Affinati Eraldo

Campo del sangue

Autore: 
Affinati Eraldo

NOVECENTO: UMANA TRAGEDIA

Il santo e l’eroe, intesi quali modelli caratteriali, sono uniti da una spiccata attitudine al patetismo. Entrambi, oltre a commuovere, trasmettono tristezza e malinconia perché, contrapponendosi senza mediazioni a ingiustizia, ordinarietà e finitudine, smontano le risposte rassicuranti e poco dispendiose che la grande maggioranza di noi è abituata a dare di fronte alla condizione insolubile dell’uomo. Al pari dei geyser vulcanici, essi sprigionano energia vitale, dentro e fuori di sé, trasformandosi in uomini pericolosi e carismatici alla costante ricerca di una metamorfosi” (“I monaci”, p. 63)

Eraldo Affinati viaggia, negromante d’anime e dello spirito del Novecento, da Venezia ad Auschwitz. Muto compagno (eccettuato un episodio) non è l’antico massimo poeta, ma il contemporaneo Plinio Perilli: ex allievo della Nunziatella, ha la preparazione per poter vivere un’esperienza del genere. Che ha il sapore d’una anabasi nell’Ade: catabasi non può essere, perché i morti s’evocano – siano essi scrittori, filosofi, vecchi partigiani o martiri del comunismo – senza più dover discendere al compromesso dell’allegorica nekuia. Dalla cristiana e antica abitudine del pellegrinaggio mutua l’accettazione delle fatiche, la ricerca volontaria del sacrificio, del dolore, dell’umiliazione della carne. Dalla dottrina della sua primitiva ideologia sembra invece aver mantenuto la capacità critica e la disponibilità all’autocritica. Dalla letteratura proviene l’empatia, la volontà di rappresentare lo Zeitgeist, di comprendere le ragioni e le origini del male.

Questo libro ha la grande ambizione di voler cristallizzare le radici e i significati delle incarnazioni del male assoluto del Novecento: il regime totalitario nazista, il regime totalitario comunista. L’artista tornerà dal viaggio ritrovando quella “condizione spirituale” (mi stupisco sempre quando uomini di sinistra si servono di parole legate al campo semantico dello “spirito”: ritrovo fede nell’umanità quando m’accorgo che non tutto è negato da chi serviva, ha servito o serve quel dogma) che riconosce come sua propria: quella del “reduce”. Cosciente della assoluta gravità degli eventi avvenuti poco prima della sua nascita, si considera legittimamente “sopravvissuto”.

Al principio del suo terribile pellegrinaggio, si trova assieme all’amico poeta in una Venezia che vive da “straniero della contingenza”, da “cittadino della necessità” (p. 13): osserva tutto quel che lo circonda e riflette, sconsolato, a proposito delle generazioni: “Tutte queste generazioni pronte a scavalcarsi, l’una sull’altra, incuranti dei cadaveri putrefatti ai margini del sentiero, mi frastornano: forse dipende dalla segreta convinzione che, purtroppo, si tratta di un trapasso obbligatorio” (p. 12).  Il tono del romanzo non muta molto, rispetto a questo frammento: è il diario d’uno spirito che vuole comprendere le ragioni della violenza programmata e allucinante di questo secolo, segnato – a suggellare la coscienza delle straordinarie epifanie del male – da un’inedita epidemia di suicidi tra gli intellettuali e gli artisti (non manca, a questo proposito, un richiamo al drammatico studio di Al Alvarez); e “Campo di sangue” va così configurandosi come quaderno di appunti e riflessioni sul male oscuro del nostro tempo, che ha trascinato via prematuramente – per consapevolezza, senso di responsabilità assoluta o accettazione della necessità – alcune tra le menti più brillanti del secolo. Da Stig Dagerman a Guido Morselli, da Drieu La Rochelle a Cesare Pavese, il catalogo è sterminato e doloroso. Affinati viaggia verso Auschwitz, e mentre richiama alla memoria le sue letture degli ultimi anni, avvicinandosi alla meta, s’accorge che il segno comune nelle biografie di troppi artisti contemporanei è il suicidio: ricercato, vagheggiato o avvenuto.

