Sette racconti dell’autore Giuseppe Aloe realizzati per le edizioni Perrone. Racconti tratteggiati in perfetto stile manieristico, in una linguaggio minuzioso, lenticolare.
Racconti tutti volti al maschile, i cui protagonisti sono uomini che stanno superando o hanno già superato da un pezzo l’età matura. Quasi tutti I personaggi delle diverse narrazioni non hanno nome, l’autore ha preferito ometterlo. Essi sono dunque genericamente denominati con l’appellativo di signore, anziano signore, oppure li si indica ricorrendo alla professione che esercitano, ad esempio uno scrittore, personaggio del quarto racconto dal titolo Elephant & Castle, oppure un geometra, protagonista del quinto racconto, Planimetria.
Che accade dopo aver superato l’età matura? Cosa s’incontra oltre la giovinezza?
Questo è, a mio avviso, il punto cardine delle narrazioni, sul quale s’innestano le acute, a tratti spietate, considerazioni dell’autore. L’impressione che si ricava dalla lettura è che si entri in quest’età della vita impreparati e smarriti. Smarrimento dell’anima che va di pari passo con una progressiva perdita di significato degli atti che si compiono in un’improvvisa quanto brutale dissoluzione di senso delle relazioni con se stessi e con gli altri.
Età matura che non coincide affatto con l’acquisizione di virtù quali equilibrio, saggezza, stabilità, identificazione di sé, ma al contrario, con il progressivo venir meno di ogni certezza, quasi che il corpo nel quale fino a poco prima si è abitato abbia subito un mutamento, si sia allontanato d’ un passo.
Ogni tentativo di recuperare adesione alla propria identità, di “rientrare a casa”, ha come esito il fallimento.
Il distacco è avvenuto ed è un distacco irrimediabile. I protagonisti medesimi mostrano questa separazione/estraniazione del corpo: la postura, il movimento degli arti, l’incedere nello spazio, il rapporto con gli oggetti, fanno pensare più a caricature di corpi che a corpi precisamente identificabili. Corpi che perdono materialità, non più affidabili, che mostrano improvvisi quanto degradanti cedimenti. Corpi che si smarriscono di fronte ad altri corpi che si sono spenti, le cui spoglie appartengono a persone assai prossime al proprio personale vissuto, come, ad esempio, la propria moglie.
Ne sono testimonianza La jena, il primo racconto della raccolta, e ancor più Let it snow, il sesto. Inquietante è pure Planimetria, il quinto racconto, ove il protagonista, un geometra assai versato nella sua professione, si affaccia sull’enigma di uno spazio d’interni che per la prima volta ostinatamente si rifiuta di corrispondere ai propri calcoli e misure. E poiché il corpo è misura e percezione dell’ambiente pure quest’ultimo è destinato a dissolversi, a non essere percepito in altro modo se non attraverso una forma progressiva di autismo che racchiude in sé tutti i connotati dell’orrore.
Con feroce determinismo l’autore opera una restrizione di tempo e di spazio degli ambiti nei quali i personaggi agiscono. Qualunque sia la loro età , vuoi che abbiano appena superato la soglia della maturità o che vi si siano ormai inoltrati da un pezzo, quello che viene loro mostrato è il limite. Contro questo limite, impossibile da eludere, ognuno dei personaggi va a schiantarsi.
In che consiste il limite? Consiste precisamente nell’incontro con la morte.
Quest’incontro coglie i protagonisti di sorpresa, li ammutolisce. Un tempo c’era stata una percezione d’eternità, ora dissolta. La reazione è, a secondo dei casi, di pura rimozione, di violenta recriminazione o di demente stupore.
Maturità, vecchiaia, morte. Ognuno ne ha consapevolezza in astratto. Ma si tratta appunto di concetti astratti, assai fallibili. E tali infatti si dimostrano nei racconti di Aloe. La maturità non è l’acquisizione di un insieme di benefiche certezze ma di un’unica certezza, quella del limite, con il quale occorre fare i conti.
