L’ULTIMA VITTORIA DELL’ADOLESCENZA
“Le grand Meaulnes” è l’elegia della purezza e della follia dell’adolescenza, e la storia d’un’amicizia indissolubile tra due ragazzi d’una provincia francese ormai svanita: ed è un libro di amori che nascono come incantesimi e si sospendono nel tempo, e di bravate che cambiano il destino d’un’esistenza; un romanzo scritto da un narratore capace di custodire, nel tempo, l’inquietudine e lo stupore della prima giovinezza, di sentire slanci d’autentica ammirazione e di descrivere ogni cosa con lo stile sgarbato e acutissimo d’un bambino che va in estasi per una sfumatura e si infatua d’un dettaglio, e non conosce che enfasi e iperbole, istintivamente riottoso alla misura.
Il giovane romanziere Alain-Fournier cadde sul campo di battaglia, nella Prima Guerra Mondiale, appena ventottenne. Stava lavorando a un nuovo libro, l’incompiuto “Colombe Blanchet”, dedicato alla sua amante Simone. “Il grande amico Meaulnes” è dunque l’esordio e l’epilogo della sua narrativa.
Il romanzo fu ideato, con ogni probabilità, tra 1905 e 1906 e composto nell’arco di sei anni. In quel lasso di tempo il manoscritto mutò più volte titolo: in principio “Les gens du domaine”, quindi “Le Pays sans nom”, fino a divenire, nel 1912, “Le grand Meaulnes”. Così il critico letterario Claude Aveline salutò il romanzo: “Tutto vi è vero senza sembrarlo; lo scopo è raggiunto: inserire il favoloso nella realtà”.
Scrive Giuliano Gramigna nella nota biobibliografica (Garzanti, 1965): “Sul personaggio di Alain-Fournier si può ricostruire punto per punto la geografia spirituale della Francia – dai villaggi al tout Paris – tra la fine del secolo e la prima guerra mondiale. Perché Alain-Fournier è stato tutto questo: ragazzo di campagna, con il rimpianto perenne (e un pizzico di civetteria estetizzante) per la perduta semplicità; cattolico e nazionalista (morirà, come Péguy, gridando <<Vive la France!>>); moralista e snob (certo, la costante, travagliata aspirazione alla purezza, alla sincerità, alla semplicità; ma anche il tennis, la passione per una grande attrice, corteggiata da D’Annunzio, i famosi colletti alti e duri); simbolista (anche quando rinnega il simbolismo); letterato fino a ridurre totalmente la propria vita in letteratura nel suo libro più bello”.
E allora entriamo nella storia, adesso: nel mistero d’una strana festa in una villa d’un paese poi perduto, delle segrete profondità della giovinezza, dei rimpianti d’amore, e dell’eternità delle amicizie; e dei sogni, dei sogni indissolubili.
TRAMA e ANNOTAZIONI
“Quella notte il mio amico non mi raccontò tutto ciò che gli accadde durante il viaggio: e anche quando, nell’angoscia dei giorni di cui dirò, si decise a confidarsi interamente, questo restò a lungo il grande segreto delle nostre adolescenze. Ma oggi che tutto è finito, che di tanto male, di tanto bene non rimane che cenere, posso raccontare la sua avventura singolare”. (Alain-Fournier, “Il grande amico Meaulnes”, parte prima, cap. VIII, “L’avventura”, p. 45)
Narratore d’una vicenda lontana nel tempo (“abbiamo lasciato il paese da quasi quindici anni e certo non ci torneremo mai più”, I, 1, p. 15), l’adulto François Seurel torna ad essere il quindicenne François, timido e infelice figlio di due insegnanti, allievo del Corso Superiore nel borgo di Sant’Agata (modellato sul villaggio di Epineuil-le-Fleuriel, dove visse la famiglia dello scrittore), destinato a diventare maestro anch’egli.
