Compattare in poco più di 140 pagine tutta la storia della radio e della televisione nel nostro Paese: sembrerebbe una impresa quasi impossibile ma Francesca Anania, docente di Storia delle Comunicazioni di Massa e autrice di programmi storici in televisione c’è riuscita, senza tralasciare nulla della storia dei due importantissimi media nel contesto sociale italiano, e rendendo la lettura del piccolo volume ancora più interessante grazie al racconto di originali aneddoti storico-politici.
Un libro utile per comprendere i percorsi evolutivi della radio e della tv nel nostro paese. Soprattutto ora che la tv, ormai cinquantenne – le prime trasmissioni della RAI risalgono al 1954 – è sempre più consolidata come regina della casa nelle diete mediatiche degli italiani.
Senza eccessivi tecnicismi, con un linguaggio semplice e facilmente comprensibile, Francesca Anania ripercorre tutte le tappe principali di questa “breve storia”: a partire dall’invenzione della radio, del telefono e della televisione, passando per le iniziali trasmissioni sperimentali prima della guerra, fino alla maturità del servizio pubblico degli anni Sessanta, la concorrenza del settore privato dalla fine degli anni Settanta per concludere con le nuove prospettive tecnologiche previste nel futuro, con la controversa legge Gasparri, il digitale terreste e altre innovazioni. Oltre che parlare esclusivamente dell’evoluzione dei due mezzi, l’autrice si sofferma sull’impatto sociale dei due media sulla società, sulle rivoluzioni che hanno portato nelle nostre abitudini culturali e sociali, sulle interferenze e le influenze che il sistema politico ha avuto, a più riprese, su quello radiotelevisivo.
Il libro è diviso in quattro capitoli: “La nascita”, “La maturità”, “La modernità” e “L’epilogo”. Molte date, nomi, curiosità tecniche e storie interessanti caratterizzano il primo capitolo, nel quale l’autrice spiega in che modo la radio si sviluppa come medium principe durante la Seconda Guerra Mondiale. Racconta le varie fasi che hanno portato alla “globalizzazione delle comunicazioni” e la “scelta europea”, che fu dappertutto quella di un “regime di monopolio […] punto di partenza di questa filosofica è il riconoscimento della natura di bene pubblico all’etere. Un riconoscimento giuridico formale legato al fatto che inizialmente le radiofrequenze erano utilizzate per le trasmissioni di informazioni attinenti allo svolgimento di servizi di pubblica utilità o militari. Di qui l’ovvio corollario delle frequenze proprietà dello Stato. Quello Stato che poteva riservarne l’uso a se stesso o darlo invece a terzi attraverso l’istituto della concessione…” e si differenziò dalla “scelta liberale e privatistica” degli USA: la radio americana, infatti, “ nasce condizionata dalla pubblicità”.
Interessante è poi la storia della nascita della radio in Italia: la concessione nel 1924 all’URI, Unione Radiofonica Italiana, con lo stato poco interessato alla programmazione e agli sviluppi del mezzo; la trasformazione dell’URI in EIAR e i primi interessi industriali, fino alla definitiva affermazione durante gli anni Trenta, quando la nascita di una società di massa e i nuovi modelli culturali mutuati dallo stile americano iniziano ad imporsi anche nel nostro paese. Il fascismo, in questo nuovo contesto, inizia a sfruttare la radio come mezzo di propaganda, puntando molto sull’ascolto collettivo e controllando la programmazione attraverso il Ministero per la stampa e la propaganda.
La televisione, invece, dopo le prime programmazioni sperimentali nel 1939, dal trasmettitore di Monte Mario, dovrà interrompere l’attività per l’inizio della guerra. Dopo l’entrata in guerra e l’adesione alla politica nazista, infatti, sarà soprattutto la radio ad essere usata dal regime per la propaganda interna. In quel periodo, però, si sviluppa l’ascolto clandestino di trasmissioni estere, su eventi e notizie che il regime tiene nascosti al pubblico: è il periodo di Radio Mosca, Radio Milano, Giustizia e Libertà e, soprattutto, Radio Londra. La fine della guerra, comunque, porterà cambiamenti enormi. Il secondo capitolo, infatti, chiarisce le fasi principali della maturità del mezzo radiofonico prima e televisivo poi, a partire dal 1944, anno in cui l’Eiar diventa RAI. Ecco quindi spiegate le scelte adottate per la ricostruzione e la riorganizzazione della radio, la nascita dei primi programmi culturali e lo scarso interesse da parte dei partiti politici. Poi, nel 1954, iniziano le prime trasmissioni televisive che uniscono intento educativo, pedagogico e intrattenimento, sul modello della BBC inglese. Il controllo dell’esecutivo è forte sin da subito, con una forte presenza democristiana alla guida della Rai. Dal 1960 vi saranno le prime trasmissioni politiche (“Tribuna elettorale” e “Tribuna politica”), che amplieranno la sfera pubblica allargando il dibattito a molte fasce della società prima estranea certi temi, i primi grandi spettacoli e le inchieste, con “Rotocalco” e “TV7”. Verso la fine del decennio è forte la richiesta, da parte del pubblico, di un numero sempre maggiore di immagini, e non basta il secondo canale della Rai (1961) a soddisfarle. Sono le premesse della riforma, che modificherà l’assetto della Rai dando un peso sempre maggiore alla politica e al Parlamento all’interno del CDA – che porterà alla successiva lottizzazione delle reti - mentre alcune sentenze della Corte Costituzionale danno il via libera alle tv locali via cavo.