I protagonisti delle diverse narrazioni si accorgono che è in atto un resoconto delle azioni fatte e dei passi compiuti. Azioni e relazioni non sembrano più disporre di un orizzonte. Qualsiasi movimento verso una prospettiva che si voglia loro imprimere ha come risultato lo stallo se non addirittura un effetto boomerang.
Ci si accorge come nel racconto Elephant & Castle che il percorso realizzato non è modificabile. Gli atti compiuti ritornano al protagonista senza che egli possa in alcun modo mutarne il percorso. La donna un tempo amata e poi abbandonata di nome K. nel racconto citato è esiliata a Londra in una residenza per persone con disturbi mentali. Il fatto che il protagonista, uno scrittore, venga a conoscenza di questa sua ultima luttuosa destinazione, non muta in alcun modo il gioco degli elementi dati. Lo scrittore vorrebbe ottenere un incontro con la donna ma al suo desiderio si oppone il direttore del manicomio che gli dice:
“Mi dispiace, ci ho pensato bene, analizzando tutte le ipotesi, e alla fine ho concluso che sarebbero più i danni che i benefici. E’ passato troppo tempo. Per K. la sua sola vista sarebbe come sprofondare in un passato del quale ritiene solo alcuni frammenti, già angosciosi di per sé…”(p.66, Elephant & Castle).
Maturità come presentazione del conto degli atti compiuti. Questo conto non è gradito. Ognuno dei protagonisti vorrebbe gettarselo alle spalle. Ciononostante dovrà incassarlo e per giunta tenerselo stretto poiché paradossalmente esso rappresenta tutto il proprio avere. Null’altro verrà dato in aggiunta poiché è possibile ricevere indietro solo quanto si è fatto.
Ecco dunque i personaggi dei sette racconti, ad esclusione di uno: Un racconto-atequenfim, il terzo, che si aggirano dentro un labirinto del quale iniziano a percepire i limiti. Un labirinto che di per sé - sembra suggerire l’autore - non è una beffa del destino ma più semplicemente un elemento dato. In quel labirinto ognuno è destinato a muoversi fin dalla più tenera infanzia. Rappresenta il percorso di un’esistenza. Dunque il problema non è il labirinto bensì il proprio risveglio nel labirinto.
Questo risveglio non solo non è gradito ma lo si rifugge con orrore poiché riconoscere i limiti del proprio percorso è incontrare la propria morte.
Alcuni dei protagonisti sembrano essere consapevoli del confine che hanno esattamente sotto i loro piedi e sotto i loro occhi ma lo eludono, procrastinano, non vogliono superare la soglia, dunque imputridiscono nello stallo. Paradossalmente è proprio così che cominciano davvero a morire. Non solo sono impreparati a incontrare la morte ma del tutto incapaci a stabilire un dialogo con lei, quasi che una sintassi per questo genere di dialogo sia omessa o smarrita. Di sicuro la morte coglie impreparato l’anziano signore del primo racconto: La iena. L’uomo sembra intravedere nel parco che si affaccia davanti alle finestre di casa una figura di animale che ha l’aspetto di una iena. Turbato da quell’apparizione cerca di saperne di più sull’animale che appare e scompare alla sua vista. L’anziano si documenta sul predatore che a rigor di logica non dovrebbe risiedere esattamente a quelle latitudini.
Allo stesso tempo l’uomo deve occuparsi delle spoglie della moglie morta in ospedale.
In questo racconto una larvata forma di ritualità funebre è data: l’anziano decide di affidare le spoglie della donna alla scienza perché proceda ad un esame autoptico. La dissezione del cadavere avviene in un’aula universitaria alla presenza di molti studenti e del chirurgo che interverrà sul cadavere. L’anziano signore assiste alla dissezione non senza un vago senso di colpa che è pur sempre un sentimento, o per meglio dire, un movimento dell’anima.
