Alajmo Roberto

La mossa del matto affogato

Autore: 
Alajmo Roberto

Mi è già capitato di spiegare che i titoli ai capitoli mi disturbano, il più delle volte penso di saltarli, non leggerli proprio ma finisco col disobbedirmi allora ritorno (a lettura del capitolo conclusa) per rileggerli e individuarne il senso.
In questo romanzo il problema era doppio (quasi triplo ho scoperto nelle ultime pagine).
Titolo del romanzo.
Titoli dei capitoli.
Immagine in copertina.
C’è un filo sottile eppure importante che li unisce e questo filo meriterebbe una decodifica accurata. In parte ci si arriva, leggendo. Ma non del tutto perché gli scacchi sono parte integrante della narrazione e purtroppo confesso di aver preferito (da ragazzina al mare) la dama, più semplice e senza tutte quelle figure inquietanti (cavalli, alfieri, regine e re…).
Per cui, ancora prima di spiegare cosa mi ha lasciato questo romanzo vi dico: se non lo conoscete, fatevi spiegare gli scacchi. (‘Donna nera mangia pedone in F2’mi è rimasto impresso perché appunto, non conoscendo bene il gioco ho attribuito al titolo un altro significato, più letterale diciamo.)
Il primo elemento che colpisce, dalle prime righe è il narratore. Non si tratta di una ‘voce esterna’ nel senso tradizionale del termine ma non è neppure uno dei protagonisti che racconta. E’ una narrazione in seconda persona che, ammetto, non è soltanto inusuale ma anche rischiosa. Siamo molto abituati a leggere seguendo l’ ‘occhio’ lontano di un ‘qualcuno’ che da subito qualifichiamo come ‘il narratore’ intesa come entità che si muove tra gli svolgimenti, le ambientazioni e i personaggi stessi. Il narratore esterno può tutto o quasi, aleggia, nota dettagli, sfumature, avverte i sentimenti e i pensieri, può davvero descrivere ogni possibile sfumatura (poterlo fare, certo, non significa che poi lo faccia veramente, non sempre quanto meno). Oppure, meno frequentemente, accettiamo che sia proprio uno dei personaggi a raccontare, con tutte le imperfezioni e mancanze del caso. Un paio di occhi che non si muovono dunque e descrivono la loro parziale visione della storia.
In questo romanzo invece il narratore non è un personaggio ma lo conosce, il protagonista. Ed è proprio a lui che si rivolge narrando la sua storia. E al lettore può ‘suonare’ strano. Ma come? Io sono qui, ti leggo e tu che fai? Mi boicotti? Te ne freghi? Non scrivi per me, non ti preoccupi di nessun’altro se non del protagonista stesso?
Ebbene si.
Il narratore in seconda persona è dunque un rischio, l’intera struttura del romanzo verte sulle mosse compiute davanti alla scacchiera (da qui i titoli) e sulle scelte di quella ‘voce’ che ripercorre il passato remoto, recente e il presente del protagonista come a volerglielo ricordare. Come se glielo sussurrasse nell’orecchio un momento prima che. Quel ‘che’ non lo posso chiarire ma è un punto di ‘approdo’.
Giovanni, il protagonista, è un uomo abituato a vivere di mosse, è come se tutto fosse un gioco. Conosce benissimo le regole al punto da piegarle ai propri interessi e ha una straordinaria capacità di ‘cammuffamento’. Giovanni cambia casa in continuazione. Periodicamente cambia il numero di cellulare, lasciando non soltanto il riferimento in sé ma anche tutti i contatti indesiderati, quelli a cui deve dei soldi che non è disposto a rendere o che lo cercano per qualche favore da restituire. Giovanni ha un’abilità particolare con le banche, ha numerosi conti aperti in istituti di credito diversi dai quali sposta somme di denaro al bisogno, se ne fa prestare per coprire uno scoperto, versa qualcosa ogni tanto e così a rotazione.
Ci sono tre parole che mi sembrano riassumano molto bene il vivere di Giovanni: trucco, talento e sfuggire. Le ho cerchiate da una frase in particolare che mi è rimasta impressa.

“Questo se ricevi la convocazione. Il trucco sta nel non riceverla affatto. Bisogna avere un talento, per questo. Bisogna saper sfuggire, sottrarsi, mai firmare niente che il postino voglia farti firmare.” (pag.98)

Giovanni vive decisamente al di sopra delle sue possibilità economiche, come gli farà giustamente notare un creditore. Non perché il suo reale tenore di vita sia scadente, bensì perché è il sistema che lo porta a possedere una porche, ad attirare registi ricercati, a ottenere finanziamenti della comunità europea e viadicendo – è il sistema insomma che gli procura eccitazione, lo fa sentire un ‘vincente’. Perché quel sistema di incastri, corde tirate ma mai troppo, equilibri rivolti alla fuga, promesse puntualmente disattese- tutto questo è un gioco. Un enorme gioco che Giovanni affronta ogni giorno convinto di vincere la sua partita perché è quello che ha fatto per vent’anni e più.