La sua esistenza viene sconvolta dall’arrivo d’un nuovo allievo: il diciassettenne Augustin Meaulnes, orfano di padre e segnato dalla morte del fratello minore, viene iscritto alla scuola e messo in pensione dai Seurel dalla madre. Il suo ingresso in scena è annunciato, quasi fosse una figura spettrale, dai suoi passi: “(…) un passo estraneo andava e veniva con sicurezza facendo vibrare il soffitto, varcava le tenebrose immensità dei granai e si perdeva finalmente verso le camere dei supplenti vuote, dove mettevamo il tiglio a seccare e le mele a maturare” (I, 1, p. 19).
Augustin appare: è alto, ha il viso spigoloso, il cranio rasato come un contadino e uno strano sorrisetto. Si scambia un cenno d’intesa con François, e subito esce con lui, mentre le madri conversano sul futuro del ragazzo. Ha trovato una ruota con dei razzi smangiati, nel granaio: possono ancora farli esplodere. E così, mentre nel cielo esplodono i fuochi d’artificio, si consuma la spettacolare presentazione dell’imprevedibile protagonista del romanzo.
Augustin non tarda a diventare, agli occhi dei compagni, il Grande Meaulnes: tutti fanno a gara per conquistare le sue attenzioni, millantando bravate, furtarelli, saccheggi e scazzottate; eppure Augustin non parla molto, si limita ad osservare, ascoltare e dare i tempi alle loro battute, concertando l’atmosfera e lo spirito dei loro pomeriggi. Sembra sempre assorto. È il compagno di classe che, durante le lezioni, guarda sempre fuori dalla finestra: perché la vita, sembra pensare, è altrove, e l’avventura sta per cominciare.
E un giorno, dopo pranzo, il grande Meaulnes evade, alla guida d’un carro: “Diritto come un auriga, un piede puntato avanti, scuotendo le briglie a due mani lancia la bestia al gran galoppo e dilegua di là dalla salita” (I, 4, p. 30). Nessuno ne capisce le ragioni: le scopriremo più avanti, e in fondo non si trattava che d’un pretesto. È solo che Augustin non voleva più guardare fuori dalla finestra.
Passano giorni, nessuno sa nulla della sua sorte: il carro è stato restituito al proprietario da un bracciante, che l’ha trovato nelle campagne, senza cocchiere. Poi, una mattina, qualcuno bussa a un vetro, in classe. È come se Augustin avesse attraversato lo specchio: torna da un mondo che nessuno conosce, sfinito, dicendo che non dorme da tre notti. “La ventata di aria fredda del cortile deserto, i fili di paglia impigliati nel vestito del gran Meaulnes, soprattutto il suo aspetto di viaggiatore stanco, affamato ma incantato: tutto questo svegliò in noi uno strano movimento di gioia e di curiosità” (I, 6, p. 35), racconta François.
Ma non tutti condividono questa gioia: tra i compagni, serpeggia l’invidia; e la riservatezza di Augustin a proposito della sua avventura, e la sua evidente predilezione per il poco popolare François contribuiscono a stabilire i presupposti per le prime rivalità. C’è qualche zuffa, qualche maldicenza. Niente sembra poter turbare il Grande Meaulnes: il cuore è rimasto altrove.
È inquieto, s’aggira per la stanza e sembra costantemente sul punto di partire: misterioso osso di seppia dei suoi tre giorni di sparizione, un elegantissimo panciotto che indossa ogni giorno: di seta, e non, come prescritto dal regolamento, di rame. Finalmente, rivela a François la ragione della sua inquietudine e tutto quel che era accaduto: promettendo che, se solo avesse ricordato la strada, la volta successiva l’avrebbe portato con sé.
