“L’uomo vive della sua capacità di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare solamente il bene”. È una sorta di meccanismo di autodifesa, un’alterazione dei ricordi a danno della realtà, una strategia per andare oltre, per non arrendersi al dolore, spiega Šalamov. Ma ci sono orrori che non si lasciano archiviare nell’oblio e ci sono libri che diventano custodi della verità. È il caso dei suoi “Racconti della Kolyma”: inchiostro pesante che restituisce la follia cieca delle repressioni staliniane, descrivendo le atroci sofferenze degli innocenti rinchiusi nei lager, i cui destini non smetteranno di costituire atto d’accusa, gridando la colpevolezza del secolo sanguinario che abbiamo alle spalle.
L’Europa sperimenta lo sterminio, a partire dal 1917, con i gulag, apre la strada a quella logica abominevole che avrebbe portato, poi, alla Shoah. La patria di Dostoevskij e Tolstoj si fa teatro di un feroce “massacro di milioni di uomini compiuto in tutta impunità”. E queste pagine sono squarci sull’inferno, sono urla contro il silenzio e l’indifferenza di quanti per anni si sono ostinati a disconoscere e rinnegare. Non stupisce, allora, la travagliata vicenda editoriale di questa raccolta, ultimata nel 1973 e composta da più libri: I racconti della Kolyma (divenuto titolo per l’intera opera), La riva sinistra, Il virtuoso della vanga, Schizzi dal mondo criminale, La resurrezione del larice, Il guanto, ovvero KR-2. Le riviste e gli editori ne rifiutarono per anni la stampa, nel 1972 le autorità sovietiche addirittura imposero a Šalamov di sconfessare il testo attraverso un documento in cui affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita». Diretta conseguenza di tanta ostilità, fu la pubblicazione frammentaria e confusa nei paesi esteri, e la prima apparizione moscovita della versione integrale, soltanto nel 1992.
Siamo di fronte ad un libro che è più di un libro: è documento; è indice puntato contro la bugia del comunismo. Scrive bene Erri De Luca quando afferma che l’esperienza dei campi di concentramento sovietici ha avuto il proprio vertice lettarario ne I racconti della Kolyma, con i quali Šalamov ha dato la sua voce alla più vasta prigionia di massa della storia umana. Scrive bene quando ribadisce che “uno di noi venuti dopo, ha I racconti della Kolyma e Dos Lid per fondare la sua appartenenza al millenovecento”. A quel secolo barbaro che è passato dai lavori forzati in Siberia ai crematori di Auschwitz squalificando l’intero genere umano. Perché di umano non c’è nulla, in quell’abisso di violenza, in quelle fabbriche di morte che sbranavano la dignità dei deportati col gelo, la fame e le continue vessazioni.
Šalamov restituisce l’angoscia della prigionia, il terrore degli interrogatori, la crudeltà della vita nei lager, la rabbia che corrode i pensieri, la rassegnazione al male e insieme l’ostinazione a voler salvare la vita. La sua è una galleria di volti e di storie diverse eppure tutte uguali: anelli di un’ininterrotta catena di umiliazioni e tormenti che testimoniano come “la nostra epoca sia riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano”.
Leggere, quindi, significa sprofondare nella disperazione più assoluta e contemporaneamente tentare di partecipare a posteriori allo smarrimento di quanti si sono ritrovati fagocitati da quell’assurdo sistema di persecuzione. Ingannati da tutti, dallo Stato in primis che si trasforma in carnefice e ammazza ideali, futuro, onore e coscienza prima ancora di strappar via la vita. Ingannati dai propri stessi affetti, perché durante la dittatura di Stalin la delazione è la nuova peste che dilaga senza limiti. Denunciare è il mezzo per assicurarsi favori e privilegi. “Non lo si fa per niente: il capo può offrire della machorka (fumo), fare delle lodi, ringraziare. Il delatore fa passare la propria vigliaccheria e la propria perfidia per qualcosa che somigliasse al dovere”. E allora non esiste aiuto reciproco in virtù della stessa malasorte, è una lotta contro tutti, pochissime le eccezioni. In quest’ottica il solo arresto equivale alla condanna certa: cinque, dieci, trent’anni si smarrisce il valore del tempo, ogni pena è un’incognita e una volta scontata, non c’è garanzia di ritorno alla libertà giacchè su quanti terminano il loro periodo di detenzione, incombe sempre la minaccia di un nuovo affare montato ad hoc per procrastinarne il rilascio. La giustizia sovietica è una macchina diabolica di commi che si sommano generando invariabilmente lo stesso risultato: la morte, se non fisica morale certamente.
