“…nasce qualcuno ad eterno dilettonasce qualcuno ad infinita notte…”William Blake
Nel percorso accidentato della vita umana nulla è più incessante del dialogo tra l’individuo e la morte. Con lei si tesse giorno dopo giorno la trama del proprio originale racconto. Una narrazione che muta da persona a persona. C’è chi è sedotto dalla morte, ne percepisce la seduzione e a lei si affida in un contraddittorio sentire che è godimento e distruzione allo stesso tempo. Altri la respingono, si affaticano a dilazionare nel tempo quell’impatto con stratagemmi ragionevoli o folli. Qualsiasi sia la trama della narrazione, il racconto personale del dialogo con la morte appartiene al narratore e alla narratrice che di volta in volta può farne partecipi gli altri, ascoltando le altrui narrazioni, che con linguaggi celati o espliciti, a lei si richiamano e in lei convergono.
La morte: la musa nera, la regina.
E’ lei che spinge a tracciare una pennellata sulla tela, che fa erigere piramidi e cattedrali, che fin dai primordi dell’umanità induce l’artista preistorico a porre sulla roccia liscia un paio di mani bianche sulle quali, potremmo posare le nostre e su quel calco riconoscerci.
Allo stesso tempo non vi è denominatore comune tra gli uomini più potente della morte in quanto gli uomini si riconoscono nella loro mortalità. Il canto, la danza, la narrazione, in altre parole, il segno che si tramanda di generazione in generazione, evocano la coscienza del limite. Oltre il limite, la morte detiene la chiave del mistero.
Ma in che modo funziona questo dialogo?
La relazione con la morte non si esprime ovunque con lo stesso linguaggio. I racconti si differenziano alla radice perché diversa è la visione della morte che le culture nel mondo hanno elaborato. Di conseguenza, differenti sono i dialoghi che con lei s’intrecciano al punto che su questo fondamento muta il modo di vivere e di esaurire la vita davanti all’esito finale. Queste differenze sono così potenti che si può affermare, con scarso margine d’errore, che le culture si diversificano a seconda del modo con il quale esse dialogano con la morte.
La morte sarà sconfitta per ultima, scrive San Paolo.
La morte, secondo il pensiero cristiano, è la nemica da sconfiggere. La più potente. Quella che non si può eludere. Le parole di San Paolo, seducenti per la promessa che contengono, si affidano alla profezia della resurrezione della carne, della propria carne, non più soggetta alla morte, non più corrotta dall’originario peccato. E questa promessa fonda la propria radice nella resurrezione del Dio che si è fatto uomo. Il Cristo che dopo tre giorni risorge vittorioso.
Infatti, da che cosa deve essere salvato l’uomo se non dalla corruzione della carne?
Se però si sposta lo sguardo sulla cultura orientale la relazione con la morte cambia.
Ku è un vocabolo giapponese corrispondente al sanscrito shunyata che viene generalmente tradotto come vuoto, vacuità, o più correttamente latenza. Secondo la visione buddista e anche induista occorre ricordare che tutti i fenomeni non hanno un’esistenza fissa o indipendente, ma nascono e continuano a esistere in virtù della loro relazione reciproca. Bisogna intendere bene il significato di vuoto in questa dottrina: esso non è inteso in senso nichilista, quanto piuttosto come immensa potenzialità creativa capace di generare ogni cosa in rapporto alle cause che intervengono.
Nella visione buddista non esiste un Dio trascendente al quale affidare la salvezza dalla morte. Essa è immanente al cosmo. E l’individuo così come ogni cosa animata e inanimata vi è soggetto necessariamente. L’uomo e tutto ciò che lo circonda risponde a precise leggi di incessante mutamento. La circolarità di questo pensiero, fondato sul continuo mutamento, fa sì che ciò che era vero oggi non sarà vero domani, che le contraddizioni possano convivere senza che un’affermazione neghi necessariamente l’altra. Vita e morte sono dunque aspetti della vita che con la nascita agisce nel mondo e con la morte diviene vita latente, fissata sul karma che si è conseguito nel momento della morte, karma che l’individuo che passa dallo stato di latenza a quello di vita agente porterà con sé nella nuova esistenza.
Morire isaghi–yoku è uno dei pensieri più cari al cuore giapponese. Isaghi–yoku significa non lasciare rimpianti, con chiara coscienza e in pieno possesso della mente. I giapponesi odiano incontrare la morte irresolutamente, “essi desiderano volare via come fiori di ciliegio sospinti dal vento…” (D.T.Suzuki, "Lo Zen e la cultura giapponese").
Sorge alla mente un’immagine, quella di due grandi fiumi - acque della psiche - che scorrono paralleli e difficilmente s’incontrano, ovvero la visione della morte, l’intreccio del dialogo con lei che ha luogo nella cultura orientale e in quella occidentale.
La cultura orientale dice Noi, quella occidentale dice Io.
Al compagno Odisseo, che nel suo viaggio nell’Ade ammira il modo in cui le anime volgari si fanno rispettosamente da parte al suo passaggio, Achille ribatte: “Ah, non abbellirmi la morte, Odisseo, preferirei molto di più vivere come un bifolco al servizio di un povero contadino che regnare su questi morti, su questo popolo spento”(Odissea, XI, vv. 487-491).
Per l’eroe dei poemi omerici la morte non è l’apertura verso una vita futura e migliore. E’ il nulla, nel quale gli esseri umani precipitano, rimpiangendo la vita. Vita preziosa e breve, soggetta ai capricci degli dei. Per questa ragione il guerriero non esita a metterla a repentaglio in battaglia pur di conquistarsi una forma d’immortalità, non soggetta a usura né a distruzione: il ricordo, la memoria non solo di quelli che l’hanno conosciuto, ma di tutte le persone delle generazioni future.