Era fuggito con il carro per andare a prendere i suoi nonni a Vierzon, ma s’era perduto. Soccorso e rifocillato da due contadini, aveva perduto il carro e il cavallo, s’era ferito a una gamba e, per cercar riparo, una notte s’era ritrovato in un casale misterioso, dov’erano in corso i preparativi per una festa in maschera. Si doveva festeggiare il matrimonio di Frantz de Galais e della sua compagna, Valentine. Abilmente mascherato, Augustin s’era intrufolato nel gruppo e aveva passato diverse ore in allegria.
La mattina dopo aveva incontrato una donna, a pochi passi da un lago. Soltanto poche ore prima l’aveva ascoltata, incantato, mentre suonava il piano, circondata dai bambini (come la Lotte goethiana?). Come rapito, l’aveva seguita ed era riuscito a parlarle e a scoprire il suo nome: Yvonne. Prima distaccata, poi inquieta, aveva concluso la conversazione nel minor tempo possibile.
Il matrimonio non s’era più tenuto: Frantz, disperato, era sparito comunicando che non intendeva più vivere. E così, Meaulnes era tornato indietro, contando sul passaggio dato da altri convitati: nella mente lo sguardo di Yvonne, e un disperato desiderio di ritrovarla.
Prova invano a ricostruire la mappa con François: manca sempre qualche dettaglio, e dunque è impossibile rimettersi in viaggio. Finché, una notte di febbraio, i due ragazzi sentono dei rumori provenire dall’esterno della casa: escono per capire di cosa si tratti, e vengono aggrediti da un gruppo di zingari capeggiato da un ragazzo bendato, che ruba loro la mappa. La mattina seguente, scoprono con grande meraviglia che il capo della cricca s’è iscritto alla loro classe: non tarderà a esercitare carisma sui compagni, fino a diventare il loro nuovo leader. Le sorprese non sono terminate: Meaulnes si vedrà “restituire” la mappa con delle integrazioni fondamentali. E riconoscerà il promesso sposo, che – tentato invano il suicidio – s’era dato una nuova identità.
È il principio di una nuova amicizia, sancito da un solenne giuramento: quando Frantz tornerà a perdere ogni volontà di restare in vita, depresso dall’amore perduto, i ragazzi gli correranno in soccorso.
Meaulnes rimedia dallo zingaro-Frantz l’indirizzo parigino di Yvonne, e parte alla sua ricerca. François riceverà le sue lettere: in una di queste, legge che Yvonne s’è sposata, e che dunque ogni speranza è perduta.
“La finestra resta accecata dalla tendina bianca. E se anche la ragazza del dominio perduto ora la spalancasse, non avrei più nulla da dirle. La nostra avventura è terminata. L’inverno di quest’anno è morto come la tomba. Forse quando moriremo, forse soltanto la morta potrà darci la chiave e il seguito e la fine di questa avventura mancata. Seurel, qualche tempo fa ti chiedevo di pensare a me. Adesso, invece, è meglio dimenticarmi; meglio dimenticare tutto”. (parte seconda, capitolo XII, “Le tre lettere di Meaulnes”, p. 133)
Un anno e mezzo dopo, François scopre, piuttosto fortunosamente, dove si trovi la misteriosa sede della festa, e viene a sapere che Yvonne non s’è affatto sposata. La incontra, e lei gli rivela che non ha dimenticato il grande Meaulnes. A breve, si terrà una festa in cui saranno invitati tutti e tre. François è determinato a fare il possibile per riunire la sfortunata coppia.
Alla festa, i due innamorati si ritrovano. Meaulnes è incredulo e felice, ma a un tratto sembra percepire che nulla più sarà come in precedenza: sembra colpito dalla rivelazione delle disgrazie economiche della famiglia, dovute all’avventata e sregolata condotta di Frantz, e non si capacita della demolizione del maniero e della vendita dei cavalli. È afflitto dalla sparizione d’un mondo magico: si sente disorientato e confuso. Solo nostalgia?
Quando domanda a Yvonne di sposarlo, sta piangendo.
