“…il Novembre sembra continuare miracolosamente un Maggio interrotto bruscamente e rimasto infinito. Sembra rifletterlo in uno specchio ovale, polveroso e scortecciato nell’amalgama interna, formante delle lacune irriflessive”. (9 Novembre)
“Riflessi”, denominato successivamente “Allegoria di novembre” é il primo romanzo di Aldo Palazzeschi. Pubblicato nel 1908, rappresenta, forse più di ogni altra opera dell’autore, un notevole contributo al crepuscolarismo. La voce narrante sembra infatti, a tratti, ceduta dal protagonista, Valentino, a Sergio Corazzini. Anche quella di Valentino è una storia triste e disperata, segnata da una morte inevitabile.
Col batticuore, apre le porte della sala della musica e vi trova tutto “in disordine come dopo un’audizione interrotta. Nel fondo, sopra una pedana, il pianoforte a coda su cui un violino è posato in fretta, l’arco gli è accanto gettato senza cura.” Quest’atmosfera affascinante di un passato lasciato in sospeso da quindici anni e la sua relazione con ciò che accadrà sono costruite narrativamente attraverso varie descrizioni peculiari, come questa: “un centinaio di candele manomesse o quasi a fine, consumate a metà, versano sul proprio seno lacrime che sembra aspettino una ripresa della loro offerta.” (7 Novembre).
Dopo alcuni giorni, trova il coraggio di entrare nella “sala dei giuochi” e in quella “rossa del fuoco e del sangue”, dove rimane estasiato di fronte al ritratto di una donna bellissima, a egli ben nota. La stessa presenza femminile gli apparirà, al quarto giorno di digiuno, quando crederà di aver finalmente (ri)trovato l’oggetto del suo amore. Vedendola, come per un incantesimo, distesa sul letto la contemplerà come se fosse una Dea.
“Rimane qui per darmi la pace, la pace dopo tanto martirio. Ella sola poteva darmela, ed ella non poteva mancare. L’ultimo tempo mi sarà lieve se ella rimarrà, qui, così, con me, e io starò sulla poltrona, dopo, in adorazione; non mi coricherò più nel letto, si capisce, come potrei farmi al suo fianco senza scomporla, senza offenderne il candore?” (24 Novembre)
Questa cieca dolcezza per qualcosa che non esiste, quest’illusione sublimata in visione, emana allo stesso tempo un senso di tristezza e di disperazione.
“Mentre li spargevo [i crisantemi] ella era nella medesima attitudine e certo deve avermi visto. Ha sorriso quando mi ha visto arrivare. Ho avuto cura di cingerla tutta con i fiori senza urtare minimamente un lembo della veste perché non si destasse.” (30 Novembre)
Nella seconda metà del mese, il carattere visionario e paranoico di Valentino si accentua. Non solo tre pagliai sarebbero dei “cospiratori” e Camilla avrebbe “un’aria di sfida”, ma, in uno stato febbrile, anche l’orologio, col suo riprendere a ticchettare, gli sembra si stia beffando e vendicando di lui. Infine, negli ultimi giorni di Novembre, Valentino sembra aver raggiunto uno stato irriconoscibile, a tratti estatico. Ormai estenuato, non ha neanche più la forza d’irritarsi al vociare delle raccoglitrici d’olive.
“Sono rimasto teso tutto il giorno, e le labbra erano aperte a un sorriso ampio, estatico, e non più doloroso, protese con l’orecchio, e gli occhi fissi nell’azzurro.” (27 Novembre)
Nelle sue ultime lettere, non vi è stranamente, alcuna parola di affetto rivolta a Johnny, che diviene puro e semplice destinatario delle sue confidenze diaristiche. Da un lato, a ragione della morte “purgata dalla sensualità” vagheggiata nella prima lettera e dall’altro dal fatto che Valentino è esclusivamente concentrato sulla “festa grande” e nient’altro sembra interessargli. È talmente elettrizzato dai preparativi che gli tremano le gambe.