La lucidità di queste osservazioni pretende eguale raziocinio nella descrizione dell’orrore dei lager del Novecento: “Lo sterminio non si realizzò soltanto per mezzo delle camere a gas e i forni crematori. Bisogna mettere in conto anche le epidemie lasciate deflagrare, gli isolamenti nei Bunker dove la libertà dei carnefici era assoluta, gli inferni delle carceri all’interno del campo, il canile di Dachau, le nicchie di Natzweiler, i murati vivi di Sachsenhausen, i crani trafitti, la gente legata per i testicoli, le malattie del Lager: la febbre petecchiale, il noma, ulcerazione cancrenosa che buca le guance, il pemfigo, dermatite bollosa, spesso a contenuto purulento” (“Il bosco biologico”, p. 167)

Affinati descrive senza nessun filtro ideologico o estetico la bestialità e la malvagità della razza umana. Nipote d’un muratore antifascista, partigiano reclutatore fucilato dalle SS, figlio d’una donna miracolosamente fuggita dal treno che la stava deportando, sembra geneticamente predisposto alla memoria del martirio. Asseconda il richiamo del sangue e instancabile avanza sino all’inferno. Accompagnato dalle voci di chi quell’inferno aveva vissuto, o aveva interpretato: tra Friuli, Austria, Slovacchia e Germania, senza dimenticare il paradosso che ha voluto, nella storia, fossero gli assassini stalinisti a giudicare gli assassini nazisti. Vigliacchi figli del culto della verità, che uccisero per difendere idee e rivoluzioni o per difendere “la razza”: si staglia, a un tratto, la splendida figura dell’artista suicida Majakovskij, che rifiutava l’arte asservita alla politica. È uno degli spettri che aleggiano pretendendo giustizia; invano. Avanti fino ad Auschwitz, meditando sul senso dell’esistenza e sulla natura della nostra specie. Riluttanti di fronte all’idea che possa esistere una responsabilità assoluta: “Giro e rigiro questa idea della responsabilità senza venirne a capo; alla fine devo ammetterlo: non sono d’accordo. Entrando a Klagenfurt mi sorprendo a stilare, fra me e me, il protocollo che invece firmerei.
Articolo uno: la pretesa di poter assumere su di noi il cosiddetto dolore del mondo nasce sempre dalla spregevole arguzia di chi, dentro di sé, falsifica i conti.
Articolo due: l’inflessibilità delle risoluzioni individuali rende più fragili le difese psicologiche nel momento in cui siamo attaccati.
Articolo tre: ogni proposito etico deve saper rinunciare all’illusione di un superamento delle contraddizioni
” (“Grüss Gott!”, p. 41)

“Campo del sangue” è un libro splendido e atroce. Andrebbe adottato nelle scuole medie superiori, come viatico allo studio e all’analisi della Storia del Novecento. Non promuove nessuna verità. Non avalla nessuna giustificazione. Non nega nulla. Nel sangue, nel dolore, nella disperazione, semplicemente, racconta e testimonia. Intelligenza.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Eraldo Affinati (Roma, 1956), romanziere e saggista italiano. Ha esordito pubblicando “Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj” nel 1992. Ha curato l’edizione completa delle opere di Mario Rigoni Stern, “Storie dall’Altipiano” (2003).

Eraldo Affinati, “Campo del sangue”, Mondadori, Milano 1997. Bibliografia in appendice.

La premessa dell’autore è datata febbraio 1996.

Approfondimento in rete: Af. intervistato da Pickwick / Af. intervistato da RaiLibro.


Gianfranco Franchi, "Lankelot". dicembre 2004.  Prima pubblicazione: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788804489887

Commenti

Non promuove nessuna verità. Non avalla nessuna giustificazione. Non nega nulla. Nel sangue, nel dolore, nella disperazione, semplicemente, racconta e testimonia. Intelligenza.