“ Ora invece camminavi su una strada di periferia, stanco, malmesso, senza soldi, rischiando ogni momento di essere investito: e la scommessa era tutta lì” (pag.192)  (i termini ‘gioco’, ‘scommessa’, ‘partita’, ‘mossa’ ricorrono con una certa cadenza nella narrazione che fitta li ingoia ma non mancano di emergere nei significati importanti)

Perfino i rapporti umani sono misurati in base alla loro minore o maggiore quotazione, al valore di ‘mercato’ insomma. In particolare la sua relazione con la moglie e perfino il recente legame rimasto dopo la separazione viene spiegato con termini proveniente dal mondo azionario. Ho avuto spesso l’impressione che per lui i più comuni sentimenti non esistano, neanche si pone il problema (o almeno è quello che traspare dall’ironia velata del narratore tanto quanto dalle azioni stesse del protagonista). Il sesso certo, non si discute, ma a monte c’è sempre un calcolo di probabilità, una ‘stima’ o una valutazione sulle potenzialità. Non ho mai trovato la parola ‘amore’ e affini, davvero mai (nel caso mi sbagliassi, me le fossi perso leggendo accolgo segnalazioni o rettifiche). Non credo che Giovanni possa andare molto oltre un tiepido interesse momentaneo, non dal punto di vista dell’istinto innato. A un certo punto ho pensato, verso la fine del romanzo, di essermi sbagliata quando si legge che ha voglia di rivedere le sue figlie (rimaste con la moglie dopo la separazione), manifesta quello che sembra un bisogno dettato dalla reale mancanza. Ma poi se ne pente. Si scoprirà che invece. Insomma. Tutto ha comunque un retrogusto legato al gioco, alla potenziale vittoria da raggiungere e al rimanere un rispettabile vincente.

“Magari un maschio ti avrebbe consentito di lanciare un’offerta pubblica di acquisto e ritornare in possesso di quell’un per cento di azioni familiari che facevano la differenza.” (pag.121) (Su questa frase ho dovuto respirare un po’ per calmarmi. Come donna e madre intendo. Seppure consapevole dell’ironia, la provocazione, sono convinta che qualche maschietto in giro per l’Italia lo pensi davvero.)

Nel corso della narrazione mi è venuto il sospetto che il vero colpevole di ogni azione, risvolto, conseguenza e caduta fosse l’incomunicabilità e ‘quel vivere ognuno per sé’ che mi sembra, in realtà, un messaggio in codice che Alajmo lascia al lettore. Tutti i personaggi, di fatto, hanno difetti evidenti. O sono avidi, o sono acidi, o sono opportunisti, si sentono superiori agli altri, tentano di schiacciarsi a vicenda, cercano una perenne luce che li illumini più di.
Le figure femminili, in particolare, mi hanno colpito perché ognuna a suo modo si lascia sfruttare da Giovanni ma anche il contrario. Tra amanti, amiche, moglie e figlie non c’è nessuna in particolare che dimostri di interessarsi seriamente a lui e – chiaramente – viceversa. E’ un resoconto crudele, sprezzante in alcuni casi dell’universo femminile in generale, quello che emerge dalle pagine al punto che viene quasi il sospetto che il fantomatico ‘narratore’ sia un uomo a sua volta. Io credo di si. Le donne, dunque, non sono poi tanto diverse dagli uomini in quanto a desideri e bisogni. Vogliono comunque qualcosa che va oltre il gesto singolo, il sentimento. Eppure hanno un’unica diversità che mi è sembrata rilevante, qualcosa che alle figure maschili non è concessa: ‘il bastarsi’. Che emerge in particolare in un stralcio che di seguito cito ma lo si ritrova anche in altre scene dove l’amante di turno lo molla per qualcosa o qualcun altro senza troppe cerimonie di addio. E’ come se Alajmo volesse sottintendere che le donne, comunque, cadono in piedi o si rialzano con meno ammaccature proprio perché possono bastarsi da sole, in certe condizioni.