“Uno dei principali sentimenti del lager, infatti, è l’immensità della mortificazione”. E “non c’è niente di misterioso, si tratta di un imbroglio organizzato” alla perfezione, che maschera dietro la produttività la sete di distruzione e di potere. “Il lavoro è una questione d’onore, di gloria, di valore e di eroismo”, recita la citazione all’ingresso dei campi. Ogni detenuto è mero ingranaggio di un’enorme catena di montaggio umana. Strade, ferrovie, ponti non c’è nulla che in quegli anni bui non sia stato costruito dai forzati nel gelo dei sessanta gradi sotto lo zero della Kolyma. E Šalamov racconta dettagliatamente come “il mancato adempimento del piano statale fosse ritenuto un crimine controrivoluzionario”. Tutti quelli che non realizzavano la norma, erano direttamente spediti all’altro mondo, perché “in un lager non ci si può rifiutare di lavorare, la renitenza viene trattata alla stregua del delitto più mostruoso, peggiore di qualsiasi sabotaggio. Con le ultime forze devi assolutamente trascinarti fino al posto di lavoro e sarai salvo dalla fucilazione”. Ma solo per quel giorno, poi arriverà l’alba a rinnovare la tortura delle interminabili ore in miniera o nei giacimeti.
Non c’è pagina che non dia la chiara dimensione di quell’odissea: la prima e la terza persona si alternano, l’autore ripercorre la propria esperienza, ne condivide emozioni e momenti salienti e insieme fornisce tutta una serie di ritratti delle persone incrociate tra i ghiacci di quella terra senza scampo. Indimenticabile per intensità, il racconto intitolato “Cherry-Brandy” in omaggio all’omonima poesia di Mandel’štam, di cui il nostro immagina la morte. Ma siamo di fronte ad un libro in cui nulla è trascurabile, ogni sillaba risulta preziosa, ogni riga è testimonianza e monito che inchioda la Storia alle sue responsabilità. Descrive i kambedy: i comitati di mutuo soccorso organizzati in prigione, che fecero della solidarietà tra zek (compagni di cella), la regola: legge non scritta che restò in vigore nonostante le repressioni da parte delle guardie carcerarie, le minacce e le sansioni. Šalamov è inequivocabile. Descrive la malavita che prospera ai danni dei «fessi». Descrive gli ospedali: tra l’empirismo di medici che conducono i loro “esperimenti su materiale vivo”, e la disperazione dei simulatori che in realtà non hanno nulla da fingere, “malati ben più seriamente di quanto pensino loro stessi” e ridotti invece ad accentuare sintomi altri, pur di non essere rispediti a scavare. Descrive i capisquadra e spiega come “dare ordini in un lager sia il peggiore dei peccati di un lager, là dove si paga col sangue, dove l’uomo è privato di qualsiasi diritto, prendere su di sé la responsabilità della volontà altrui per ciò che riguarda la vita e la morte è un peccato troppo grande, mortale, un peccato che non può essere perdonato”. Descrive l’eroismo dei rari tentativi di evasione e il cannibalismo come atroce conseguenza di una fuga che porta diritti alla fame più nera. Perché il clima della Kolyma non concede possibilità di sopravvivenza, è alleato delle autorità, e braccato e denutrito, l’uomo, degenera fino a cedere il passo alla bestia arrivando a nutrirsi dei propri simili e dimostrando così tutta l’ignobile efficacia della politica di gestione dei campi sovietici in cui “per dirigere senza difficoltà la coscienza umana ci voleva una certa gerarchia dello stomaco”.