«mi stupisco sempre quando uomini di sinistra si servono di parole legate al campo semantico dello ?spirito?»: mi chiedo quali uomini di sinistra tu abbia conosciuto. E che cosa sia per te la sinistra: solo marxismo-leninismo? ;)

Già...santa data di pubblicazione, davvero. Risponde lei per me. Abbiamo maturato coscienza e consapevolezza nuova;).

Be', diciamo, almeno, che lo spirito, non è il campo preferito in cui solitamente trovano ispirazione i sinistrorsi (lenininsti e non).

Detto tra noi, non è un campo su cui trova ispirazione più nemmeno la destra. Ahimè.

Il grande cantore dello spirito per me resta l'immenso Goethe.

E nel Novecento Hesse

Comprendo la tua osservazione, Léon, che ritengo parzialmente valida solo se riferita all'immagine degradante e provinciale che la sinistra italiana ha dato di sé, spessissimo, nel secondo dopoguerra. Quella europea, grazie al cielo, non contempla e va oltre a simili steccati. Pensa solo a intellettuali come George Steiner, Hannah Arendt, George Mosse, George Orwell o a tutta la dissidenza da sinistra al sistema sovietico del Centroest Europa: Koestler, Herling, Kundera etc. etc. etc....

Ma si, ma si. Il problema è tutto italiano. Concordo. Ho letto la Arendt e Mosse, Kundera e Orwell. Ti do ragione. Tra l'altro la Arendt ebbe, come immagino tu sappia, una fitta corrispondenza con Heidegger su tematiche, per cosi dire, tutt'altro che materiali.

Koestler, che ho visto da voi più volte citato, su cosa ha scritto in particolare?

Arthur Koestler, ungherese, grande esponente della sinistra liberale europea. Ha combatutto il totalitarismo in tutte le sue forme: di destra, in Spagna (finendo in campo di concentramento); di sinistra, nel suo Paese inghiottito dall'Urss. Opere principali: "Schiuma della terra" (così Hitler definì gli antifascisti democratici, cioè non comunisti) e, soprattutto, "Buio a mezzogiorno", straordinario ritratto politico-psicologico della Russia delle purghe staliniane degli anni Trenta. Sua la famosa interpretazione delle "confessioni spontanee" rese ai processi dagli attivisti del Partito bolscevico (Bucharin etc.): molti confessavano la propria (inesistente) colpevolezza, secondo Koestler, in segno di estrema fedeltà all'ideologia e perché reputavano il loro sacrificio necessario al bene del Partito (considerato come una sorta di ente infallibile). Uno dei libri più odiati dai comunisti di ogni tempo e luogo. Più di Orwell, che di solito si liquidava col pretesto della "fantascienza".

Grazie dell'esauriente resoconto;)

Letto oggi, dovevo da un po'.
Grazie per la segnaazione, è un libro divenuto inevitabilmente importante per me. Anche in virtù del richiamo ad altri testi e alla ricca bibliografia di cui è corredato.

Le riflessioni sul suicidio e certi nomi incrociati tra le righe, non possono non colpire. Dagerman, Morselli, Drieu La Rochelle personalmente li ho sentiti qui su Lankelot, mai altrove.
Leggerli nel diario di Affinati è stato come avere conferma della necessità di queste pagine. E' stato come avere ulteriori coordinate e trovare la fiducia per seguirle.

Sono molto felice che questa scheda sia tornata utile, ad anni di distanza. E' la riprova che questo medium è più potente dei quotidiani e dei periodici: perché è più facile da consultare, ha un'indicizzazione nettamente superiore, e se non fosse per la fragilità dei server sarebbe tecnicamente immortale.;)

10. Se nella bibliografia pizzichi qualcosa di notevole, parti studia e scheda. Sarà utile per tutti...