La scrittura ipotetica di David Albahari
Se c'è una cosa al mondo che mi possa veramente paralizzare quando intendo trattare un argomento presentatomi da altre persone, questa è la mancanza, nell'argomento stesso, di una netta e chiara definizione dei parametri, degli schemi insomma grazie ai quali io possa impostare il lavoro di analisi e sintesi per poi, dunque, essere in grado di passare ad una seria trattazione – in soldoni per poter dire la mia senza troppi timori di non aver capito quale sia l'argomento stesso. Se, infatti, l'interpretazione nasce dalle capacità dell'interprete, nondimeno dipende dalle peculiarità dell'oggetto in questione. E affinché l'incontro fra le espressioni di diversi individui non si trasformi in un braccio di ferro o in un continuo qui pro quo, è necessaria la chiarezza intima di entrambi i colloquianti (unica alternativa non dannosa: la superficialità, il chiacchiericcio da perditempo).
Ecco. Questo problema di fondo mi si presenta, immagino, perché posseggo un principio di base, un'idea guida che seguo da anni: il mondo è pieno di gente che agisce senza ordine interiore, ovvero a casaccio, vendendo poi sfacciatamente queste azioni – in realtà figlie della propria confusione – come fossero oro colato. E quando si parli di interagire con delle parole scritte, ciò significa che bisogna, in pratica, rifuggire dalle parole buttate su carta alla come viene viene, tanto quanto si deve scoprire l'intima essenza di caos dentro le parole alle quali sia stata data una bella mano di vernice dorata. Anzi, direi proprio che oggi grattare via la doratura dai discorsi inconcludenti (prima i propri, poi, legittimamente, gli altrui) sia divenuto l'esercizio sommo e prioritario di ogni critico dotato di princípi morali, oltre che di preparazione tecnica nel campo.
Va be'. Questa premessa un tantino impertinente andrebbe messa in un altro posto, forse, poiché è scaturita da un semplice paragone: quello tra il romanzo ''L'esca'' dello scrittore serbo David Albahari (Zandonai Ed., Rovereto 2008, pp. 126, euro 13,50, traduzione di Alice Parmeggiani) e la marea di tentativi di scrittura d'ispirazione autobiografica che l'epoca contemporanea ci ammannisce – un risvolto, questo, ovviamente derivante dalla massificazione globalistica, anzi dalla polverizzazione dei vissuti individuali e locali: una logica reazione al dissolvimento dell'uomo in sé e della sua storia.
Ecco. Se coloro che si reputano talmente interessanti per gli altri da poter pubblicare libri sulle private vicende, familiari o personali, in genere tendono a raccontare episodi, fatti, uniti in trame e sviluppi, vediamo che Albahari ha compiuto il portentoso miracolo di darci un libro vero e utile sebbene costituito di pensieri inanellati, di riflessioni e interpretazioni, di dialoghi sia fittizi che reali abbracciati e incrociati con grande sapienza, tramite tutto ciò sostituendo egregiamente il racconto nel senso tradizionale del termine – del quale, a lettura compiuta ma anche prima in itinere, non ci è sorta nemmeno la minima nostalgia.
Senza un vero possesso dell'arte affabulatoria non si potrebbero raggiungere vette tali, questo intanto è sicuro.
Questo infatti è un libro in cui il protagonista afferma continuamente la sua profonda pulsione-intenzione a scrivere un libro su sua madre, idea castrata dal fatto che non possa farlo non essendo uno scrittore – e tale ricorrente rassegnazione rappresenta un'implicita polemica nei confronti di chi definisca scrittore solo colui che sappia narrare dei fatti, concreti o inventati, in modo lineare: nel nostro caso si tratta del simbolico Donald, con il quale la polemica in certi passi diviene al furor bianco. Un libro, pertanto, dicevamo, ipotetico, narrato in prima persona e avente, di fatto, tre protagonisti: l'(aspirante) autore, sua madre (morta anni prima) e l'amico scrittore (tale Donald). Trattasi in realtà della trascrizione di un discorso tutto interiore, o meglio di un intento unente diversi discorsi e dialoghi, non di un romanzo dunque, a sentire le reiterate dichiarazioni dell'autore del tipo di questa: ''Uno che non sa scrivere, come me, è al pari di un ciarlatano che afferma di saper sistemare un osso fratturato o un'articolazione slogata, ma non fa altro che aggravare il malanno e renderlo inguaribile. Uno che sa scrivere, come Donald, si sarebbe tranquillamente seduto e avrebbe scritto un racconto, percorrendo la strada piú breve possibile dall'inizio alla fine. Nulla in quel racconto avrebbe indicato l'esistenza di qualsiasi altra cosa tranne il racconto, e non come nel mio caso, nel mio racconto, se solo l'avessi scritto, nel quale c'è di tutto tranne il racconto, che continua a dissolversi sotto gli scossoni causati dalle incursioni delle realtà parallele''. (P. 50).
