Romanzo di pagine slegate, ognuna indipendente, sola a contaminare poesia e prosa in righe sincopate che vanno troppo spesso a capo e a tratti diventano strofe come di un canto popolare in sincrono con le onde del mare. Quel Mediterraneo che è confine, orizzonte e metafora della vita in un libro scritto per sete di metter “tutti fra ombre e ombre. Non escluso il narratore: fra l’arcano e lo scherno”. Amos Oz disegna triangoli intersecanti: personaggi a mischiarsi con l’autore stesso e a rubarsi tempo e pensieri. Rico fra padre e madre, fra Dita e Miriam. Dita fra le pagine della sua sceneggiatura e le lenzuola delle notti zingare in letti occasionali. Albert fra presente e passato, “fra Bettin Carmel e la sposa bambina che passa da una stanza all’altra con un abbozzo di camicia sulla pelle. E Bettin stessa fra Avrom e Albert, alternativa in un giorno di pioggia.” Ma su tutti lo scrittore che entra ed esce dai suoi fogli per poi, “chiudere la penna e scostare il quaderno” domandandosi “da donde gli si sia schiodata una storia così”. Anomala, svincolata dai canoni classici della narrazione eppure suggestiva, intensa e pacatamente aggressiva. Polvere gialla soffiata via dalle dune a rendere incerto il passo del lettore, granelli spinti negli occhi da scrittura-scirocco che scioglie i nodi di parole in carovana, svelando il fascino di orme sovrapposte ad altre orme: passi confusi di percorsi individuali dispersi nella sabbia, al bivio con strade maestre.
E leggere diventa viaggio a farsi pellegrini tra sentieri di carta in cui l’inchiostro di Amos Oz svela l’impensata fratellanza tra mare e deserto, uniti nella loro parvenza di immutabilità capace di annullare il tempo e di fissarsi nello sguardo di chi ignora l’obbedienza alle stagioni e il mutare ciclico di questi due giganti, entrambi entità geografiche, ma principalmente paesaggi dei sensi, realtà interiori. Basta una nuvola di passaggio in cielo, per stravolgere completamente colori e contorni, sconfessando eternità e abbracciando la drasticità di trasformazioni dove ogni passaggio è brusco, immediato e non ammette sfumature. Basta un gesto, una voce, un profumo per mettere in subbuglio il cuore, instillando lacrime e corrodendo parole.
“Lo stesso mare” è intreccio di frasi scarne, messe giù per scardinare l’isolamento: nelle rare cartoline dal Tibet, nelle brevi telefonate da Bat Yam o nelle asciutte conversazioni a contorno delle cene. Sillabe parsimoniose in cui resta sigillato il segreto di una solitudine che si amplifica nel ricordo e alla quale la fuga e l’abitudine sembrano reagire ambedue poco efficacemente. Rico tra le montagne, Albert davanti allo schermo di un monitor che brilla dei suoi bilanci ordinati per colonne da far quadrare, Bettin nella sua poltrona, Dita chiusa nell’ironia amara dei propri silenzi eloquenti, Dobi schiacciato dalle sue sconfitte: ognuno margine di una distanza fra anime che celebra l’assenza acuendo lo smarrimento. Tutti i personaggi, si legge nella quarta di copertina, sono infatti separati dal loro oggetto d’amore da una barriera più o meno tenace e reale, ma comunque invalicabile, sia essa il muro di una stanza, una lontananza remota, la morte o il fatto che l’amata sia l’immaginaria protagonista di un copione. Ed Oz è bravo a dar voce alle solitudini delle proprie anime di carta e a mescolarsi tra loro vestendo ad alternanza i panni del burattino e del burattinaio:
contemporaneamente artefice e spettatore del proprio romanzo, chino sulla vecchia scrivania come su “un pozzo dove si butta un sasso e s’aspetta s’aspetta ma nessun suono mai torna”, carpito da pagine porose capaci di riprodurne l’eco nell’orecchio ingordo di chi legge. Fruitore, ma anche ospite privilegiato che si unisce ad Albert nella chiacchierata col narratore, fermandosi assieme a loro a prendere una tazza di tè. E, a commento di un articolo caustico sulla follia dei nostri giorni, elargendo ad Amos Oz il consiglio scaturito dalla sua stessa penna: “la rabbia, si sa, produce metastasi (…) ricorda che la voce dell’uomo è fatta invero per esprimere urla e ghigno, ma possiede anche un’innegabile dotazione di eloquio pacato e preciso, fatto di parole misurate. Forse dato il trambusto, ci si immagina che questa forma di voce non abbia alcuna possibilità di ascolto; d’altro canto vale la pena provarla, magari in una stanzetta di fronte a tre, quattro uditori”.