Questo nulla nichilista, assai differente dal ku delle dottrine orientali, ha forgiato lo spirito dell’Occidente nel suo dialogo con la morte considerata come fato o sventura di per sé irrimediabile. Questa visione moderna che non concede alla morte una natura sacra, si dimostra, a mio parere, vincente rispetto alla stessa dottrina cristiana che ha eretto il proprio pensiero sulla figura del Cristo e sulla promessa della resurrezione della carne.
Mentre il pensiero orientale risolve la relazione con la morte nel continuo mutamento degli esseri partecipi del cosmo, quello occidentale, in virtù della dottrina cristiana, ha collocato la morte nella sacralità.
La bella morte, così cara al Medio Evo cristiano, carica di promesse di redenzione non ha resistito all’evoluzione del pensiero occidentale che dice IO.
Il pensiero occidentale moderno rispetto alla morte, non ha, a mio avviso, nulla di cristiano e allo stesso tempo non ha nulla da spartire neppure con il pensiero greco che alla morte non concedeva la statura del sacro.
Malgrado l’assenza del sacro nella morte, il pensiero greco aveva una propria bellezza. può che si esprime nella tragedia. La tragedia è il sacrificio della vita in favore della polis, della libertà contro le pretese del tiranno.
La condizione attuale dell’uomo in Occidente è assai diversa. Il nulla che attendeva l’uomo greco dopo la morte conduceva ad un dialogo vivissimo con la stessa, dialogo che si esprimeva, come ho accennato, nella tragedia e nella rappresentazione teatrale della tragedia.
La tragedia era l’espressione pubblica e partecipata del destino umano che si chiude con la morte.
E oggi, cosa rimane del dialogo con la morte? Null’altro che la morte del dialogo. Una relazione nella quale ogni rituale è omesso, ove la morte, ben che vada, è un fatto esclusivamente privato. Il dialogo con lei ridotto ad un balbettio incerto e tutto introspettivo poiché la morte, la sua esibizione, è un’angoscia da rimuovere, da custodire nelle corsie degli ospedali, dove, tra pareti asettiche e letti bianchi, s’aggirano figure tecniche che constatano tecnicamente il decorso e la fine di una malattia.
E poiché morte e vita sono avvenimenti dai quali non si può prescindere poiché l’uno è parte dell’altro e viceversa anche il dialogo con la vita s’interrompe. L’angoscia della morte non trova sponde su cui riversarsi, dunque si muta in nevrosi, autismo, solipsismo. La fine del dialogo con la morte è la vera solitudine dell’uomo occidentale.
Il posto della morte, del suo mistero ultimo e per ciò stesso non aggirabile, è stato preso dalla scienza e dalla sua ancella, la tecnica. In questo modo non solo la morte è stata spodestata ma ugualmente è stato sottratto all’individuo il diritto di essere padrone della propria morte e di conseguenza della propria vita .
La scienza ci fa l’occhiolino. Promette molto di più di una vita oltre la morte. Promette l’immortalità hic et nunc. Le avvisaglie ci sono tutte. Il clone già si aggira in tanta letteratura e forse pure nelle silenziose stanze dei laboratori.
Occorre prestare attenzione al mistero. Nel momento in cui al posto del mistero si colloca qualcos’altro, che si tratti della ragione o della scienza, bisogna sapere che quel mistero è andato perduto. La sacralità annientata.
La titubanza con la quale ci si pone di fronte all’ipotesi del clone è la prova di una resistenza all’annientamento del mistero, un residuo di ostinazione a non voler sottostare alla prospettiva dell’uguaglianza numerica in favore della diversità dei soggetti plurimi.
La scienza infatti promette l’immortalità in questa vita ma non dice che genere di vita ci attende. Non la qualifica. Si possono fare supposizioni a questo proposito. L’immortalità proposta sarà funzionale. La funzionalità esige che la creatura resa immortale si spersonalizzi perché solo in questo modo è considerata perfetta dal punto di vista della tecnica. Perfetta in quanto funzionale.
E’ più che mai importante in questo desolato paesaggio riprendere questo dialogo che altro non è se non la restituzione all’uomo della propria dimensione umana.
Occorre di nuovo pronunciare parole forti, potenti, che evochino il mistero della morte e lo traducano in voce che affiori alle labbra. Bisogna affrettare quanto prima un rinascimento del dialogo con la morte. Rinascimento contro il nulla, la barbarie che avanza, bisogna fare presto, prima che la cosiddetta funzionalità divori ogni senso di essere e ci consegni alla tecnica. Alla robotica. Da questo orrore occorre salvarsi.
Qualcosa può fare la letteratura?
Commenti
??nasce qualcuno ad eterno diletto nasce qualcuno ad infinita notte??
William Blake
"La morte sarà sconfitta per ultima, scrive San Paolo.
La morte, secondo il pensiero cristiano, è la nemica da sconfiggere. La più potente. Quella che non si può eludere. Le parole di San Paolo, seducenti per la promessa che contengono, si affidano alla profezia della resurrezione della carne, della propria carne, non più soggetta alla morte, non più corrotta dall?originario peccato. E questa promessa fonda la propria radice nella resurrezione del Dio che si è fatto uomo. Il Cristo che dopo tre giorni risorge vittorioso."
> Non esiste fascino maggiore.