O meglio potrebbe essere un romanzo orale, ''L'esca'', che, nella sua scrittura continua priva di paragrafi o capitoli, dichiaratamente si pone come flusso ininterrotto di un qualcosa di irresoluto rimanente sospeso ''Fra la storia, la cronaca, il destino personale e il vaniloquio poetico'' (Lo scrive a pagina 54, e, badate bene, ciò mi suona molto latino, vedasi il Satyricon).
Ma cerchiamo ora di spiegare di cosa parli (oralmente in senso stretto) la nostra opera, questo avvincente ed avvolgente fiume alfabetico, tra-scritto sotto ogni profilo retorico-narratologico direi con rare maestria, sensibilità ed esperienza letteraria – oltre che con gli strumenti indicanti, a monte, un evidente retaggio d'ordine puramente filosofico.
Il discorso della voce narrante si svolge un sabato qualsiasi in Canada, mentre l'uomo, che vive in quel Paese essendo emigrato dalla Serbia, sta attendendo il suo unico amico canadese Donald; il giorno stesso egli ritrova delle vecchie bobine contenenti un colloquio che egli aveva tenuto con la madre anni addietro, prima che ella morisse, e le ascolta per la prima volta grazie ad un antiquato magnetofono.
La voce registrata della madre (serbo-croato-bosniaca convertitasi alla religione ebraica) costituisce dunque l'occasione principale per il dipanarsi dell'intera riflessione, nel corpo della quale si alternano e saldano insieme le affermazioni materne, le rievocazioni dei recenti colloqui tenuti dal narratore con Donald e le considerazioni in prima persona del narratore – e questo insieme dà modo al parlante stesso di sviluppare le proprie riflessioni come se stesse dialogando con la madre ancor viva ma anche gli permette di esprimere una moltitudine di altri, spesso illuminanti, pensieri riguardanti le differenze fra l'Europa e l'America del Nord e tra il Sud e il Nord in genere, il perché della scrittura, il senso della Storia, dei ricordi, della vita, della lingua, della realtà, del tempo, dell'agire, della colpa e della memoria delle colpe, della libertà. Nelle ultime pagine del libro c'è, a dire il vero, anche una piccola sorpresa, poiché veniamo a sapere cosa esattamente attenda il narratore insieme all'arrivo di Donald, l'amico-nemico scrittore. Ma non voglio togliervi il gusto di andare da soli a pagina 102, dove questa sorpresa inizia a manifestarsi.
Dietro a tutto ciò aleggia, tremendo come una condanna divina, il fantasma della guerra di Bosnia degli anni Novanta, che aveva comportato l'impegno del narratore con un'organizzazione umanitaria internazionale; un impegno che nasce cosí: ''Nel tentativo di sfuggire alla mia paura, alla disperazione e al dolore, cercavo la salvezza affondando in una paura, in una disperazione e in un dolore che erano piú grandi dei miei, cosí accettai l'offerta di lavorare nell'ufficio di un'organizzazione umanitaria internazionale, impegnata nella distribuzione di aiuti e nella raccolta di dati sui profughi'', e che per lui dura, come dice ''Fino al momento in cui ho sentito che non provavo piú niente e che l'altrui paura del cambiamento e della scomparsa del mondo aveva annichilito la mia paura della ripetizione del mondo. Allora sono partito.'' (p. 112).
Per tracciare un minuscolo bilancio di lettura, dirò in sintesi che le sensazioni lasciatemi da questa opera greve, scarna e complessa, sono molteplici: è infatti un lavoro sui sentimenti, o meglio sull'auscultazione, la chiarificazione e l'analisi dei sentimenti, operazioni queste condotte per mezzo dell'ausilio offerto da altre variabili (le abbiamo prima elencate: l'agire, la realtà, il tempo, i luoghi della Terra, la memoria, ecc.); dunque nella sua specificità ''L'esca'' coglie perfettamente nel segno, va a fondo, ponendoci in un proficuo disorientamento nei confronti di concetti basilari fra i quali primeggiano la Storia, il dolore e il senso vero dell'espressione letteraria ed artistica. Oltretutto, se in qualsiasi romanzo si trovano delle parti cassabili, superflue, mi sembra proprio che questo sia invece fatto solo di parole e punteggiatura del tutto indispensabili ed oculate; anche perché, se il racconto (d'accordo!) diciamo che non c'è, il discorso ci è comunque penetrato fin nel midollo, portandoci ad affezionarci al ritratto, anzi al corpo, all'essenza stessa, della vera protagonista, la madre (senza nome, si badi bene, lei, che riveste il doppio ruolo di mamma e, immagino, ma questo lo suppongo solamente, di esca). Una madre resa tanto tridimensionalmente bene da procurarci un affetto doloroso e vero, a noi pesci che abbiamo abboccato all'esca – dunque a lei, forse... o forse era altro, magari, questa esca, ancora me lo chiedo: forse si trattava della sopraffina operazione di seduzione intellettuale che la voce narrante voleva compiere per far sí che il suo amico-nemico Donald scrivesse il libro al posto suo (mah. Vedrete voi: il quesito è intrigante!).
