IL CADAVERE DELL’ARTE LETTERARIA.
La trama è a dir poco lineare: sfiora l’elementarità. Vita di un bambino di nove anni, in un paesino d’un profondo sud italiota indefinito, scampoli dell’estate del 1978. Miserabili condizioni sociali e culturali dell’ambiente: si respira volgarità, violenza, ignoranza. Questo bambino di nove anni racconta il sequestro di un suo coetaneo, scoperto accidentalmente, raccontandone sviluppi ed evoluzioni con tono a volte eccezionalmente consapevole, manifestando altrove un’educazione da gentiluomo ottocentesco d’aristocrazia decaduta. Dove sia stato educato il pargolo, considerando l’ambiente famigliare e amicale che lo ospita, lo ignoriamo: evidentemente Ammaniti pone fiducia nello spirito da autodidatta del fanciullino. Registriamo una lunga serie di contraddizioni nello studio dei personaggi: di un’ingenuità spesso perfino imbarazzante, come vedremo. Ma direi di impostare la lettura a partire da qualche rilievo stilistico interessante sino ad essere divertente. Ecco come scrive un artista che larga parte della critica ritiene non solo promettente, ma prossimo all’affermazione. Riflettiamo insieme, tenendo a mente che il romanzo è stato tradotto all’estero. Descrizione d’un amico del personaggio: “Eravamo in classe insieme. Era il mio migliore amico. Salvatore era più alto di me. Era un ragazzino solitario”. Sic et simpliciter. Fine della descrizione.
Primo rilievo: perché mai descrivere con quelle frasi singhiozzanti e brevi un concetto così elementare? Un bambino di nove anni non spezza i pensieri come Hemingway. Per giunta, che un piccolo di nove anni definisca un coetaneo “ragazzino” sembra una stravagante spacconata. Transeat. Ragazzino solitario e alto. Impeccabile ed evocativo. Avanziamo. Il libro è un trionfo di gioiosi simbolismi animaleschi. Il cattivo gusto non tarda ad arrivare. Ecco qui l’esempio dell’arte novissima dell’ex cannibale: “Barbara Mura saliva a quattro zampe come una scrofa inferocita”. Ora: al di là della dubbissima qualità estetica dell’affermazione, adesso vorrei che a turno mi mimaste una scrofa inferocita. Uno per volta. Attendo testimonianze plausibili, possibilmente in formato .jpg.
Andiamo oltre, tra una sorellina che si “gonfia come un tacchino” (esercitatevi, intanto, poi si giocherà, tutti assieme, ai piccoli mimi) e scopriamo ancora qualcosa dello stile squisito di questo scrittore. Notevoli i miasmi e i liquidi, nel testo: conto sette attestazioni del verbo sputare o del sostantivo nelle prime cinquanta pagine. Eccone una selezione. Gloriamoci della docta varietas: “Aveva un po’ di tette, uno sputo”, pp. 14 (lirico); “Ci ho sputato sopra e gliel’ho spalmata sulla caviglia”, pp. 18 (romantico); “ha sputato una nuvola di fumo”, pp. 37 (seducente); “Mi sono sputato nelle mani, ho allargato le braccia(…) Adesso paro. Paro tutto”, pp. 64 (Konseliano); e per i giocolieri, non poteva mancare, a pp. 69, “Ce ne stavamo sotto la pergola a giocare a sputo nell’oceano”. Finalmente la competizione più attesa.
È un trionfo di viscere: vediamone un saggio. “In testa era tutto buchi e croste e sbavava”, pp. 71; “Ha pisciato in casa”, pp. 11; “C’era puzza di piscio. E milioni di mosche cavalline”, pp. 13; “Pipì in casa?”, pp. 15; “la puzza di fogna che usciva dal gabinetto” (topos dell’opera), pp. 44; “mi sono alzato perché mi scappava la pipì”, pp. 86 “era buio e pieno di mosche e saliva una puzza nauseante”, pp. 50; qualsiasi cosa “puzza”, anche il fango, pp. 56, o la carne, pp. 68, ma ecco il mio passo preferito: “La pelle del morto era sudicia, incrostata di fango e merda”, pp. 51. Al di là del fatto che, come vedrete, il bambino divinamente avvolto nel fimo non è morto, sappiate che da qui in avanti la coprolalia è garantita. Voltiamo pagina, pp. 52: “Ho fatto un salto indietro e sono inciampato nel secchio e la merda si è versata ovunque(…) Mi sono dimenato nella merda (…)La maglietta era tutta sporca di merda”. Accidenti, che guaio col bucato.
