Ady Endre

Note a margine di un poeta estinto

Autore: 
Ady Endre
Sento che da lontano vengono
altri.
Ma il lontano dov’è, dove il vicino?
E dove nel mezzo,
stazioni?”
Endre Ady
 
Suggerimento. Suggestionato. Soggiogato.
Perché la storia di un casuale incontro tra uno studente di letteratura italiana e la poesia di Endre Ady nel 1991 può, tranquillamente, anche riassumersi in mere tre parole. Anche perché stavolta la recensione per vari e svariati motivi e imposizioni non è possibile nei suoi canonici, consueti ed archetipici stilemi. Tutto ciò nasce dalla lettura (obbligatoria) per un esame di "Letterature comparate", su un testo, Armando Gnisci, "Il colore di Gaia". Azzurro",Carucci editore, 1989. Testo di per sè utopico, una ricerca di concordanze e discordanze fra le  letterature del mondo, alla ricerca forse di una pietra filosofale. O di qualche magia cattedratica al sapor di re Mida.
Qui è solo una serie di sensazioni e qualche notizia. Perché certo che non si tratti né del primo né dell’ultimo caso di denuncia di brillante operazione per rimozione e cancellazione, per motivazioni ardue da poter sostenere oppure anche lontanamente spiegare. Per le notizie rimando alle forzatamente scarne note.
Poi.
Ora.
Qui propongo qualche lettura e qualche annotazione a margine. Che si prendano come glosse, alla maniera degli antichi frati medievali, che in qualche modo, oscuri scrivani e forse solo per imposizione di fede, trascorrevano e trastullavano il proprio tempo copiando, senza però resistere alla demoniaca tentazione di lasciare una traccia. Ecco, memorabile. Assoldati come esercito di un dio, soldati della fede, molti hanno ceduto e non hanno solo copiato ma hanno glossato. Spesso a senso unico, o senza senso. Ma quelle scribacchiate furtive, quelle scritte…beh mi piace immaginarle così, l’attrattiva e la forza (quasi simile a quella che esercita fascino nella nota saga filmica "Guerre stellari" a cura di George Lucas) che animava quelle mani, quelle penne (si fa per dire). E io, sulla forza di quella immaginazione, emulo. Perché questa lunga digressione mi piace assomigliarla e chiosarla con una metafora. Certo Ady non è il primo ne l’ultimo di poeti estinti (anzi estirpati) dalla loro ragione di vivere, cioé lo scritto. E qui non si fa attribuzione volgare e peraltro a volte noiosa di valore, di collocazione, di.
Rimane un fatto che per me, glossatore forse per emulazione, credo sia inconfutabile.
Ci sono tanti che con le loro armi (la parola in primis, caricata non a salve da forza, energia, fantasia, saggezza e quant’altro) combattono una battaglia ardua per illuminare chi viene a leggerli.
Come gli anonimi e fieri combattenti del milite ignoto, scomparsi per una più o meno giusta guerra, ma comunque fedeli ad alla causa e dunque meritori di ricordo, e di cui non rimane nessuna tomba o nome, ma solo un monumento collettivo in sperdute piazze o parchi, con monumenti a volte di dubbio valore estetico. So che la similitudine è forte, ma che ne sia distinta la sostanza dalla cruda e terribile realtà e differenza sostanziale.
Ecco, questo è un monumento, non per il solo ed eventualmente mero Ady, ma per la lotta per la poesia e la conoscenza. Con tutte le dovute misure del caso, indossando i necessari anticoncezionali per evitare il contagio con malattie di soggettive suggestioni, prendendo per buona la radice, e magari l'albero, ma qui nessuno vuole andare contro la natura.
 
 “Partiamo. Andiamo verso l’Autunno,
gracchiando, piangendo, inseguendoci,
due falchi dall’ala lenta.
 
L’estate ha già dei nuovi rapaci
Schioccano le ali dei nuovi falchi
Incrudeliscono le battaglie d’amore
 
Noi lasciamo l’estate, trasvoliamo scacciati,
ci fermiamo in qualche luogo dell’Autunno,
amorosi, con le piume arruffate
 
Sono le nostre ultime nozze:
ci strappiamo le carni a colpi di becco
e cadiamo sul fogliame d’autunno"
 
("Nozze di falchi sul fogliame secco")
 
