HOMO HOMINI LUPUS
Agile, la penna di Alexandre Dumas solca le pagine bianche e rincorre il pensiero per tradurlo in parole d’inchiostro, eleganti caratteri neri, fili ordinati ad intessere un finissimo ricamo. E la mano veloce rende il mirabile intreccio di una trama che si dipana lucida in un’architettura di incastri perfetti, fatti di luci ed ombre, di nuovo ed antico, di sacro e profano, di amore ed odio.
La scrittura diventa ago che trapassa la pelle e pungola il cervello, fuoco che brucia il corpo e illumina la mente, occhio che indaga gli abissi e i sussulti del cuore di un uomo, avviluppato nel buio della più profonda sofferenza, prigioniero dello spettro di se stesso, capace, tuttavia, di toccare il fondo e di tornare, poi, a riveder le stelle in nome di una vendetta che dia senso a quattordici lunghi anni di perché senza risposte, di lacrime e gelo, di urla strozzate in gola, di fame nera e amara solitudine.
Edmondo Dantès, sepolto vivo nelle segrete del castello d’If, ritorna alla vita sotto la sapiente guida dell’abate Faria e, orfano dell’affetto di un padre morto di stenti e dell’amore di una sposa incapace di restargli promessa, arriva a trasformarsi nell’implacabile braccio di Dio giudice, l’implacabile braccio di quella Provvidenza, lontanissima dall’idea Manzoniana, alla quale il disperato si appella affinché la giustizia divina sani le ferite causate dalla parzialità di quella umana.
Il conte di Montecristo comprende il valore della vita passando attraverso il desiderio di morte, ed insegna ad “attendere e sperare” imparando in prima persona il suo precetto giorno dopo giorno, ora dopo ora. Misero diviene, dunque, padrone del mondo, debole diviene arbitro del bene e del male, dimenticato diviene acclamato, ultimo diviene primo e, paziente minatore, calca il suolo della funesta Parigi frugando nelle sue viscere per farne uscire la cancrena.
Il lettore assiste, conquistato, alla metamorfosi, guarda ammirato l’innocenza di un frutto acerbo cambiarsi in dolorosa maturità e, scorrendo una dietro l’altra le circa mille pagine dell’intenso romanzo storico, percorre l’armonia rotonda del cerchio tracciato dal compasso di Dumas mediante uno stile capace di rinunciare alla spigolosità di angoli dietro i quali nascondersi o da cui far partire fughe inarrestabili, con lo sguardo che resta inchiodato al passato, alla grandezza dei classici, astraendosi dal resto del mondo come irresistibilmente calamitato dalla bellezza arguta e semplice insieme, di un arazzo intrecciato con fili d’oro sempre brillanti, nonostante la polvere depositatasi negli anni.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Alexandre Dumas (Villes-Cotterêts, 1802 – Puys, presso Dieppe, 1870), drammaturgo e romanziere francese. Fu segretario del duca d’Orléans e aderì alla “rivoluzione di luglio” nel 1830. Simpatizzò per la causa dei Mille, scrisse le “Memorie di Garibaldi”. È immortale per ciò che ha scritto in un biennio, tra 1844 e 1845: “Les Trois Mousquetaires” e “Le Comte de Monte-Cristo”.
Pubblicò oltre cento volumi, avvalendosi del sostegno di numerosi collaboratori.
Alexandre Dumas, “Il Conte di Montecristo”, Edizioni San Paolo, 1992. Edizione speciale: RCS, Corriere della Sera, 2002. Traduzione di Giovanni Ferrero. Prefazione di Luciano Canfora.
Canfora conclude il suo scritto ricordando “un motivo che riveste un fascino perenne: il nesso maestro-allievo. Tra Faria e Dantès si stabilisce il rapporto, l’intesa, la complicità, la devozione che nasce tra maestro e allievo. Dantès deve tutto al vecchio: ma non importa tanto il tesoro abbagliante; gli deve la conoscenza”.