“Era normale. Ormai le tre donne di casa bastavano a sé stesse. Ti chiedevano una partecipazione puramente formale, mentre nel frattempo il tuo mondo, il mondo che tu padroneggiavi, si muoveva in maniera sempre più rapida e in una direzione del tutto diversa.” (pag.124)

Questo romanzo è il tratteggio di una società allo sbando, piena di buchi e assenze. Giovanni è di certo il rappresentante di una certa categoria di persone che vivono per sfidare le regole, per vincere barando, in pratica. Ma è in buona compagnia. Anche se, probabilmente, è l’occhio che osserva ad avere una certa predisposizione a una visione ‘nera’ dove nessuno prova sentimenti autentici, dove non ci si innamora con la ‘i’ maiuscola, dove non esiste la rinuncia, il bene altrui e la stima. Esistono soltanto le mosse. E la conclusione della partita che si avvicina sempre di più, attraverso un ritmo incalzante, crescente e allucinato.
E’ difficile per il lettore qualificare quello che sta leggendo. Da subito capisce di essere finito nelle mani abili e maliziose del ‘narratore’. E’ un racconto che segue mosse non consecutive, l’asse temporale viene stravolto spesso, direi più facilmente ripreso. Si accennano eventi che poi verranno chiariti in capitoli successivi, attraverso una nuova mossa. E in questo continuo ricostruire il presente (mentre il narratore si rivolge a Giovanni) e il passato che ha diversi strati di vicinanza con il presente; in mezzo a questa ricostruzione, insomma, il lettore gira. Gira come una trottola. E si lascia anche ‘fregare’ da narrazioni che sembrano ma non sono. Come quando, in uno dei capitoli iniziali, il narratore ripercorre la vita della madre di Giovanni. Peccato che la tragedia in cui si va a infilare il lettore non sia mai esistita. E lo scopre subito dopo, il tempo di sospirare per la sfortuna di questo bambino e zac! Si scopre l’arcano, la bugia studiata a tavolino dal protagonista stesso per camuffare un’altra degradante realtà.
Non è dunque una lettura immediata, bensì è un incastrare moti, avvenimenti, intenti del narratore quanto del protagonista.
Eppure è una di quelle ‘fatiche’ che non restano silenziose. Credo che il lettore si renderà conto, alla fine, di aver scoperto un mondo nuovo, un approccio inedito alle storie, gli scavi e le analisi. E ne vale la pena, quanto meno per svincolarsi dalle dinamiche ‘tradizionali’. Assolutamente.
Mi è rimasta addosso molta aridità, un senso di oppressione, di fuga continua, di battaglia senza armi volta a spintonare qualcun altro cercando di non farsi colpire. E’un visione tragica nell’insieme, quella offerta da Giovanni attraverso le labbra del narratore. Ma anche un’analisi lucida e disperata di un’esistenza che prima ancora di arrivare alla fine è già ‘affogata’.
C’è poi, sul finale, un cambiamento di atmosfera che il lettore avverte subito. Per tutto lo svolgimento precedente, gli avvenimenti principali tra salti temporali e bizzarrie, non superano mai una certa soglia di sopportazione, non arrivano a oltrepassare il confine con il pericolo. Non si sentono, insomma, le mani che si informicolano, il cuore che accelera e gli occhi che strabuzzano. Certi capitoli sono quasi più comici che drammatici. Ma non gli ultimi. Lì davvero cambia l’aria, arrivano folate fredde e stonature che piano, piano prendono vita anche nell’immaginario del lettore. Mi sono rivista (ormai oltre dieci anni fa) mentre leggevo il famoso ‘Shinning’ di King. Non tanto perché questo romanzo diventi un horror (anche se, tutto sommato come provocazione ci starebbe anche) piuttosto perché l’abilità di Alajmo sta proprio nel tenere in pugno il lettore. E’ capace di modificare il ritmo, l’andatura della narrazione a seconda di dove vuole portare il lettore ed è una trasformazione impercettibile, che arriva lenta ma poi diventa impossibile ignorarla.
Alajmo usa la scrittura per provocare emozioni, scatena tempeste, risate o brividi senza imporsi con volumi alti (come fanno le pubblicità televisive, ci avete mai fatto caso? ) o immagini shock. Lo fa semplicemente attraverso parole sapientemente dosate, un’ironia disarmante, una visione d’insieme precisa, cruda e una volontà lucida nel rappresentare, attraverso Giovanni, quelle che sono invece caratteristiche ormai diffuse, forse addirittura radicate, in questa nostra società moderna.
Forse siamo tutti giocatori, in fondo.
Forse abbiamo imparato a misurare ogni cosa con una qualche forma di tornaconto. Gli affetti, i sentimenti, i legami. Forse tutto ci serve per.
Solo che poi ne perdiamo il controllo. Di questo nostro mondo fatto di equilibri sottili, fili tirati, silenzi e parole non dette (perché non c’è la volontà, la voglia di conoscere gli altri a fondo come ammette lo stesso Giovanni quando confessa di non conoscere le sue figlie perché non ha mai trovato qualcosa da dire – che nonostante l’ironia del narratore è un’affermazione forte, devastante nella sua onestà).
Affogarsi da soli è un paradosso eppure è esattamente questo il messaggio finale o almeno quello che ho colto io.
Finire affogati per mano propria, perché ogni mossa è un accerchiamento di pedine che sono le nostre alla fine, non quelle dell’avversario.
Siamo noi che ci condanniamo.
Crediamo di uscirne vincitori fino alla fine e questo ci rende ciechi, non ci lascia ragionare sulle mosse successive, sulle conseguenze.

