Guido Almansi è stato immortalato in tv, suo malgrado, come acerrimo nemico di Carmelo Bene. Nel 1988, nel 1994 e infine nel 1995 i due hanno avuto modo di dirsene di tutti i colori.
In questo suo saggio dell’86, Almansi denota una spaccatura proverbiale, ossia quella fra il serio e il faceto. Potremmo non a torto inserire il lavoro dell’attore nel primo caso e questo testo di Almansi nel secondo, correggendo possibilmente il dispregiativo faceto in allegro. Lo stesso Almansi nella prefazione, agguerrita come sempre, dichiara “il colossale processo ipocrita di sublimazione chiamato cultura continua a privilegiare il serio sul suo contrario”. Riassumendo Céline che a sua volta riassume Rabelais, l’autore scrive “io rido perché non voglio morire” (pag. 10), e ricorda come generalmente questo straordinario approccio alla vita chiamato umorismo venga considerato degno soltanto nel caso in cui ci sia la satira o la politica di mezzo.
“La politica è certamente oggi l’argomento più squallido, più stupido, meno inventivo, più screditato che si possa vedere intorno (ed è talmente sudicia che insudicia persino i suoi critici, come gli umoristi) […] quando non è satira politica, a volte il comico ha il permesso di accedere alla satira sociale. Fuori di questo, oggi, abbiamo pochissimo: con un danno gravissimo, a mio avviso, per il livello del discorso culturale e per il benessere degli animi intelligenti che non siano ancora interamente assuefatti ai prodotti del comico televisivo” (10).
Due poli lontani: la satira politica o il becero comico televisivo (paradossalmente al giorno d’oggi non c’è più differenza tra i due casi posti in risalto da Almansi). Allora il critico, alquanto scocciato, prende la penna e scrive. Lasciando la politica fuori dalla porta (era l’ora) prende alcuni nomi della letteratura novecentesca e cerca di porre in risalto un modo tutt’altro che banale di fare comicità. Per chi ha assistito ai battibecchi dello scrittore con Bene riesce piuttosto difficile immaginarlo sulla sua poltrona con un romanzo di Wodehouse mentre scoppia a ridere, fino alle lacrime, stritolando per riflesso le pagine del libro. Eppure così si presenta Guido Almansi nel primo capitolo. Confessa inoltre di aver letto talmente tante volte alcuni romanzi dello scrittore inglese, da saperli perfino a memoria. Wodehouse era considerato uno scrittore facile, probabilmente per la sua straordinaria grafomania (oltre novanta romanzi pubblicati); il critico si diletta invece a proporci alcuni passi e spiegarci come, dopo più letture, ci sia sempre qualcosa da scoprire fra le righe dei suoi libri. “A volte, come spesso avviene nei veri scrittori in particolare nell’area del comico, la soluzione stilistica è semplicissima: non ‘dire una cosa eccezionale come se fosse naturale’ ma ‘dire una cosa naturale come se fosse eccezionale’”. (p. 20). Analizza alcune sequenze tenendo presente sempre il polo negativo: “Fin qui, è chiaro, siamo nella zona infima del comico, come in una scena comica alla televisione italiana, per prendere l’esempio più basso di comicità esistente” (p. 26). L’analisi di Wodehouse, però, rimane un po’ slegata ai temi affrontati (e più coesi) nei capitoli successivi. In particolare a partire dal secondo capitolo, quello sulla letteratura di Achille Campanile, Almansi pone in rilievo un concetto di Foucault che ritornerà per tutto il saggio; risorgono due metodi relativi alla comicità assurda: da un lato l’incongruo (e porta l’esempio di Ionesco) e dall’altro l’eteroclito (l’umorismo dei fratelli Marx). Il primo caso presenta situazioni paradossali che tendono a ribaltare le regole; il secondo, molto più eccessivo, comporta un atteggiamento di totale indifferenza alle regole prestabilite. In Campanile vengono ravvisati elementi di entrambi i casi, con una maggiore inclinazione per il primo; non solo, Almansi conduce un’analisi atta a sostenere l’estraneità di Campanile alla Letteratura propriamente detta.