Queste sono le ultime tracce di sé che lascia a Johnny: “…impaziente fino allo spasimo, sereno e bello, non ho nemmeno il tempo di guardarmi, e non mi è più necessario un vecchio specchio polveroso: al diavolo anche lo specchio! Sono sicuro della mia bellezza. Addio.”
Quindi, mette in pratica ciò che aveva preannunciato il 15 novembre, allorché avvertì un forte desiderio di: “illuminare tutto, viticci e lumiere, i lumi sopra le mensole e le tavole, non lasciare spenta una sola candela. Da lontano si vedrebbe e si saprebbe che la villa dopo tanto tempo è abitata un’altra volta, e che vi si vive come allora, quando la sera se ne spiava il bagliore da lontano per averne un riflesso, e se ne parlava come del mondo di una favola.”
Parte seconda.
Nella seconda parte le voci narranti sono tante, forse troppe. Sono fonti discordanti (costituite da una serie di telegrammi, comunicati stampa, ecc.) che annunciano varie versioni della vicenda, disorientando il lettore. Il suicidio di Valentino è, dapprima, annunciato in diverse varianti (colpo di rivoltella al cuore, alle tempie, asfissia ed altro), poi smentito (il cadavere non è mai stato trovato e si ipotizza una fuga) e, infine, ridicolizzato (mediante la supposizione ch’egli si fosse ricongiunto con sua madre, in un monastero spagnolo).
Emergono, però, anche informazioni veritiere. I giochi, il ballo, il concerto di quel passato segreto erano stati interrotti dal suicidio della Principessa Maria Teresa, nubile ventinovenne, madre di Valentino. Si era tolta la vita con un colpo di rivoltella, l’ultima sera di maggio, nel suo letto cosparso di rose rosse. Era, chiaramente, la stessa donna del ritratto e della visione. La sua stanza, l’unica in cui Valentino non ebbe la forza di addentrarsi, era stata infatti immaginata come il “trono di una divinità della bellezza, il trono di una Dea.” (12 Novembre)
“Il Principe Valentino Core aveva ora giusti ventinove anni. Era un giovine di rara bellezza, dalla figura imponente e nobilissima, fuggeva il mondo e i suoi rumori e amava circondarsi di pochi intellettuali. Fu visto talvolta in certe chiese remote. Una espressione pensosa di nobiltà e malinconia.” (p. 426) Il vero mistero riguardante la sparizione di Valentino rimarrà comunque celato. Spetta al lettore decifrarlo.
*Si noti come egli stesso (nella lettera del 26 novembre), si definisce “l´ultimo rampollo di un vecchio ceppo”.
Inoltre, proprio nel momento culminante dell’atrocità dell’incendio, quando “il fuoco illuminava delle facce su cui s’era stampata una livida disperazione, o rischiarava le teste scarmigliate di donne mezzo nude”, Valentino emanò un “grido di gioia”. A questo punto, sembra lecito chiedersi il perché di tale sfogo verso tre innocui pupazzi di paglia. Valentino ne era dapprima infastidito a causa di una sensazione di spinosità, ossia, dell’impressione che quegli aghi di paglia volessero trafiggergli “gli occhi e la pelle”. L’irritazione si tramutò successivamente in paura. Raccontò a Johnny di aver “dormito oppresso dall’incubo giallo”, di scorgere la loro “congiura sfrontata ed inosservata”.