Saprà la scienza – unica religione credibile – dare un significato alla morte? Pare che non possa. L’esito dell’esame autoptico è per l’appunto null’altro che l’esito di un esame autoptico, dunque non una risposta e meno che mai una certezza.
Malgrado gli sforzi, fallisce pure il tentativo del vecchio di cacciare la iena, impresa nella quale egli si getta al limite delle sue forze. La iena è intravista e tallonata ma così com’ era apparsa, incubo o ossessione che fosse, essa scompare. Nel sesto racconto, Let it snow, non si realizza neppure questa larvata forma di ritualità. La donna che un momento prima viveva, ballava, cantava Let it snow per il marito sofferente di una cupa forma di catatonia muore all’improvviso nel letto coniugale.
L’uomo non sa che farsene di questa cosa irrigidita, chiusa a guscio nel letto, in posizione fetale. Neppure lontanamente gli passa per la testa l’idea di apprestare un rituale funebre che ne onori le spoglie. Quello che il protagonista sa con certezza è di non volere tombe o cimiteri, visite di commiato, cortei…(pag.109). Decide dunque di disfarsi dell’oggetto ingombrante scavando nella boscaglia una buca dove gettare il cadavere e coprirlo di terra. L’ultimo racconto, quello che dà il titolo all’intera raccolta, Non pensare all’uomo nero…dormi è, a mio avviso, l’inevitabile anello di chiusura del percorso tracciato da Aloe durante le narrazioni.
Il racconto insieme al secondo, Un racconto-atequenfim, è narrato in prima persona, forse non casualmente.
In Non pensare all’uomo nero…dormi, il protagonista non sembra voler rifuggire la morte semmai il suo intento è quello di andare a sbatterle in faccia. Un aspirante suicida, dunque, al quale però manca il coraggio di compiere l’atto. Decide pertanto di affidarsi a un personaggio di nome Dekastechen indagandone scrupolosamente la competenza. Anche il questo caso il protagonista è assai rigoroso nel documentarsi. Dalle ricerche effettuate Il Dekastechen sembra avere tutte le carte in regola per le necessità del caso: è stato accusato due volte di omicidio e per due volte è stato assolto malgrado molte prove giocassero contro di lui. Insomma, Dekastechen è un funzionario della morte, un killer. L’aspirante suicida decide dunque di affittare una stanza presso l’assassino il quale, tra le altre cose, ha un aspetto ai limiti dell’ordinario. Dekastachen sembra farsi beffe dell’aspirante suicida ma in modo educato, sottile, con distacco.
Dice il Dekastachen in un garbato colloquio con l’aspirante suicida: “La morte è morte, in qualunque modo arrivi…”.
E il funzionario Dekastachen a un certo punto compie il proprio lavoro di assassino. Sbrana l’aspirante suicida ma lo sbrana solo a metà. Rimane dunque in vita mezzo uomo, quello risparmiato dai morsi del killer. Rimane in vita, mutilato di una parte del corpo ma comunque in grado di provare le angosce, la disperazione che lo tormentavano prima, quando era ancora tutto intero. Anche in questo paradossale caso il dialogo con la morte è stato omesso. L’esito è fallimentare. Rimane un’unica possibilità per non pensare alla morte, all’uomo nero: dormire.
E il mezzo uomo dorme.
Affascinante è sicuramente il terzo racconto. E’ scritto in prima persona e i protagonisti hanno un nome. Fatto curioso nella costante omissione dei nomi nelle altre narrazioni. Curioso e strambo se non fosse che Un racconto-atequenfim significa, come spiega l’autore, UN RACCONTO - FINALMENTE.
Un certo Norbert Jonnas si prende cura, in qualità di erede, degli scritti del padre defunto, figura quest’ultima, assai stimata e apprezzata per il suo lavoro di scrittore e di studioso. Per la verità gli scritti del padre Joseph hanno una specificità: sono bozze, schizzi, osservazioni su animali e piante, opere tutte incompiute.