“Uno scrittore, diceva Roland Barthes, è un uomo per cui la lingua è un problema; ne deriva come conseguenza che un non-scrittore è un uomo per cui la lingua non è un problema: come per Campanile. Gli manca un vero amore e odio per la lingua” (32). Campanile, per Almansi, è più un geniale ideatore che un artigiano della parola. Umorista dell’incongruo, Campanile mostra delle disattenzioni verso la parola scritta, a favore di una più energica famigliarità col narrato. Chi rientra maggiormente nel regno dell’eteroclito marxiano è Luigi Malerba. Prendendo in esame la sua produzione fiabesca – ma anche il resto delle sue pubblicazioni fino a Il pianeta azzurro (1986) – Almansi si sbizzarrisce nell’elencare le immagini più assurde che Malerba sia stato capace di concepire. Su tutte la storia della gallina convinta che per guidare un triciclo servano tre gambe. Questa poetica dell’assurdo è stata, a torto, giustificata da una base satirica che Almansi disconosce a spada tratta:
“La sua assurdità è inventiva più che polemica, svagata più che ideologicamente tesa verso un bersaglio (sosterrei questa tesi anche contro l’opinione stessa dello scrittore)” (pag. 73).
La passione del critico si risolve in un inventario giocoso delle più strabilianti trovate dello scrittore, una pioggia di immagini assurde che fanno venir voglia di leggersi l’opera omnia di Malerba in un pomeriggio. Ma lo scrittore per cui Almansi spende più elogi è un altro. Citiamo una sua frase, prima che il critico ci racconti chi sia: “Erano capricciosi, insopportabilmente infidi e del tutto inaffidabili. Inoltre erano megalomani a un livello indescrivibile”. Il rivale di Carmelo Bene ci parla dell’acerrimo nemico dei fratelli Marx.
“Credo che in Itala il nome di Sidney Joseph Perelman (1904-1979) sia conosciuto da pochissimi; forse da non più di una ventina di persone oltre agli studiosi di cinema americano che lo ricordano come uno degli sceneggiatori, insieme a Will Johnstone, di due celebri film dei fratelli Marx, Monkey Business del 1931 e Horse Feathers del 1932” (pag. 113).
Chi scrive non appartiene a quei venti, ma agli studiosi di cinema americano. Mea culpa.
Sull’umorismo dello sceneggiatore e romanziere, spiega: “L’incrongruità di Perelman non è Nominativi fritti e mappamondi di Burchiello, o il nonsense di Lewis Carroll o di Edward Lear: è un’incongruità semanticamente ricca, dove le idee si scontrano tra loro e producono fuochi d’artificio” (pag. 116)
E qui purtroppo si esce un po’ dal seminato. Perché le lodi che fa di Perelman non convincono del tutto.
“Giustamente la Diot se la prende con quei critici di corta veduta che considerano il comico verbale come un sotto-prodotto dello humor genuino, e non mostrano nessun rispetto per il genere comico a meno che non sia giustificato da un obbiettivo: la satira contro la società. I miei saggi vogliono essere un modesto progetto di difesa di un umorismo non precipuamente satirico” (p. 123). Saremmo d’accordo con queste parole se Perelman non fosse un umorista dalla freddura facile. Ecco, sebbene altre doti vengano affrontate, Almansi si perde in elogi non troppo assecondabili. A pagina 117 ci dà un esempio delle battute che ritiene geniali: “una fregata in men che non si dica è out of Bath and into bed, esce da Bath (ma Bath è anche bagno) e si infila dentro il letto”: questo calembour non ha niente di speciale, evidentemente.
L’eccitazione, che cresce a dismisura nell’affrontare lo scrittore amico/nemico dei Marx, continua con l’osservazione: “Secondo Perelman, nessuno al mondo sapeva lanciare […] una battuta del genere, con la disinvoltura e il sangue freddo di Groucho. Ma non si dovrebbe dire lo stesso per certe battute ‘scritte’ di Perelman?” (p. 120) il problema è che, come lo stesso Perelman sottolineava, la grandezza di Groucho non stava in quel che diceva ma come lo diceva. Il gioco di parole in sé poteva dirlo, e inventarlo, chiunque. Se Groucho non fosse stato una forza della natura nell’eloquio non sarebbe rimasto alla storia. Il fatto che Almansi sia un critico innanzi tutto letterario giustifica in parte queste affermazioni. Infatti più avanti dice: “In Perelman non sono solo le parole comuni ma anche i nomi propri che si trasformano in cose o in persone” e fa degli esempi su cui è meglio sorvolare. Però è allarmante leggere “i brutti film (e cioè il 99% dei film girati a Hollywood tra gli anni venti e gli anni cinquanta)” (p. 121). Ma come? Vien da pensare che un critico letterario non dovrebbe occuparsi di cinema. Che sia viceversa? La seconda parte dell’analisi tralascia gli inghippi semantici e prosegue il discorso sull’umorismo surreale che ha accompagnato le precedenti analisi. “Dovunque si rivolga, Perelman riesce a dare vita a un esercito di mostri, di torturatori, di carnefici, di sadici aguzzini che invadono tutte le professioni […] compresa quella di scrittore umoristico” (p. 126) aspetto che, assicura il critico, lo avvicina alla cattiveria di Malerba e – si aggiunga – a quella di un Wodehouse quando descrive l’appagamento, ineguagliabile, che si ha nel dare un calcio al sedere d'un bambino discolo, dopo che quello ti ha preso a sassate. Il libro non risparmia delle critiche anche cattivelle. Il malcapito è senz’altro Gianni Celati, cui sono indirizzate le bacchettate più dure (ma anche le più tediose); meglio se la cavano Calvino (e la spiacevole geometria dei suoi scritti) e l'Ambrose Bierce di Devil’s Dictionary da cui prendiamo una frase semplicemente divina: “l’egocentrico è un uomo volgare più interessato a se stesso che a me” a pagina 136. Per quanto riguarda l’umorismo del capovolgimento, Bierce non viene risparmiato e, seppure il suo sia un testo godibile, risente del passare del tempo che, Almansi dichiara, ha colpito anche il sommo Wilde:
“Wilde credeva anche lui di star scrivendo un dizionario del diavolo che sovvertiva l’ordine dei valori, e, invece, a distanza di meno di un secolo, persino le vecchie zie che abitano in campagna sono d’accordo con i suoi paradossi” (p. 139)
Per essere un’analisi del comico, si può felicemente asserire che, quando vuole, Almansi sa divertire.