I gulag sono stati soppressi solo nel 1960.
Dov’era l’Europa nel frattempo? Dov’erano gli intellettuali, quelli che la malavita nei lager chiamava dispregiativamente Ivan Ivanovic?
Molti tra le vittime, troppi asserviti al potere. Incapaci di “trovare in sé stessi forze interiori sufficienti, la fermezza morale, per avere rispetto di sé e non riverire la divisa, il grado”.
Šalamov ha osservato a lungo “la piaggeria, il volontario umiliarsi dell’intelligenija”, conosce perfettamente “il segreto della gente che sta «vicino alla staffa»”.
“I racconti della Kolyma” sono uno schiaffo anche alla loro meschinità.
Leggerli è un dovere morale.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Varlam Tichonovič Šalamov, (Vologda, 18 giugno 1907 – Mosca, 17 gennaio 1982) è stato uno scrittore, poeta e giornalista sovietico. Prigioniero politico per lunghi anni, sopravvisse all'esperienza dei gulag.
Varlam Šalamov, “I racconti della Kolyma”, Adelphi, Milano, 2005
Titolo originale: Kolymskie rasskazy
Traduzione di Marco Binni. Pp. 631
Angela Migliore, agosto 2009
Commenti
ANGELA MIGLIORE presenta...
?L?uomo vive della sua capacità di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare solamente il bene?. È una sorta di meccanismo di autodifesa, un?alterazione dei ricordi a danno della realtà, una strategia per andare oltre, per non arrendersi al dolore, spiega ?alamov. Ma ci sono orrori che non si lasciano archiviare nell?oblio e ci sono libri che diventano custodi della verità. È il caso dei suoi ?Racconti della Kolyma?
Ho impiegato più tempo di quanto pensassi a scriverne, ma ho cercato di fare del mio meglio. Spero sia sufficiente.
Tempo impiegato bene.
Ma la domanda è: Quanto è facile non sapere? Secondo me è molto facile non sapere. Basta guardare giusto al proprio orto. Purtroppo. Siamo sempre pronti a giustificarci. Vabbè, altro discorso.
grazie.
2. Assolutamente.
Ottima pagina, e altra Adelphi fondamentale.
"Dov?era l?Europa nel frattempo? Dov?erano gli intellettuali, quelli che la malavita nei lager chiamava dispregiativamente Ivan Ivanovi??
Molti tra le vittime, troppi asserviti al potere."
> Al partito...
3> E' facilissimo non sapere, forse, però, oggi un po' meno.
Grazie a te, Andrea, per la lettura sempre attenta.
4> Questione di parola data :)
In realtà sull'edizione Adelphi qualche critica l'avrei.
Un libro del genere non può essere stampato senza introduzione e postfazione. Senza una breve cronologia degli avvenimenti storici di riferimento. Inoltre manca anche un buon apparato di note che aiutino a districarsi nel testo. Se non avessi letto prima "La nuda verità. Il romanzo della vita offesa", non avrei capito a fondo certe situazioni descritte, una su tutte la questione dei vari commi del codice penale, ad esempio.
Insomma se confrontiamo il lavoro delle due case editrici, L'ancora del Mediterraneo sorpassa Adelphi di gran lunga
Il testo che ho letto non è integrale, presenta - cito dalla nota biobibliografica - un'ampia scelta dai quattro libri che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma. L'edizione integrale è stata pubblicata da Einaudi.
http://www.einaudi.it/libri/libro/varlam-salamov/i-racconti-di-kolyma/97...
5> Eh...
6. 5. Forse alcuni intellettuali non vollero vedere, o non credettero a ciò che videro. A volte, quando credi in una cosa, non vuoi conoscerne i difetti, e la salvi ad ogni costo anche dove fa acqua. E succede che si arriva quasi alla giustificazione di certi orrori.
