Se tutto quanto è stato già detto / allora in principio fu il proverbio
Già dal titolo, 50 grammi d’epos, l’esordio del poco più che ventenne poeta romano Alessandro Riccioni, cerca di insinuare nel lettore la curiosità di scoprire un mondo che richiama certamente un altrove che si incontra e si scontra con le controverse dinamiche del presente. Ed in effetti Alessandro Riccioni rilegge il suo e il nostro presente attraverso la lente d’ingrandimento emotivo-emozionale fornitagli dall’attualità. Opera tripartita, in cui i 50 grammi del titolo (corrispondenti a 50 componimenti) vengono suddivisi in dosi: 20 grammi, la dose più massiccia, per cantare la disillusione, evidentemente autobiografica, rispetto al sentimento amoroso e all’universo femminile, fotografato attraverso immagini forti e dirette, ora caustiche e ora malinconiche. Il vissuto personale sovrasta una possibile visione ideale o idealistica dell’amore (Il tempo disinfetta ogni ferita / ma a te auguro l’alcol di un rimpianto), eppure, nonostante tutto, l’amore salva o, quantomeno, lascia la sensazione di possibilità, nonostante i rischi e i possibili abbagli, di una catarsi estemporanea ma irrinunciabile (L’inganno è stato abbaglio d’occhi forse / ma ho visto i tuoi sorrisi galleggiare / sfidando questo mare di comparse). Si nota che manca l’assolutezza che si riserva al sentimento principe, forse propria ancora ai suoi coetanei, nonostante una realtà che non invita alla fiducia, al sogno, alla rivolta.
La seconda dose, 15 grammi, si concentra sull’attualità, con atteggiamento sospeso, tra estraneità e disincanto, malessere e sarcasmo restituito attraverso immagini ora realistiche e ora allegoriche, nelle quali il progresso si palesa come principale imputato cui derivano malesseri, nonsensi e inquietudini esistenziali. Ricordandoci che il passato, oramai percepito in modo fiabesco, è quasi assente dalla comune memoria condivisa (I re e le principesse dove sono? / Dove le alte torri e i bastioni? / Qui la tempesta ingorda del progresso / ha seppellito tutto come un cane). Questa seconda parte, a mio personale avviso la più ispirata, concentra e fortifica la disillusione che aleggia in tutta l’opera del Riccioni, quantunque mai restituita piangendosi addosso, ma facendo uso di punte di fiele e di ironia, pur evidentemente malinconica (E scusami se rido anche del sesso / ma trovo alquanto ironico tappare / il vuoto della vita con un buco). Fino a trovar l’immedesimazione, non risparmiando l’artista, travolto anch’esso dal vuoto e dall’aridità del nostro tempo (oramai non credo più all’ispirazione / chi scrive è solo un abile architetto: / con la malinconia ci fa un castello).
Terza dose, una sorta di resa dei conti, ancora 15 grammi per un primo, pur giovanissimo, bilancio esistenziale. I temi dell’assoluto, di Dio, della morte e della memoria connotano questi ultimi slanci poetici, nei quali la vena pessimistica si fa più evidente, ancorché volutamente ostentata, tutt’altro che rassegnata a concedersi alle maree e ai venti impetuosi che spirano da ogni dove. Eppure, l’incipit, l’ingresso nella sfera esistenziale del poeta, avviene attraverso queste parole apparentemente inequivocabili: quello che non uccide ci rende più morti. E continua su toni da pessimismo cosmico (la morte ci desidera / ma in fondo non ha fretta / siamo come tante sigarette / che tiene tra le labbra mentre fotte). Sulla medesima falsariga lo troviamo anche qui: Niente più pensieri / oramai sono sicuro / che vivere nel vuoto è più pulito. Ma arrivano gli ultimissimi versi a darci la misura dell’atteggiamento del poeta nei confronti di una realtà decisamente buia e insostenibile: La morte bara e Dio serve le carte / se perdo dite che ho giocato forte. Nessun dubbio, dunque, che Alessandro Riccioni si giocherà fino in fondo, senza risparmiarsi, la contesa più lunga che noi tutti siamo invitati a vivere: la vita.