Siamo nella fase della modernità dei due mezzi: in questo periodo è prepotente l’ascesa di Silvio Berlusconi, mentre la Rai attraversa un periodo di evidente crisi finanziaria e di idee. Nel 1979 nasce Raitre, e si consolida nel nostro paese “un sistema misto, pubblico-privato”. Nascono nuovi programmi, come il talk-show, e la politica è sempre più presente all’interno del mezzo. Ma ciò che più interessa è quella che l’autrice definisce una “crescita senza regole”, nella quale la mancanza di una disciplina sulle emittenti private porterà al consolidarsi di un duopolio, semplicemente “fotografato” dalla legge Mammì, in cui tre reti appartengono alla Rai, e le tre emittenti private ad una sola persona, Silvio Berlusconi, caso unico al mondo. Conclude il libro un “Epilogo”, nel quale l’autrice sviluppa alcuni discorsi interessanti sulla sfera pubblica e la trasformazione della visibilità attraverso la radio e la tv, riprendendo Habermas e Foucault, e conclude con un’analisi generale dello scenario dell’informazione italiana, inquadrandolo nella recente e controversa legge Gasparri.
Non mancano confronti con gli altri Paesi, soprattutto Inghilterra, Francia e Stati Uniti, che ci fanno comprendere a pieno l’anomalia del nostro sistema radiotelevisivo, nato e sviluppatosi a stretto contatto con la politica, nel quale per più di vent’anni vi è stato un regime di monopolio pubblico, e alla liberalizzazione dell’attività privata un solo imprenditore ha sviluppato un regime di concorrenza che, soprattutto a causa della mancanza di regole nel settore, si è ormai cristallizzato in un duopolio di difficile demolizione, con forti barriere all’entrata, e che non garantisce lo sviluppo di un adeguato pluralismo informativo.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Francesca Anania, Breve storia della radio e della televisione italiana, Carocci, Roma 2004.
Francesca Anania insegna Storia della Comunicazioni di massa ed è autrice di programmi storici in televisione.
Antonio Benforte, 10 novembre 2005.
Commenti
Neo ANT!
"Compattare in poco più di 140 pagine tutta la storia della radio e della televisione nel nostro Paese: sembrerebbe una impresa quasi impossibile ma Francesca Anania, docente di Storia delle Comunicazioni di Massa e autrice di programmi storici in televisione c?è riuscita, senza tralasciare nulla della storia dei due importantissimi media nel contesto sociale italiano, e rendendo la lettura del piccolo volume ancora più interessante grazie al racconto di originali aneddoti storico-politici.
Un libro utile per comprendere i percorsi evolutivi della radio e della tv nel nostro paese. Soprattutto ora che la tv, ormai cinquantenne ? le prime trasmissioni della RAI risalgono al 1954 ? è sempre più consolidata come regina della casa nelle diete mediatiche degli italiani."
"Non mancano confronti con gli altri Paesi, soprattutto Inghilterra, Francia e Stati Uniti, che ci fanno comprendere a pieno l?anomalia del nostro sistema radiotelevisivo, nato e sviluppatosi a stretto contatto con la politica, nel quale per più di vent?anni vi è stato un regime di monopolio pubblico, e alla liberalizzazione dell?attività privata un solo imprenditore ha sviluppato un regime di concorrenza che, soprattutto a causa della mancanza di regole nel settore, si è ormai cristallizzato in un duopolio di difficile demolizione, con forti barriere all?entrata, e che non garantisce lo sviluppo di un adeguato pluralismo informativo."
> Cosa ne pensi degli equilibri in atto, adesso, includendo Murdoch-Sky come alternativa al duopolio?
Ti sembra possa essere considerato alternativa credibile?