(Questa cosa non c'entra, ma ve la racconto: in Toscana, due clandestini arrivati ai centri di permanenza temporanea sono stati pregati di ritornare fra 6 mesi, perché non c'era più posto)
Oggi è molto difficile sapere, perché non abbiamo più punti di vista.
Noi pensiamo che la rete sia luogo di tutti, ma non è così. Qui dentro c'è una minoranza. Ed è giovane. E viviamo in un paese anziano. Dove si guarda la tv (RAI e Mediaset, e canali localissimi) e si comprano i giornali locali. Un gran bordello, direi.
Grazie di questa bella pagina, aspettavo di leggerla.
Un fulmine l'accostamento di De Luca...quando si dice il destino...
grande pagina, veramente.
Eppure si parla meno, mi sembra, di queste stragi, che non furono minori, né meno terribili, rispetto alla Shoah.
?L?uomo vive della sua capacità di dimenticare. La memoria è sempre pronta a dimenticare il male per ricordare solamente il bene?. È una sorta di meccanismo di autodifesa, un?alterazione dei ricordi a danno della realtà, una strategia per andare oltre, per non arrendersi al dolore,"
è un'osservazione vera.
9.Proprio perché non è facile portare tutti alla rete per ora (e non credere che siano solo gli anziani in senso stretto, c'é anche l'età di mezzo, specie le donne che non hanno tempo) sarebbe importante avere un'informazione libera e non irregimentata.
9> Sì, Andrea, credo tu abbia ragione. C'è meno informazione di quanto si possa credere e spesso anche chi sa finge di non sapere, o comunque non ha la capacità di agire di conseguenza.
Internet per molti è sinonimo di chat e download, non è di tutti l'approccio che abbiamo qui, della rete come fonte d'informazione meno parziale e più libera.
10> A volte ci si imbatte in coincidenze preziose come regali inaspettati. :)
11> Sì, se ne parla meno. Molto probabilmente perchè la storia dei gulag si intreccia inscindibilmente con la politica. Non voglio cadere nell'errore di far paragoni, ma per la Shoah è stato diverso. Completamente diverso. Due orrori assurdamente vicini eppure distanti per quello che riguarda l'idea cui si sono crudelmente ispirati.
"Non c?è pagina che non dia la chiara dimensione di quell?odissea: la prima e la terza persona si alternano, l?autore ripercorre la propria esperienza, ne condivide emozioni e momenti salienti e insieme fornisce tutta una serie di ritratti delle persone incrociate tra i ghiacci di quella terra senza scampo. Indimenticabile per intensità, il racconto intitolato ?Cherry-Brandy? in omaggio all?omonima poesia di Mendel??tam, di cui il nostro immagina la morte. Ma siamo di fronte ad un libro in cui nulla è trascurabile, ogni sillaba risulta preziosa, ogni riga è testimonianza e monito che inchioda la Storia alle sue responsabilità".
Asciutto, essenziale e molto chiaro. Mi ero perso questa pagina, vedo che hai proseguito con queste letture d'orrore - passami il termine. Complimenti per il coraggio e la disposizione, te lo ribadisco, soprattutto perchè in estate viene ancora meno semplice accostarsi a queste letture. Io lessi molto qualche anno fa, degli orrori del Novecento, tra l'altro disseminati un po' ovunque e di qualsiasi colore (Vietnam, Tibet, Cina, ex Jugoslavia, Giappone, Mitteleuropa ed anche Centro e Sudamerica: pochi sanno quello che successe a Panama, ad esempio), e in questo periodo proprio non avrei la disposizione giusta per avvicinarmici ancora. Meno male che c'è chi se la sente;)
15> Te lo avevo promesso, no? Ho approfittato dell'estate vista la possibilità di disporre di più tempo. Così mi sono concessa il lusso di avere un motivo ulteriore per l'umore bigio.