Tra quei pochi anch’io a dirgli: “stattene tranquillo ad Arad e scrivi in pace, per quanto è possibile. In tempi come questi la quiete è la merce più rara e preziosa. Ma per carità, non fraintendermi: parlo di quiete non di silenzio. Niente affatto”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE.
Commenti
"granelli spinti negli occhi da scrittura-scirocco che scioglie i nodi di parole in carovana, svelando il fascino di orme sovrapposte ad altre orme" non è la prima volta che la tua scrittura visionaria mi fa sobbalzare dalla sedia con esclamazioni poco urbane di meravigliato stupore.
e comunque è un autore su cui devo tornare. "La scatola nera", unico romanzo letto, non mi era affatto dispiaciuto per questa sua dimensione profondamente ebraica a me ignota
Conosco l'Amos Oz editorialista meglio del romanziere di cui ho letto anch'io solo La scatola nera, traendone tuttavia meno suggestioni di quelle indicate da baol70, o meglio, trovando una concatenazione non casuale di metafore narrative a spiegazione di posizioni politiche ben definite. Scrivevo su una vecchia recensione (e chiedo scusa per l'autocitazione) "Oz costruisce un nido di giustizia e pace che si baciano, come recita il Salmo (la citazione stavolta però è mia), di redenzione ed espiazione sorprendentemente cattoliche per un ebreo, ma lo stile si appesantisce e l?ultima parte delle vicende, oltre che francamente poco credibile, si impantana in sabbie mobili che poco hanno a che fare col deserto multicolore degli animi all?inizio del racconto".
Leggendo la tua recensione, Angela, vedo che torna il tema del deserto e di un certo modo di narrare che ben sottolinei quando dici
"...una storia così?. Anomala, svincolata dai canoni classici della narrazione eppure suggestiva, intensa e pacatamente aggressiva. Polvere gialla soffiata via dalle dune a rendere incerto il passo del lettore, granelli spinti negli occhi da scrittura-scirocco che scioglie i nodi di parole in carovana, svelando il fascino di orme sovrapposte ad altre orme: passi confusi di percorsi individuali dispersi nella sabbia, al bivio con strade maestre".
Sicuramente capace di catturare l'attenzione anche del lettore non addentro alle questioni che si agitano in un cuore (e in un Paese) dal destino e il futuro tutti da definire, Amos OZ va certamente letto e ti ringrazio per averci riproposto le tue ottime pagine su di lui.
Poi, naturalmente, è (anche) questione di gusti.
"E leggere diventa viaggio a farsi pellegrini tra sentieri di carta in cui l?inchiostro di Amos Oz svela l?impensata fratellanza tra mare e deserto, uniti nella loro parvenza di immutabilità capace di annullare il tempo e di fissarsi nello sguardo di chi ignora l?obbedienza alle stagioni e il mutare ciclico di questi due giganti, entrambi entità geografiche, ma principalmente paesaggi dei sensi, realtà interiori. Basta una nuvola di passaggio in cielo, per stravolgere completamente colori e contorni, sconfessando eternità" > questo periodo ha un respiro enorme, vado a frantumarlo là dove s'ascolta il suono di quel che scardina il tempo e sa sospenderlo nel presente.
3. e 4. io chiosavo nel senso di. Civiltà a me ignote, assolutamente. Modi di pensare. Che poi anche di agire. Se devo giudicare da pagano, è meglio che. Legga. E rifletta.
La cultura e la letteratura ebraica sono mondi affascinanti a cui di tanto in tanto mi accosto, restando comunque in punta di piedi.
Oz ha uno stile di scrittura molto particolare, quando lo si ama si sogna ad occhi aperti tra le sue righe e questo, poi, è uno dei suoi romanzi più poetici.