“Tutto il giorno i tre pagliai mi hanno guardato con indifferenza presentandomi senza pudore la loro lurida pancia. […] A un certo punto ho parlato ai tre pagliai, ho rivolto le mie rimostranze […] la mia irriducibile antipatia: stretti in crocchio non hanno risposto con una sillaba, e alzando le spalle hanno sorriso appena con una superiorità offensiva…” (12 Novembre)
Nel brano sopraccitato, c’è un elemento che ritorna anche in altre lettere, sotto varie connotazioni negative (come ad es. “goffa e triviale”, “sozza”, “lurida”, “nauseabonda” e “disgustosa”): la pancia dei pagliai. Antonio Saccone, come Savoca, crede che ciò sia un’allusione alla “madre non vergine” (Saccone p. 57). Tale riferimento, a mio parere, è un po’ forzato, considerato che i pagliai: “parevano tre di quei panciuti che escono la notte barcollando dall’osteria”. Ogni notte, infatti, nell’imbucare la lettera, Valentino sussultava dal timore di esser visto dagli ubriaconi della bettola vicino la cassetta della posta. Quell’osteria infernale: “rigurgit[ava], scoppiett[ava] la sua gioia sconcia, la sua sozza felicità.” (11 Novembre). In quest’ottica, l’incendio ai pagliai potrebbe essere considerato in quanto mero sfogo misantropico (tra l´altro, quella del principe misantropo è una figura non nuova nell’immaginario palazzeschiano)
- Johnny
Un'altra figura enigmatica è rappresentata dal destinatario delle lettere: il ventenne John Mare. Le informazioni relative al rapporto istauratosi tra John e Valentino emergono in modo frammentario nel corso del romanzo. Gli elementi che delineano le fattezze di John sono pochi, ma significativi. Sin dal loro primo incontro, John apparve: “superbo di freddezza come un bel marmo”. Tale freddezza statuaria è riconfermata in altre due occasioni sintomatiche: la stretta di mano e l´addio. Il primo è il momento in cui Valentino annuncia il suo piano a Johnny, che rimane impassibile e che gli stringe la mano promettendogli di mantenere il segreto: “in quel momento non sono giunto a comprendere quanto tu possa aver sofferto, la purezza della tua faccia non subì alterazione apparente” (26 Novembre). Il secondo è l´addio alla stazione di Firenze, “avvenuto con tanta disinvoltura, con tanta semplicità, si potrebbe dire con indifferenza” (4 Novembre). Così, John accetta questa corrispondenza unilaterale, e, subito dopo il suicidio di Valentino, ritorna a Londra.
Antonio Saccone, L’occhio narrante: Tre studi sul primo Palazzeschi, Liguori Editore, Napoli, 1987.
PALAZZESCHI in LANKELOT:
Palazzeschi - Il codice di Perelà di franchi
Palazzeschi Aldo - Allegoria di Novembre di stefania
Commenti
Finalmente!
Adesso ripristino quanto è andato perduto, grassetti e via dicendo;). Brindo al tuo esordio.
ok, dieci minuti e sistemo tutto;). Pazienta...
Decisamente meglio, ora qualche ritocco...
Grazie mille!
Posso impaginare meglio. L'uomo vince la macchina:). Aspetta...
Ecco, ora mi sento appagato. Dimmi se ti aggrada;)
Certo, va benissimo, grazie! Si potrebbero solamente togliere i doppi spazi prima della citazione sull´orto dei rosari e dell´ultima su Johnny? Grazie ancora.
Mais oui.
Adesso che ne dici?
Perfetto, grazie.
(ok, ho letto la mail;). Complimenti ancora per l'esordio e per l'appassionata e approfondita analisi di questo raro libro di Palazzeschi. Aspettiamo con viva curiosità la seconda, adesso!)
*
'notte.
Ennesimo testo che non conoscevo. Dalla tua analisi, molto accurata davvero, mi sembra che Palazzeschi riveli sia una componente crepuscolare, sia una componente visionaria assai notevole (che è poi quella che m'incuriosisce di più).
Ma Valentino non ha anche alcuni tratti dell'esteta decadente? E il suo rapporto con questo indifferente Johnny è un rapporto omossessuale e non semplicemente amicale?
Insomma mi sembra di cogliere il riflesso di una sensibilità morbosa, "malata" in questo personaggio (vedi la scena con la donna misteriosa e tutto lo scenario intorno). In effetti non sapevo proprio che Palazzeschi avesse esordito con un testo del genere.
Ottimo lavoro, complimenti.
Ringrazio Gianfranco e Marina per i commenti.