L’unica opera compiuta è uno strambo raccontino dal titolo Un racconto-atequenfim. Che diavolo significa? Sembra che il pacato, serioso signor Joseph Jonnas se la rida allegramente dei dubbi, delle incertezze che affollano la mente del figlio. Quest’ultimo però è persona attenta dunque riesce a scoprire e a decifrare il significato della parolina atequenfim: FINALMENTE. A questo punto la cartelletta che conteneva l’esile manoscritto e pure tutto il lavoro del signor Joseph Jonnas acquistano agli occhi del figlio un significato diverso.
Un racconto- finalmente è la storia di un ragazzino, forse lo stesso Joseph Jonnas che dalle vetrate dell’aula scolastica osserva uno strano personaggio, un tizio magro, dalle sembianze di un furetto, una caricatura di uomo che ha il compito di spalare letame e ammonticchiarlo ai lati di un cortile visibile dalle finestre dell’aula ove siede lo scolaro. Il personaggio ha con sé un valigino dal quale alle dodici e trenta in punto di ogni giorno estrae una brandina, la apre, vi si sdraia sopra e riposa. D’accordo, ma come riposa? L’alunno che l’osserva vede una peculiarità in quel riposo. Si tratta di un riposo assoluto grazie al quale lo stravagante personaggio buttava a mare ogni ripensamento, ogni lutto, ogni incontro, ogni sisma e rimaneva fisso a pescare il sonno in mezzo al mucchio dei morti(pag.53). Il cacopardo o furetto in questo modo schiacciava il mondo dormendo(p.53 ib.).
L’alunno è a tal punto coinvolto in quell’osservazione che per porvi la dovuta attenzione rinuncia a seguire le lezioni scolastiche e di conseguenza viene bocciato. Il furetto tuttavia all’improvviso scompare con il suo valigino e l’alunno riprende con profitto il suo lavoro di studente.
I due s’incontreranno ancora. Il personaggio non spala più letame, vende mazzi di fiori. Il ragazzo gli si avvicina, tocca i fiori e chiede:
“Lei pensa sempre a riposare?”.
E come risposta riceve:
“Non penso ad altro tutto il giorno”.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Giuseppe Aloe nasce quarantatré anni fa a Cosenza. Dopo la laurea in giurisprudenza, fonda a Roma, insieme a Cristiano Spila, Gabriele Rossi e Matteo Mercuri, la Società letteraria de I Barbitonsori. Da questa esperienza nasce il volume “Il libromastro dei Barbitonsori”, edito da Tracce. Pubblica insieme a Cristiano Spila, per i tipi della Book di Bologna, il colume “Geographyca ovvero due storie siciliane. Vive e lavora a Milano
Non pensare all’uomo nero…dormi: prima edizione, settembre 2005. Giulio Perrone editore
Renata Adamo
Commenti
Amici, Renata ha qualche difficoltà con log in e via dicendo. Per ora tecnicamente inserisco io i suoi articoli. Questo spiega la sua assenza in sede di risposta ai commenti.
Buona lettura!
"Racconti tratteggiati in perfetto stile manieristico, in una linguaggio minuzioso, lenticolare."
> intanto: complimenti per il prezioso aggettivo "lenticolare".
Consulto il De Mauro:
len|ti|co|là|re
agg.
1 TS scient., che ha forma e aspetto simile a una lente o a una lenticchia
2 TS anat., relativo al cristallino
E' un articolo intenso, intelligente e ben scritto. Conosco solo per via di recensioni l'opera di Aloe, purtroppo non posso entrare nel merito. L'impressione è che il suo manierismo non mi emozionerebbe troppo, a differenza degli argomenti dei racconti. In questo senso il tuo contributo è notevole.