Eccolo l’amore come un' arena, fatto di volatili eppur rapaci, che si consumano con forza a volte al di fuori del reciproco rispetto, una consumazione lenta ed inesorabile, mentre le stagioni passano, i cieli cambiano e gli amori continuano ad inseguirsi in base a folli dettami senza ragione né pietà. Potente, forse esageratamente drammatica, ma di forte impatto emotivo, molto guerresca e livida, come un’eterna tempesta che alcuni amori, o idee di amore, possono anche scegliere e delegare come propria rappresentazione.
Poi la caducità della vita, torna lo scorre del tempo, l’inasprirsi dei contrasti fra volere ed avere, oppure sentire e sentito, o quello più archetipico vivere ed esistere, fatto di scelte fra un carpe diem fino all’estremo oppure una lenta costruzione di fragili muraglie all’imperversare della casualità:
 Un minuto, e la vita mi bacia
Il mio corpo è una caldaia, lieta ardente
Ardono le donne, le case, le strade
I cuori, i sogni. Tutto arde
E tutto è immortale
 
Un minuto, e vengono piccoli demoni:
spengono le fiamme con lunghi ciuffi.
Viene il dubbio, viene un gran freddo.
Viene il fango e forse il ricordo
D’un paio di calzoni sdruciti
(Solo un minuto)
 
Una lotta destinata alla sconfitta contro la mutevolezza e lo scorrere del tempo e degli stati d’animo e la parola pare una umile schiava volta solo a cristallizzare la sensazione di.
Perdersi.
Lasciare.
Non ritrovarsi. 
Non ci è dato sapere se alcuni atteggiamenti così lessicalmente spinti allo stremo furono frutto di una personalità teatrale, o doppiogiochista, troppo poche ancor ora le conoscenze e troppo forti le evocazioni suggestive.
Sessualità certo, ma anche anche intensità lirica, senza struggimento che comunque appaga i romantici, qui siamo pur sempre nel Novecento, anche se in provincia della Letteratura divulgata.
Ancora l’amore. Ancora il fuoco, la carnalità, il consumo, il darsi-aversi ma finire. E poi la labilità umana, il resistere oppure lasciarsi al tutto, un vortice e la scelta che appartiene soltanto all’uomo: poca metafisica, siamo nel campo del carnale:
  Stiamo su una cima selvaggia noi due
Stiamo abbandonatie rigidi
Aggrappati l’uno all’altra, senza lagrime, lamenti, parole:
appenta un tremito e cadiamo
 
Ci legano lacci di carne e sangue
finchè stiamo così avvinghiati:
le nostre labbra livid e tremanti.
Finchè tu mi baci, non abbiamo parole:
ma se dici una parola, cadiamo
(Stiamo su una cima selvaggia)
 
Sembra che solo una prorompente e quasi eccessivamente accesa materia possa dare sostanza e linfa ad una comunicazione nella relazione amorosa: il resto pare affidato a vertiginose cadute negli abissi del.
Adolescenziale o monodimensionale forse, come postera interpretazione, ma certo che la forza che emana sembra tatuare gli occhi alla semplice lettura con un marchio di fuoco e fatuità.
Però credo sia giusto sottolineare che la poesia a volte non deve esser un semplice mondo circonscritto, un porre paletti sulla base di musicalità e significato delle parole. A volte la poesia può essere un sussurro all’orecchio di mondi e o sensazioni probabili, ma non impossibili, oppure la eco di una musica suadente che ammalia, come dovette forse essere nella fantasia il canto delle sirene per l’Ulisse omerico in preda a passate e future tempeste.
E il poeta Ady ( e probabilmente anche l’uomo che fu,ma non può rispondermi sul quesito) a volte decide l’abbandono con lucida, pazza, a volte egoistica consapevolezza:
 Io sono il parente della morte.
Amo l’amore morente
Amo baciare
Chi se ne va
 
….
Amo coloro che partono
Che piangono e si destano
E, nei freddi mattini brinati,
i campi
 
….
Amo i delusi, gl’infermi
Coloro che sono fermi
Gli increduli, i tristi:
amo il mondo
 
Visione apocalittica e forse anche questa eccessivamente decadentista-nichilista, ma che per quel che se ne legge, una dichiarazione di poetica, stanca forse, ma che riserva sorprese ad ogni verso (gli increduli ed i tristi sono antitesi semanticamente forti per una connotazione come quella evidenziata).
E forse profetico fu il poeta, nella sua visione tragica:
 
Nemmeno un frusciare tradisca
Ciò che ha già nascosto l’anima mia:
senza vita se ne è andato qualcuno,
che  ne è andato uno che fu di qui
 
Di altri non fui, neppure di me stesso,
la fredda nullità  è mia sposa.
Non ho il diritto di lasciare ricordi,
ne ho il diritto di ricordare
 
Come una domanda dimenticata
E senza risposta, io cada nella pace:
che non voglia più essere, se fui:
e, se fui, rimanga segreto a tutti
(La partenza pacifica)
 
 
Oppure:
Le stelle cadenti mi hanno illuminato,
mandragore da poco stordito
e, in luogo della vita, non ho avuto che ore
(Ore in vece di vita)
 
Così fu, credo, così è stato. Un segreto, però che lascia qualche vaga inquieta certezza e qualche parola che in certi momenti, in eventuali momenti, può anche divenire una bussola. Una bussola che, sia detto per inciso, non detta coordinate geografiche, ma solo indica terra del pensiero e dell’emozione da cui, eventualmente ripartire.
 
