle pregava
che l'alba imperiosa cacciava
lei raccolse la gonna spaziosa
e ormai persa ogni cosa
presto lo seguì

piangendo urlando e godendo
quella notte lei con lui si unì
spingendo, temendo e abbracciando quella notte
lui con lei capì
che non era avvizzito il suo cuore
e già dolce suonava il suo nome
sciolse il suo voto d'amore
e a lei si donò

poi d'estate bevendo e scherzando
una nuova stagione a lui parve venir
lui parlava inventava giocava
lei a volte ascoltava e si pareva divertir
ma giunta che era la sera
girata nel letto piangeva
pregava potere dal suo amore
riuscire a ritornar

e un giorno al profumo dei fossi
lui invano aspettò di vederla arrivar
scendeva ormai il buio e trovava
soltanto la rabbia e il silenzio di sera
la luna altre stelle pregava
che l'alba imperiosa cacciava
restava l'angoscia soltanto
e il feroce rimpianto
per non vederla ritornar

il treno è un lampo infuocato
se si guarda impazziti il convoglio venir
un momento, un pensiero affannato
e la vita è rapita senza altro soffrir
la poteron riconoscere soltanto
dagli anelli bagnati dal suo pianto
il pianto di quell'ultimo suo amore
dovuto abbandonar

lui non disse una sola parola
no, non dalla sua gola un sospiro fuggì
i gendarmi son bruschi nei modi
se da questi episodi non han da ricavar
così resto solo a ricordare
il liquore pareva mai finire
e dentro quel vetro rivide
una notte d'amor

quando dopo al profumo dei fossi
a lui parve in quegli occhi potere veder
lo stesso dolore che spezza le vene
che lascia sfiniti la sera
la luna altre stelle pregava
che l'alba imperiosa cacciava
a lui restò solo il rancore
per quel breve suo amore
che mai dimenticò

*

VINICIO CAPOSSELA. Ultimo amore