Groucho Marx, S. J. Perelman e Milton Berle
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Guido Almansi (1931 – 2001) letterato italiano. Insegnò Letteratura Inglese nel Regno Unito, visse a lungo nel Canton Ticino. Scrisse saggi, poesie, un romanzo e una commedia. È stato anche critico letterario e teatrale.
Guido Almansi, “La ragion comica”, Feltrinelli, Milano, 1986
In Lankelot:
Luca Martello, giugno 2009
Commenti
Ecco un Almansi introvabile. Né ibs, né tantomeno libreriaun.
Godetevelo :)
http://www.youtube.com/watch?v=CNv30WWrj4Y
Ottima pagina, approfondita e ricca di dettagli.
Il video è curioso e non lo si riesce ad immaginare effettivamente in quella visione ridanciana sprofondato in poltrona.
Da discreta lettrice di Malerba, in epoche remote, ora mi aspetto di leggere il tuo futuro punto di vista sull'argomento (ho questa vaga sensazione, chissà perché). :)
"Riassumendo Céline che a sua volta riassume Rabelais, l?autore scrive ?io rido perché non voglio morire? (pag. 10), e ricorda come generalmente questo straordinario approccio alla vita chiamato umorismo venga considerato degno soltanto nel caso in cui ci sia la satira o la politica di mezzo".
> Mi metto in poltrona, ho già capito cosa aspettarmi;).
Bravissimo Hammer, grande recupero.
"Chi rientra maggiormente nel regno dell?eteroclito marxiano è Luigi Malerba. Prendendo in esame la sua produzione fiabesca ? ma anche il resto delle sue pubblicazioni fino a Il pianeta azzurro (1986) ? Almansi si sbizzarrisce nell?elencare le immagini più assurde che Malerba sia stato capace di concepire. Su tutte la storia della gallina convinta che per guidare un triciclo servano tre gambe. Questa poetica dell?assurdo è stata, a torto, giustificata da una base satirica che Almansi disconosce a spada tratta"
> Capito:). beh, sospetto che ci ritroveremo a leggere molte tue malerbiane schede, nei mesi a venire. Non vedo l'ora.
5. eh...anch'io :)
"?Credo che in Itala il nome di Sidney Joseph Perelman (1904-1979) sia conosciuto da pochissimi; forse da non più di una ventina di persone oltre agli studiosi di cinema americano che lo ricordano come uno degli sceneggiatori, insieme a Will Johnstone, di due celebri film dei fratelli Marx, Monkey Business del 1931 e Horse Feathers del 1932? (pag. 113).
Chi scrive non appartiene a quei venti, ma agli studiosi di cinema americano. Mea culpa."
> Eh..;)
(applausi per Hammer!)
Sì beh, ho trovato questo libro in biblioteca per caso, a dire il vero. Poi leggendo ho notato con stupore che c'era Perelman, e di conseguenza i Marx. Il distino ha i baffi, non c'è che dire.
Su Malerba, indago. Se poi non fa ridere... nisba :)
3, il video poi prosegue con Carmelo Bene che se la prende con Raboni. Si mette con poco, lui :))
wodehouse!
;)
[almansi] Aggiunsi foto!
[almansi] Aggiunsi foto!
[almansi] grand'hammer
[almansi] grand'hammer