BREVI NOTE
 
Endre Ady (Ermindszent, 22 novembre 1877 – Budapest27 gennaio 1919) fu essenzialmente poeta, ungherese, in una futura nazione che andava aprendosi all’Occidente e che vedeva sfaldarsi lentamente e senza sosta l’impero asburgico di cui faceva parte. Come si legge dalle notizie in inglese sul sito http://en.wikipedia.org/wiki/Endre_Ady, nato da una famigla andata sul lastrico, si avvicinò alla giusta età alla rivista Nyugat, considerata la prima rivista in quei luoghi a svecchiare la letteratura indigena ed anche il senso estetico fino ad allora dominante. Nel sito citato si possono leggere le opere pubblicate in lingua indigena.
Dalla pagina Internet http://it.wikipedia.org/wiki/Endre_Ady apprendiamo che sono tradotte le seguenti sillogi: Nuove poesie (1905);  Sangue e oro (1907) ; Alla testa dei morti (1918)
 
A notizia dello scrivente in Italia è stata pubblicata 
Ady Endre:  Poesie
Milano, Lerici 1964. coll. Poeti europei n. 15,  pp.LXXII-388.Testo a fronte. Traduzione di P. Santarcangeli.
Attualmente reperibile presso la Biblioteca Nazionale di Roma sita in via Castro Pretorio. A  tale edizione si affidano le traduzioni pubblicate in questa presentazione.
Sul sito http://www.andarperlibri.com/framepo.htm pare che sia possibile reperire il testo in questione ad un costo di 20 euro più spese postali. Dal numero di siti che vengono segnalati dai più comuni motori di ricerca su Internet, a seguito di ricerca dello scrivente, Ady pare poeta essenzialmente di interesse ungherese e talvolta degno di interesse inglese. Assai scarsa la sua notorietà in Italia.
 
Paolo Pappatà, su internet Baol70, febbraio 2007
ISBN/EAN: 
000

Commenti

Due cose. 1) è la prima ( non l'ultima) solo per Lankelot, questa. Fiero di avercela fatta, e sinceramente contento 2) necessita sicuramente di qualche rettifica. Aspetto. Poi: è molto fantasiosa, specie in lessico e metafore, ma sicuramente sentita. alla prossima :-)

Poesia: è sempre bello leggerne.
Difficilissimo scriverne.
Grazie per le suggestioni, per i frammenti riportati e per aver glossato questo poeta di cui non conoscevo nemmeno il nome.

"siamo pur sempre nel Novecento, anche se in provincia della Letteratura divulgata".
Una sola riga, sagace e senza sbavature, per contestualizzare versi e fortuna dell'autore. Perfetta.

(Occhio a qualche errore di battitura qua e là)

"Eccolo l?amore come un? arena, fatto di volatili eppur rapaci, che si consumano con forza a volte al di fuori del reciproco rispetto, una consumazione lenta ed inesorabile, mentre le stagioni passano, i cieli cambiano e gli amori continuano ad inseguirsi in base a folli dettami senza ragione né pietà. Potente, forse esageratamente drammatica, ma di forte impatto emotivo, molto guerresca e livida, come un?eterna tempesta che alcuni amori, o idee di amore, possono anche scegliere e delegare come propria rappresentazione".

Eccoti, a briglia sciolta come tu sai fare;) Splendido questo passo. E non è l'unico, solo quello che mi piaceva di più.

Poeti ungheresi... ottimo. Tiriamo fuori dalla polvere scrittori e poeti dell'Est, sono delle belle sorprese (a proposito di lingua ungherese, Marai ne parla a lungo in uno dei suoi scritti, come di lingua quasi povera, perché non affine a nessun'altra, quasi isolata e bisognosa di nutrirsi dell'altrui gergo... ).
Ady muore prima di vedere uno sfaldamento ben peggiore di quello austriaco del suo Paese...

Bella pagina, bella davvero: densa e ariosa, vissuta.
Come dice Angela, non è facile scrivere di poesia, tu sei riuscito a farlo. Applauso.