Per concludere, credo che sarà qui difficile render giustizia di questa opera realmente incommentabile ed imperdibile, preziosa, se non ricorrendo ad alcuni estratti, che leggiamo nella nostra lingua grazie al riuscito lavoro della traduttrice Alice Parmeggiani. Sono certo che vi risulteranno piú accattivanti questi frammenti delle mie considerazioni, quindi con essi vado a chiudere, cosí lasciando a voi la parola (e le parole di David Albahari).
Alcune affermazioni della madre:
Sul rapporto tra il singolo uomo e la Storia:
''La prima volta che abbiamo visitato Israele, nessuna delle persone che ho incontrato parlava di ciò che era avvenuto prima della fondazione di Israele, prima del loro arrivo. La vita iniziava nell'istante in cui avevano lasciato il ponte della nave (...) e avevano calpestato il suolo di Israele. Quello che era avvenuto prima apparteneva a un altro tempo, ormai concluso. Non era stato dimenticato, semplicemente non se ne parlava piú, era storia. Questo è il punto: chi vive con la storia, non vive con la vita, è un morto, anche se è ancora in vita. La vita si mangia con il cucchiaio o si sorseggia con un cucchiaino, ma non si può solo starsene seduti a guardarla''. (Pp. 64-65).
Sui sogni:
''La persona che sogno di solito se la vede brutta. (...). Tutto si avvera. (...) Quando sogno una malattia, allora so che niente può fermarla. Quando sogno una persona, quella si presenta alla porta già il giorno dopo. E so sempre quando ci arriverà una lettera. (...) Ma di sogni non si vive. Di tutto il resto si può vivere, ma non di sogni. La mia povera zia diceva che il sogno piú bello è quello che non si sogna mai''. (Pp. 32-33).
Riferisce il narratore della madre:
Il caffè:
''Per lei, originaria della Bosnia, bere il caffè rappresentava il momento in cui, dimenticando le preoccupazioni quotidiane, un uomo si accosta al divino, si siede ai piedi del Signore. Del resto, avrebbe detto, nei fondi è contenuto il futuro, e bere quel caffè, con i fondi, significava l'unione di tutti i segmenti temporali, ossia, uno che beve il caffè senza fondi esiste solo nel presente''. (P. 70).
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"L'esca" di David Albahari (Zandonai Ed., Rovereto 2008, pp. 126, euro 13,50, traduzione di Alice Parmeggiani)
Sergio Sozi
Commenti
Ecco ?L'esca' dello scrittore serbo David Albahari...
"quello tra il romanzo ??L'esca'? dello scrittore serbo David Albahari (Zandonai Ed., Rovereto 2008, pp. 126, euro 13,50, traduzione di Alice Parmeggiani) e la marea di tentativi di scrittura d?ispirazione autobiografica che l?epoca contemporanea ci ammannisce ? un risvolto, questo, ovviamente derivante dalla massificazione globalistica, anzi dalla polverizzazione dei vissuti individuali e locali: una logica reazione al dissolvimento dell?uomo in sé e della sua storia."
> Forse: oppure, una conquista dopo il secolare dominio della terza. O ancora: una logica rappresaglia nei confronti dell'egida del c.d. "realismo" (virgoletto a ragione) di derivazione/impostazione marxista.
La prima persona nasce qui, grazie a Stirner:
www.lankelot.eu/index.php/2006/09/23/stirner-lunico-e-la-sua-proprieta/
1844.
E in narrativa esplode grazie al genio di Hamsun:
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/09/06/hamsun-fame/
1890.
118 anni dopo, grazie Knut.
164 anni dopo, grazie Max.
Sergio, scrivi: > "Un libro, pertanto, dicevamo, ipotetico, narrato in prima persona e avente, di fatto, tre protagonisti: l?(aspirante) autore, sua madre (morta anni prima) e l?amico scrittore (tale Donald). Trattasi in realtà della trascrizione di un discorso tutto interiore, o meglio di un intento unente diversi discorsi e dialoghi, non di un romanzo dunque, a sentire le reiterate dichiarazioni dell?autore"
> Affascinante. Sto pensando al "Male oscuro" del gran Berto...