Libretto agile, dalla struttura circolare, da leggere tutto d’un fiato, 50 grammi d’epos è un’opera d’esordio interessante, certamente viva, che si sfilaccia qua e là soprattutto quando si dilunga o nelle rare occasioni in cui privilegia la ricerca del suono a quella dell’immagine. È infatti uno stile aforistico, epigrammatico, non incline alla ricerca di musicalità e assonanze, al contrario orientato a costruire quadri emotivi d’impatto forte e immediato, figli d’una spontaneità affatto artificiale cui non serve una particolare metrica per trovare l’efficacia. Ma, nonostante ciò, la ricerca di uno stile preesistente c’è e si vede, come evidenzia nella prefazione il professor Giuseppe Elio Ligotti, il quale a conclusione del suo intervento ci ricorda anche che l’epos non è morto. Ne siamo più che convinti, e ben vengano giovani poeti che cercano di tenere questa fiamma – trovando un’epica possibile del presente - sempre accesa.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Alessandro Riccioni, poeta romano classe 1982.
50 grammi d’epos, Terre Sommerse Edizioni, Roma, 2005. Prefazione di Giuseppe Elio Ligotti.
Commenti
Ecco a voi un giovane poeta romano, che ho presentato oggi nel corso di un incontro organizzato dal LabCom (laboratorio per il comunitarismo).
grazie per la segnalazione, Federico. Naturalmente non conosco l'opera di Riccioni - avevo sentito invece nominare il suo omonimo, che pubblica da anni per "book" di Scrignoli - quindi ti ringrazio per l'introduzione (unico dubbio: parli di ricerca del suono a danno dell'immagine, poi scrivi che l'autore non è incline alla musicalità e alle assonanze. Che significa?)
"che si sfilaccia qua e là soprattutto quando si dilunga o quando privilegia la ricerca del suono a quella dell?immagine"
immagino che ti riferisci a questo passo. Nell'introduzione scrivo che non cerca le assonanze, qui intendo che le poche volte che le cerca i versi scadono un po'. In sintesi, meglio quando non le cerca. Aggiungo "rare volte" cosi si capisce meglio.
danke!
letta anch'io questa interessante recnsione-segnalazione
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Mi sono venute spontanee alcune riflessioni: a 20 anni si canta l'amore senza saperne poi molto; e si è naturalmente pessimisti.
Diciamo che il pessimismo cosmico mi impressiona di più da una certa età in poi...
Chissà fra 20 anni che scriverà questo ragazzo... speriamo continui a farlo, a crescere, a migliorarsi. L'Arte richiede continuità: temo del nostro mondo editoriale l'aspetto squalistico che permette l'apparizione e affonda l'istante dopo.
"oramai non credo più all?ispirazione / chi scrive è solo un abile architetto: / con la malinconia ci fa un castello".
Questo Riccioni è dell'ottantadue, un anno più giovane di me e fa uno strano effetto. La speranza è che negli anni a venire si dimostri in grado di saper mettere in versi anche la gioia, con tutte le sue possibili sfumature. Mettiamola così.
Fa uno strano effetto anche a me Angela. Ma ci da la misura di quanto anche le giovani generazioni possano essere disilluse e disincantate, considerato che molti di questi versi li ha scritti prima dei vent'anni o giù di li. Lui estremizza, forse lo far per provocazione, ma è indubbio che un po' tutti viviamo non benissimo questo tempo che ci accoglie.
Suppongo bastino anche meno dei 25 anni di Riccioni per vivere consapevolemente il disagio del nostro tempo. E' questione di sensibilità. A farmi effetto è che questo disagio sia diventato parola scritta, resa pubblica. Non è da tutti e non tutti quelli che scelgono questa via, riescono in realtà a dar voce all'intera generazione che in un certo senso si propongono di rappresentare. La considerazione sulla capacità di mettere in versi la gioia, poi, nasce dal fatto che credo costituisca prova più ardua. Il dolore scava, dà profondità al pensiero e allo stile di scrittura, la gioia toglie peso, regala quell'insostenibile leggerezza dell'essere che pochissimi hanno saputo trasmettere degnamente, senza banalizzare.
Ecco pensavo a questo, quando auspicavo per Riccioni una futura inversione di tendenza rispetto alle tematiche affrontate in questa sua prima raccolta.
Decisamente d'accordo, Angela, mettere in versi la gioia è assai più complicato. A qualsiasi età, immagino.
Suppongo di sì.
Ottimo.
Dalla recensione mi pare ottimo.
Canta ciò che va cantato e come va cantato, oramai.
O si canta così o non si canta più, quindi meglio cantare così.
RICCIONI: tags+copertina+ean
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