“Le parole non bastano. Le parole sono troppe e servono a poco. Sei stufo di sentire tutte quelle parole. E’ un attimo: sposti…” (pag.229)

Non saprei stabilire se è un ragionamento prettamente maschile (io l’ho sentito fare solo da uomini fin ora ma non sono un distaccamento dell’Istat) però c’è di fondo questa visione della realtà a testa in giù che un po’ sconcerta. Così come si avvertono i silenzi, le non comunicazioni, le condivisioni dimenticate, mai pronunciate quanto ignorate; quanto il protagonista continua a sentirsi vittima di queste parole che gli sembrano sempre e comunque in eccesso. Allora forse è solo una questione di angolazioni, di punti di vista. E in questo romanzo, in effetti, l’intento è focalizzare l’attenzione su talune angolazioni (la scelta stessa del narratore in seconda persona, sembra ‘di parte’, quanto meno poco globale nell’ordine generale della storia).

Barbara Gozzi

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Roberto Alajmo è nato a Palermo il 20 dicembre 1959. Ha pubblicato, fra l’altro: "Almanacco Siciliano delle morti presunte "(Edizioni della Battaglia, 1997, premio “Feudo di Maida”), “Le scarpe di Polifemo” (Feltrinelli, 1998, premio “Arturo Loria”), “Notizia del disastro” (Garzanti, 2001, premio Internazionale Mondello), “Cuore di Madre” (Mondadori 2003, premio Campiello, secondo classificato al premio Strega), “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo” (Mondadori 2004), “E’ stato il figlio” (Mondadori 2005, premi SuperVittorini e Super Comisso, finalista al premio Viareggio). Con Laterza, nel 2005 ha pubblicato il saggio “Palermo è una cipolla” e “1982. Memorie di un giovane vecchio” (Laterza, 2007).

Roberto Alajmo, ‘La mossa del matto affogato’, Mondadori 2008, pag.241, Euro 17.

APPROFONDIMENTO IN RETE

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ISBN/EAN: 
9788804568544

Commenti

Amici,
nuovo articolo di Barbara. Buona lettura!

Grazie per l'impaginazione e la foto finale, la volevo mettere anch'io ma no sapevo se qui faceva piacere. Non tanto per un fattore di pubblicità, anzi, piuttosto perché ha un suo simbolismo rispetto al titolo del libro e dei vari capitoli...

Buona domenica!
Barbara

Buona domenica anche a te:). Sulle copertine vai tranquilla, hai spiegato perfettamente nelle prime righe a cosa servano. Quando sono belle come questa è un peccato non pubblicarle.

" Ma non del tutto perché gli scacchi sono parte integrante della narrazione e purtroppo confesso di aver preferito (da ragazzina al mare) la dama, più semplice e senza tutte quelle figure inquietanti (cavalli, alfieri, regine e re?). "

> Sugli scacchi, prima integrazione:
non puoi perdere il capolavoro di Maurensig, "La variante di Luneburg", in Adelphi.

http://www.lankelot.eu/index.php?tag=maurensig

è un nostro autore di riferimento:)

"Il narratore in seconda persona è dunque un rischio, l?intera struttura del romanzo verte sulle mosse compiute davanti alla scacchiera (da qui i titoli) e sulle scelte di quella ?voce? che ripercorre il passato remoto, recente e il presente del protagonista come a volerglielo ricordare. Come se glielo sussurrasse nell?orecchio un momento prima che. Quel ?che? non lo posso chiarire ma è un punto di ?approdo?."

> Scelta molto interessante. Bel rilievo.