Scrivi: "Oltretutto, se in qualsiasi romanzo si trovano delle parti cassabili, superflue, mi sembra proprio che questo sia invece fatto solo di parole e punteggiatura del tutto indispensabili ed oculate; anche perché, se il racconto (d?accordo!) diciamo che non c?è, il discorso ci è comunque penetrato fin nel midollo, portandoci ad affezionarci al ritratto, anzi al corpo, all?essenza stessa, della vera protagonista, la madre"
> Micidiale. Devo averlo. Alla Fiera di Roma vado e compero. Ne riparliamo appena riesco a leggere. Ma voglio leggere. La parola "indispensabile" credo di averla letta molto di rado, negli ultimi anni: se sei tu a spendere l'indispensabile, credo e commenteremo.
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"uno che beve il caffè senza fondi esiste solo nel presente'?. (P. 70)"
> Scrive Albahari. Parla, credo, dell'autore. Quello è il momento della creazione dell'arte nuova.
Grazie Sergio, gran pezzo.
"il mondo è pieno di gente che agisce senza ordine interiore, ovvero a casaccio, vendendo poi sfacciatamente queste azioni ? in realtà figlie della propria confusione ? come fossero oro colato"
Mh... molto profondo questo passo.
Molto interessante tutto il resto. Mi associo a Gf, complimenti sempre.
Grazie, Gianfranco,
il passo del caffe' senza fondi Albahari lo prende, giustamente quanto metaforicamente, dalle affermazioni registrate dalla madre (e' dunque una citazione), ma lo utilizza per rispondere polemicamente all'altro personaggio, il suo amico canadese David, che e' uno scrittore di professione che non capisce il significato profondo del bere con lentezza il caffe' coi fondi tipico della Bosnia.
Ciaociao a te e a tutti (Ilde Laura, per il momento)
Sergio
Sono io che ringrazio te per la preziosa segnalazione. Ho la sensazione che avrò qualcosa da imparare, da questo libro.
"...era storia. Questo è il punto: chi vive con la storia, non vive con la vita, è un morto, anche se è ancora in vita. La vita si mangia con il cucchiaio o si sorseggia con un cucchiaino, ma non si può solo starsene seduti a guardarla...'?. Il "presentismo", e il non convivere con la storia è un grosso errore a mio modo di vedere, che produce abbagli allucinanti e ti fa dare giudizi "personali", "opinioni"? assolutamente e spessissimamente INFONDATI. "Tanto, che mi frega della storia": vale quello che penso io, "che sordeggio col cucchiaio".
Volevo scrivere "sorseggio", terribile lapsus. Però sono disponibile a sentirmi dire che sbaglio. Ma me lo si deve dire usando argomenti molto forti, sennò non ci credo.
Perfettamente d'accordo con Lei, professore: io non condivido affatto questo punto, o meglio tali considerazioni della mamma dell'autore. Condivido invece pienamente le Sue.
Cordialmente
Sozi
...infatti sono del tutto consapevole - non ''convinto'' ma appunto ''consapevole'' - della mia personale scarsissima significanza se paragonato alla storia che vive in me. La Storia e' piu' grande di noi proprio perche' la abbiamo dentro senza conoscerla.
Egregio Sig. Sozi, Lei mi toglie un peso dallo stomaco, perché, le dico, non m'è capitato che raramente di sentire certe cose. Però, a essere onesto, talvolta si sentono giudizi, "opinioni" estremamente lesivi dell'intelligenza. E allora mi viene da pensare: accidenti! con simili teste in giro, per forza poi che al mondo succedono cose incredibili, surreali, e non uso che eufemismi. Potrei tradurli con un termine più forte: "Terribili"!
Egregio Prof. Sardellaro,
non sono persona dal carattere facile, ma il fatto di riconoscere l'oggettiva inferiorita' della nostra epoca, almeno sul piano letterario, rispetto alle altre ere, e' cosa che reputo fondamentale per cominciare a far dei paragoni fra quel che (purtroppo) vediamo noi e quel che la razza umana ha avuto il privilegio di vedere in circa un milione d'anni di esistenza.
Gia' il fatto che in un solo ''lungo, minuscolo secolo'' - il XX - si sia preteso di dominare la Natura e qualsiasi sua derivazione (fisica e spirituale), cosi' creando un microcosmo di follia autoreferenzialmente ''dis-umana'', la dice lunga sulla nostra attuale fesseria. Fesseria in corso d'opera nel XXI secolo, direi.
La saluto caramente
Sozi
P.S.
...e anche io ''sordeggio'' quando qualcuno vuol farmi sentire qualche ''opinione rivoluzionaria'' delle tante odiernamente usuali.
Con spiritosita' e simpatia, professore.
Sozi
Sergio un pezzo ottimo.
non hai certo bisogno che ti si dica ma l'ho letto e riletto
grazie
patrizia