Il romanzo fu pubblicato a puntate sul “Journal des Débats” tra il 28 agosto 1844 e il 15 gennaio 1845. Titolo originale: “Le Comte de Monte-Cristo”.
Per approfondire:
Alexander Dumas père.
Dumaspere.com.
Online-literature.com.
Pages.infinit.net
Angela Migliore.
Originariamente apparso su ciao.com e Lankelot.com
Grazie di cuore a chi mi ha aiutata a "spolverare"
Commenti
"Edmondo Dantès, sepolto vivo nelle segrete del castello d?If, ritorna alla vita sotto la sapiente guida dell?abate Faria e, orfano dell?affetto di un padre morto di stenti e dell?amore di una sposa incapace di restargli promessa, arriva a trasformarsi nell?implacabile braccio di Dio giudice, l?implacabile braccio di quella Provvidenza, lontanissima dall?idea Manzoniana, alla quale il disperato si appella affinché la giustizia divina sani le ferite causate dalla parzialità di quella umana".
Fondamentalmente è tutto in questo paragrafo. Comprese le mie nebulose riflessioni sul concetto di "implacabile braccio di Dio", concetto che mi fa rivedere parte la Bibbia parte il cecchino americano del Soldato Ryan; e sull'idea di "braccio della Provvidenza", che mi fa visualizzare l'albero maestro della Provvidenza dei Malavoglia e sorridere sul senso della scelta dei nomi e sulla loro natura semi-ideologica; infine, sul discorso della "parzialità" della giustizia umana, che mi ricorda l'ormai cristallizzato (ma non atrofizzato) discorso sulle distanze tra Leggi e Giustizia. Ecco, tutto qua.
"un arazzo intrecciato con fili d?oro sempre brillanti, nonostante la polvere depositatasi negli anni".
> e le centinaia di collaboratori che nomini nel paragrafo successivo, dramma proto-industriale e non solo. Ma onore all'opera e morte all'autore, come insegna la Sociologia.
1 > Tutto qua, dici. E mica poco!
Quanto al "braccio di Dio" e alla parzialità della giustizia umana, le mie associazioni mentali sono molto simili. Ma niente Malavoglia, che furono per me lettura obbligata di cui ho poi completamente rimosso il ricordo.
2 > Onore all'opera. Suona male se dico che di Dumas possiamo non interessarci?
3.2 > suona giusto:)
Il conte di Montecristo è uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti. In un colpo solo (o in una raffica di colpi, in un cannoneggiamento a lunga gittata) riesce a inscatolare nello stesso romanzo tre situazioni archetipe capaci di torcere le viscere anche a un boia.
? Dall?Introduzione di UMBERTO ECO
Alexandre Dumas sfoggia non poche qualità del grande scrittore:e non delle secondarie. In primo luogo una sovrana impudenza; un insieme di complicità e oltraggio nei confronti del lettore; nessun patetismo, neppure quando ricorre a situazioni obiettivamente patetiche. E ancora, il gusto del gioco, della mistificazione; l?onesta carenza morale; una nobile guitteria, che gli detta la mossa esatta per scatenare la consenziente credulità del pubblico.
? GIORGIO MANGANELLI
Un bel mattone, non c?è che dire. Ma un gran bel mattone che regge una colonna portante della letteratura. È incredibile vedere romanzi scritti più di centocinquant?anni fa che ancora oggi mantengono la loro potenza, che sono ancora in grado di catturare il lettore, malgrado tecniche oggi superate e un linguaggio non troppo moderno.
Con il Libro della giungla, Viaggio al centro della terra e Robinson Crusoe (la sopravvivenza...) il Conte di Montecristo è stato uno dei libri di lettura preferiti dele mie figlie bambine.
Grazie, Angela
Raffaella
confesso di non averlo mai affrontato dopo averne vista la mole! Strano, perché di solito non mi lascio intimorire da questo aspetto! Mi sono sempre limitata alle versioni televisive.
In casa ho il volume de I tre moschettieri, che leggevo da bambina in versione ridotta però.
Complimenti per essertelo letto e soprattutto per esser riuscita
a sintetizzare così le tue impressioni.