Il giorno del matrimonio, un richiamo familiare ricorda a Meaulnes l’antica promessa. Frantz, smarrito e affranto per non aver più trovato la sua fidanzata, domanda sostegno: e il grande Augustin non può violare un giuramento. Così, nonostante abbia appena realizzato il sogno della sua vita sposando Yvonne, parte con Frantz per accompagnarlo nella ricerca di Valentine. François diventa amico e confidente di Yvonne, mitigando la sua solitudine. Nell’ottobre di quell’anno, Yvonne partorisce una bambina: ma si ammala, e muore d’una embolia senza rivedere Meaulnes.
François non riesce a capacitarsi della condotta del suo amico: come ha potuto abbandonare la sua compagna, e rinunciare alla felicità con tanta avventatezza? La risposta si nasconde nel suo diario, che l’amico rinverrà, un giorno, accidentalmente.
Nei giorni di Parigi, Meaulnes aveva incontrato una ragazza che era divenuta la sua compagna. Quando aveva scoperto che si trattava proprio di Valentine, s’era sentito un traditore e l’aveva subito lasciata. In seguito, pentito per la brutalità del distacco, aveva tentato invano di riprendere contatto con lei. E così, per riconciliare la coppia, Meaulnes aveva rinunciato al suo amore ed era partito, il giorno dopo le nozze, fedele all’antico giuramento: sarebbe tornato soltanto se li avesse avuti al suo fianco, sposati.
Un anno dopo, quando ormai François si sente il padre adottivo della piccola e non confida più nel ritorno dell’amico, Meaulnes torna con Frantz e Valentine. Augustin scopre quel che è accaduto ad Yvonne, e si dispera. L’unica consolazione è costituita dalla sua bambina.
Nella prossima avventura, non sarà più solo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Henri-Alain Fournier (La Chapelle d’Angillon, 1886 / Vaux Saint-Rémy, 1914), saggista, poeta e romanziere francese. Studiò tra Brest e Parigi, fu fraterno amico di Jacques Rivière.
Alain-Fournier, “Il grande amico Meaulnes”, Garzanti, Milano 1965.
Introduzione e traduzione di Giuliano Gramigna. Il romanzo è strutturato in tre parti, suddivise rispettivamente in 17 + 12 + 16 capitoli, ed un epilogo. Ogni capitolo è provvisto di un titolo.
Prima edizione: “Le grand Meaulnes”, Nouvelle Revue Française, Luglio - Novembre 1913.
Lo scrittore esordì con lo pseudonimo Alain-Fournier pubblicando il saggio “Le corps de la femme”, sulla “Grand Revue”, nel 1907. Collaborò al Paris-Journal.
Approfondimento in rete: Le Grand Meaulnes.com / Le Musée Alain-Fournier.
Marzo del 2004 - prima pubb: Lankelot.com
G. Franchi, "Lankelot".
Commenti
?La finestra resta accecata dalla tendina bianca. E se anche la ragazza del dominio perduto ora la spalancasse, non avrei più nulla da dirle. La nostra avventura è terminata. L?inverno di quest?anno è morto come la tomba. Forse quando moriremo, forse soltanto la morta potrà darci la chiave e il seguito e la fine di questa avventura mancata. Seurel, qualche tempo fa ti chiedevo di pensare a me. Adesso, invece, è meglio dimenticarmi; meglio dimenticare tutto?. (parte seconda, capitolo XII, ?Le tre lettere di Meaulnes?, p. 133)
Ne avevamo parlato via mail, ricordi?
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""Il grande amico Meaulnes? è dunque l?esordio e l?epilogo della sua narrativa."
Sì, e direi che possiamo celebrare l'autore e l'opera senza eccessivi rimpianti per quello che non è stato.
Sì che mi ricordo. E' stata una bella stroncatura. Utilissima per la mia crescita (e a proposito: grazie ancora).
recensione linkata da WIKI:
http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Grande_Meaulnes