"Mi è rimasta addosso molta aridità, un senso di oppressione, di fuga continua, di battaglia senza armi volta a spintonare qualcun altro cercando di non farsi colpire. E?un visione tragica nell?insieme, quella offerta da Giovanni attraverso le labbra del narratore. Ma anche un?analisi lucida e disperata di un?esistenza che prima ancora di arrivare alla fine è già ?affogata?"

> Bello. Pensi di poterci parlare delle altre opere di Alajmo, in futuro?

A latere. "Non saprei stabilire se è un ragionamento prettamente maschile (io l?ho sentito fare solo da uomini fin ora ma non sono un distaccamento dell?Istat)".

> Dipende dai contesti e dai frangenti. Mi sembra di aver letto uno studio, tempo addietro, che confermava che il numero di parole adottate mediamente da un uomo e da una donna fosse molto differente. Non so dirti dove l'ho letto - forse battuta Ansa - ma mi è rimasto impresso. Quindi è forse un approccio geneticamente diverso.

ave

> Bello. Pensi di poterci parlare delle altre opere di Alajmo, in futuro?

Seguirò Alajmo di sicuro. Tempi e modi non saprei, però si. Assolutamente.
Sono le letture più complesse, quelle difficili da codificare, quelle che sembrano lontane dal nostro essere e dalla vita così come la vediamo (o vogliamo vedere); sono proprio queste insomma, le letture che più meritano 'annotazioni a margine' secondo me. Appunti di lettura che possano spronare, incuriosire.
Parlo di una lettura accurata, in questo caso, che possa lasciare una sorta di 'traino' verso chi, invece, preferisce di solito leggere diversamente (o leggere poco).
[Fermo restando che ognuno ha il sacrosanto diritto di leggere come, dove e quando gli pare, ci mancherebbe].

B

Cito" A latere. ?Non saprei stabilire se è un ragionamento prettamente maschile (io l?ho sentito fare solo da uomini fin ora ma non sono un distaccamento dell?Istat)?.

> Dipende dai contesti e dai frangenti. Mi sembra di aver letto uno studio, tempo addietro, che confermava che il numero di parole adottate mediamente da un uomo e da una donna fosse molto differente. Non so dirti dove l?ho letto - forse battuta Ansa - ma mi è rimasto impresso. Quindi è forse un approccio geneticamente diverso. "

Si, hai ragione.
L'annotazione assolutamente personale (cioè mia, da lettrice imperfetta) voleva arrivare a un'osservazione legata al testo. Dal momento che il protagonista assoluto è Giovanni e dal momento che il narratore non ha sesso (non dichiarato intendo), mi sembrava 'di genere' l'affermazione. Come a volervi porre l'accento. Come se ci fosse, di fondo, una riflessione più ampia. Da questo spunto sono quindi arrivata a notare come, forse, qui c'è una visione più maschile. Almeno nello strato superficiale. In realtà non ne sono convinta del tutto. Ci sono anche tantissime donne che parlano, parlano, e via via ma poi non 'registrano', non scavano davvero insomma. Il termine stesso 'parole' secondo me può assumere contorni diversi. A seconda di come le si ascolta, dei significati attribuiti, sentiti, colti o celati. Sono parole anche quelle per chiedere informazioni stradali, no? O quelle al bar per fare colazione. Tanto quanto lo sono quelle in un litigio, per esempio. O quando cerchiamo di sostenere una posizione (politica, religiosa, sociale ect...). No? Eppure.
Nella citazione che ho messo, il protagonista è stanco di parole perché sta vivendo un momento cruciale. E' al confine, insomma. Tra un 'raddrizzare' la situazione che sembra comunque impraticabile e un 'lasciarsi andare' a quello che verrà, forse a una forma di annegamento folle. Allora, in questo stato di confusione, inutilità di qualsiasi gesto pratico, schiacciamento... le parole gli sembrano superflue, addirittura troppe (anche se lui, in effetti, non ne è proprio un consumatore fedele). Questa è più o meno la scena che però ha dei simbolismi evidenti.

B

[Roberto Alajmo] Ho finito di

[Roberto Alajmo] Ho finito di leggere "Repertorio dei pazzi della città di Palermo" un elenco di gesti di quotidiana follia. Avevo le lacrime, sentendomi un po' in colpa. All'interno ho trovato metà cast di Ciprì e Maresco. Uno dei migliori è il collezionista di lampadine. Fulminate.

[Alajmo] scrivine, Hammer!

[Alajmo] scrivine, Hammer! dai dai!

[alajmo] farollo, ma dopo un

[alajmo] farollo, ma dopo un paio di arretrati :)

(hammer) olè:)

(hammer) olè:)