Notevole, sei pagine più avanti, una battuta di un dialogo che fonde singolarmente “merda e pipì” in poche battute. Deplorevole, disgustoso, squallido: illeggibile. Nauseabondo. Ma non basta: incontriamo, a scanso di equivoci, una 127 color “merda sciolta” a pagina 76. Quattro pagine più avanti, è delirio olfattivo: “Mi sentivo debole. La puzza di merda mi tappava la bocca, il naso, il cervello”.
So che qualcuno ha definito Ammaniti uno scrittore di talento. Forse avete dimenticato questo passo memorabile: “Lo guardava con la faccia con cui si guarda uno stronzo di cane”.
In lui echeggiano le nostre tradizioni e rifulge l’antica gloria: di cognome fa Ammaniti.
Prima consapevolezza dell’autore: forse, penserà, ho un po’ ecceduto. E allora, a pagina 101: “Tutto intorno e dentro il padiglione pullulava di zecche. Faceva venire il voltastomaco”. Ancora a proposito delle tette: “Sembravano scamorze”.
Sublime, quando è allusivo. Sempre.
Ecco qui come il nostro sofisticato artista evoca: “Giusto! Le tiriamo il collo e poi le infiliamo una mazza in culo e la piantiamo per terra”. La stessa mazza, per la cronaca, è chiamata in causa, in altro contesto, sempre nelle prime 30 pagine. Freudiani, alla larga. Questo libro puzza, fin dalla quarta di copertina.
Ecco come definire un acerrimo rivale che architetta agguati, con calcolata sapienza stilistica: “La sua mente bastarda si è messa al lavoro”. Frenologi, allerta.
Registriamo, qua e là, imprecazioni e bestemmie. Realista e materialista: ecco un compagno che non tradisce la linea tracciata dai suoi padri. Cazzo.
Ammaniti, da onesto cannibale, lascia che i suoi personaggi non risparmino stilettate a chi è meno fortunato. È sobrio e magniloquente. Ascoltiamolo: “Forse ero diventato un paralitico che anche se gli spegni una sigaretta su un braccio e gli infili una forchetta in una coscia non sente niente”. Forse a questo indimenticabile passo allude il signore che scrive, con macabra pertinenza, che questo romanzo è “una tenera pugnalata nel petto”. Pugnaliamoci, sì: ma con tenerezza. Come fossimo paralitici.
Se questa è letteratura, capisco perfettamente perché in Italia leggere i fumetti dei supereroi della Marvel sia considerato un oneroso impegno intellettuale. Questa è spazzatura, e della peggiore sorta: manca addirittura di apprezzabile valore artigianale. Mediocre, triviale, indecorosa, volgare, popolana, disonesta, superficiale, retrograda e ammuffita nell’imitazione, e per giunta mal riuscita, di certa grossolana e seriale produzione americana.
Se un autore del genere viene apprezzato, significa che l’arte letteraria è un cadavere. In stato di avanzata decomposizione. E io ho tanta paura.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Niccolò Ammaniti (Roma, 1966), scrittore italiano.
Niccolò Ammaniti, “Io non ho paura”, Einaudi, Torino, 2001.
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’autore / Italica Rai
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio del 2002.
Questa recensione, revisionata nel dicembre del 2004, è originariamente apparsa su ciao.com e lankelot.com.