Marina, condivido totalmente un certo fascino per la componente visionaria e ammetto anche di nutrire una certa curiosità per ció che tu giustamente definisci "il riflesso di una sensibilità morbosa, malata?.
A proposito della questione dell´esteta decadente, effettivamente ho omesso di analizzare l'opera sotto questo punto di vista. Ci sarebbe molto da notare a riguardo. Valentino, infatti, dalla prima all'ultima lettera fa continui riferimenti alla sua immagine riflessa allo specchio; alla sua bellezza, come a quella di sua madre e di Johnny.
La natura del rapporto tra il protagonista e John, rispecchia (a tratti molto chiaramente, a tratti meno esplicitamente) le preferenze sessuali dell´autore?
Gran bella pagina: analisi davvero accurata di un testo di cui, addirittura, ignoravo l'esistenza. Ricordo solo il Palazzeschi del periodo futurista, per averlo studiato proprio sui testi del prof. Saccone da te citato.
Molto probabilmente Palazzeschi ha voluto rendere omaggio, tramite il protagonista di Allegoria di novembre, al suo amico Sergio Corazzini, morto poco prima (il 17 giugno 1907).
Il cognome di Valentino si legge chiaramente nella dedica al volume del ?Libro per la sera della domenica? inviato a Palazzeschi:
?Al mio fratello Aldo Palazzeschi
perché mi cerchi e non mi trovi,
con tenerezza viva:
Sergio Cor.?.
Per quanto riguarda il tono delle lettere che Palazzeschi realmente riceveva da Sergio Cor., serva da campione questa del novembre 1906:
Mio carissimo poeta,
vi scrivo, in fretta, nell?angolo di un piccolo caffè triste. Così mi piace, oggi, parlare a voi, giovane fratello mio, sempre più lontano e fuggitivo come la felicità. Vorrei sapervi dire tante cose tenere e dolci, che di niente sapessero, a simiglianza di certe meravigliose canzoni popolari, vorrei sognare un?ora con voi il grande sogno comune della nostra giovinezza, dolermi, in vostra compagnia, di una simile indefinibile tristezza abitatrice dei nostri cuori infantili; ma tutto ciò non è possibile, non sarà possibile forse più mai, nella vita, fratello mio!
Vi parlo, dunque, dall?ombra e dal silenzio, malinconicamente. Oggi sono proprio solo poi che Govoni ? vi dissi io già esser egli venuto in Roma per alcuni giorni? ? Govoni dunque è partito per Ferrara lasciando me tutto triste e desolato e piangevole come quella «pauvre mère bien malade» di Jammes: ricordate? Il riordinamento del mio prossimo poema mi tiene febrilmente da qualche giorno. Io spero di potervi far conoscere l?intero manoscritto ? del rimanente non troppo voluminoso ? quanto prima. Non v?invio de? saggi poi che amo che lo conosciate intero; così faccio col nostro Marino.
Voi avete ricevuto il piccolo libro inutile? No, è vero? Posso mandarvelo a Ravenna? E le vostre cose? Lavorate? Moretti è fecondissimo, mi sembra, ed è ottimo esempio alla mia tenace inerzia. Io non faccio mai nulla. Quel poco che compongo è causa di una specie di delirio fittizio che provoco al mio cervello con delle strane bevande. E questo io faccio perché tutto il giorno sono preda delle cose più volgari della vita per il «pane cotidiano» Ahimè! Mio carissimo, quale mortale tristezza! Io penso ogni giorno a morire come, aprendo la finestra, si pensa al sole. Dal mio poema indovinerete questa terribile «voglia di andarmene» che è divenuta la mia ossessione perenne. Tenero e dolce amico, io non saprei farvi più bello omaggio di affetto, io non saprei meglio significarvi tutta la mia dolce amicizia intellettuale che imaginandovi accanto a me, in questa povera bottega solitaria di Roma, lettore di vostri versi originali e bellissimi, a me, sognante il prossimo avvento della nova poesia e del novissimo poeta.
Vostro sempre.
Sergio Corazzini