Ah, p.s.: sui monaci copisti. In realtà i priori dei monasteri sapevano bene quel che stavano facendo (salvavano dall'oblio quanto più potevano della Letteratura antica, perché capivano di non avere altra speranza da consegnare al futuro). I frati copiavano a volte con grandissima noia e perfino senza capire un rigo: non era un passatempo, però. Era il loro lavoro...

bella pagina. solo una cosa: note a margine di un poeta estinto. hai aggiunto una "s" a poeta...ciao!-)

"Però credo sia giusto sottolineare che la poesia a volte non deve esser un semplice mondo circonscritto, un porre paletti sulla base di musicalità e significato delle parole. A volte la poesia può essere un sussurro all?orecchio di mondi e o sensazioni probabili, ma non impossibili, oppure la eco di una musica suadente che ammalia, come dovette forse essere nella fantasia il canto delle sirene per l?Ulisse omerico in preda a passate e future tempeste."
Una rec atipica e molto evocativa direi.
Non conoscevo nulla di quest'autore, quindi una buona scoperta.

ho fatto qualche intervento invisibile ore fa, non è che non commenti per qualche ragione, è solo che sonoa ttualmente poco lucido, qualche ora e arrivo:)

Comincio dal principio. Scrivi:

"Tutto ciò nasce dalla lettura (obbligatoria) per un esame di "Letterature comparate", su un testo, Armando Gnisci, "Il colore di Gaia". Azzurro",Carucci editore, 1989. Testo di per sè utopico, una ricerca di concordanze e discordanze fra le letterature del mondo, alla ricerca forse di una pietra filosofale. O di qualche magia cattedratica al sapor di re Mida."

Gnisci è uno dei miei rimpianti: studiavo a ROMA III e non ho quindi mai avuto l'onore e il piacere di poter frequentare le sue lezioni. E' uno dei pochi docenti la cui buona fama passava - con vario entusiasmo - di ateneo in ateneo. Diverse persone me ne parlarono sempre con vivo apprezzamento o vera ammirazione.

"Certo Ady non è il primo ne l’ultimo di poeti estinti (anzi estirpati) dalla loro ragione di vivere, cioé la scritto." (questo passo è poco chiaro, amice. Probabilmente quel "la" prima di scritto mi fa pensare a troppe cose insieme.)

"Una bussola che, sia detto per inciso, non detta coordinate geografiche, ma solo indica terra del pensiero e dell?emozione da cui, eventualmente ripartire".

> bello, davvero, grazie. Pienamente nello spirito originario del sito: autore dimenticato e laterale. Affascinante. Avevo avuto un'anteprima privata e adesso pubblicamente apprezzo;).

Grazie Baol
gf

Beh intanto grazie a tutti per aver sopportato una sorta di "esperimento". E' comunque un work in progress, nel senso che alcune cose verranno integrate se ce ne sarà bisogno e possibilità, in futuro. Poi qualche risposta.
****

4. Si Ilde, lo so, era un lavoro. Ma mi ricordo di aver saputo che qualche caso di annotazione a margine non proprio in tema di mero "lavoro" c'è stato. Ecco, fantasiosamente a quello volevo riferirmi. Sì, Ungheria ha passato altri momenti difficili. Ma allora tocca parlare di Kundera, magari. Grazie, per il resto, troppo gentile.

8. il progetto di Gnisci era molto affascinante nonché trendy, nel 1991-92. Non so che fine abbia fatto. Ma era un personaggio contro il potere dei "veci" che occupavano militarmente le cattedre. Asor Rosa ti dice niente? ho storie simpatiche, da raccontare, se vuoi

9. Corretto. Ora è più chiaro?

10. grazie a te. Non è stato facile pensarla e buttarla giù. Ma al di là di tutto è testimonianza della mia viva partecipazione all'intero Lankelot, non solo con recuperi di opinioni o brandelli di tesi. Daje :-)

11. Kundera è ceco! Forse pensavi a Zilahy o a Marai (più probabile)

no, alle rivoluzioni anti comuniste, pensavo :-). A proposito sui fatti di Budapest o comunque su quell'aria, chi sa darmi qualche bella dritta narrativa?

danke

?Ci sono tanti che con le loro armi (la parola in primis, caricata non a salve da forza, energia, fantasia, saggezza e quant?altro) combattono una battaglia ardua per illuminare chi viene a leggerli?.

?

?Ecco, questo è un monumento, non per il solo ed eventualmente mero Ady, ma per la lotta per la poesia e la conoscenza?.

Splendido ritratto di una poetica che non conosco.
Amo coloro che partono
Che piangono e si destano
E, nei freddi mattini brinati,
i campi
...
Amo i delusi, gl?infermi
Coloro che sono fermi
Gli increduli, i tristi:
amo il mondo.
La sensibilità e la finezza di intenti qui sono fortissime.

Di scrittori ungheresi conosco Ferenc Molnar con i suoi ?Ragazzi della via Paal?, struggente libro che ricordo ancora.

Raffaella