Commenti
Io ADORO questa recensione, per la miseria.
siiiii! concordo, vedo che il mio post su Moccia ha scatenato un revival delle antiche stroncature :-)
questa, effettivamente, è una di quelle a cui sono più legato:)
Mi associo, leggere questo pezzo è veramente uno spasso :)
é tutto molto condivisibile, tra l'altro ho avuto anche io la sventura di leggere 'sto orrore (sempre colpa delle donne!) e non mi sono mai capacitato di come Ammaniti possa esser stato definito autore di talento (evidentemente, è valso lo stesso principio per cui il libro di Moccia e il film conseguente sono stati ritenuti di interesse culturale...) Devo ammettere, però, che il film di Salvatores sul libro di Ammaniti è di altro livello rispetto a quello di Lucini. Sarà perchè ha giocato tutto su una splendida fotografia e su dialoghi completamente cambiati (esenti da turpiloquio gratuito e da ripetizioni).
Ammaniti non esiste. E' frutto della vostra immaginazione.
...m'inginocchio davanti a questa recensione...condivido in toto...l'autore più sopravvalutato della pseudo scena italiana...
ci sto anche io. la rileggo sempre con piacere. la merda fa sempre ridere
Ragazzi, è un piacere accorgermi che il disprezzo è così condiviso. Significa che la minoranza non s'è lasciata inquinare.
Grande! Questa è stata in assoluto la prima recensione che ho letto in Lankelot, e credo di aver rischiato di crepare dal ridere. Avevo finito il libro nemmeno tre giorni prima.
Resta da concedere un'attenuante. Due mesi dopo ho letto un libro firmato Melissa P. e ho quasi rimpianto lo stile di Ammaniti.
recensione da antologia delle stroncature... mi hanno regalato "Ti prendo e ti porto via" e pur con tutta la buona volontà non sono riuscita a superare pagina 40, augurandomi che presto Qualcuno prenda e porti via (anche solo dal palcoscenico pseudoletterario) 'sto fungo... Concordo con Léon su una versione cinematografica che sembra piovuta - in quanto a sceneggiatura - da un altro pianeta
Mio fratello è un campioncino nel gioco dei mimi.
Può partecipare anche lui?
Il fungo si sta alienando coi videogames. Speriamo gli piacciano sempre di più. Vi omaggio tutti.
Ritorno da queste parti per confermare che questa è l'apice delle stroncature. Un classico, ormai.
"Nevroromanticismo: è un "movimento filosofico-letterario per esprimere l?inquietudine dell?esistenza"[1] oggi estinto, che nel 1997 riunisce momentaneamente gli scrittori Aldo Nove, Isabella Santacroce, Niccolò Ammaniti, Tiziano Scarpa, e altri, attorno alla figura del cantante Garbo con il fine di scrivere un libro di racconti per accompagnare una sua uscita discografica"
http://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Labranca
Scarpa era l'unico buono dei quattro. Ha scritto "Venezia è un pesce", gran libro.
C'era in mezzo anche Labranca, ma non so se l'abbiano accostato altri o se si sia sporcato le mani da sé...
Non c'entra niente con quella gente, ha troppa personalità e troppo stile. Magari gli tornava comodo, oppure si divertiva. Nove era autore Castelvecchi, e così la Santacroce. Si vede che hanno fatto amicizia allora. Ma cosa hanno in comune? Niente.
Appena posso mi prendo tutto Labranca. Ormai compro Filmtv soltanto per le sue sfuriate taglienti :)
è un mezzo genio. Forse un genio assoluto e basta. E non ha ancora dato tutto, né ha ancora cominciato a ripetersi...
[notizia choc: Bertolucci +
[notizia choc: Bertolucci + Ammaniti] Bernardo Bertolucci pensa al 3d per il suo prossimo film, Io e te, ispirato all'omonimo romanzo di Niccolo' Ammaniti. A Sky Cinema News, in onda stasera alle 21, il regista racconta: ''Con Niccolo' Ammaniti, stiamo lavorando alla sceneggiatura insieme a Umberto Contarello che e' una voce nuova tra noi due. Appena ho letto il libro ho subito deciso di farne un film''. E aggiunge: ''C'e' una cosa che mi affascina molto e che sto sperimentando per il nuovo film: ho pensato di girarlo in 3D''.
http://ansa.it/web/notizie/rubriche/cinema/2011/02/17/visualizza_new.htm...