Adıvar Edip Halide

La figlia di Istanbul

Autore: 
Adıvar Edip Halide

"La rivoluzione del 1908 scoppiò a luglio. Eruppe in una furia cieca, sradicando istituzioni vecchie di secoli, abbattendo anziani tiranni come fossero alberi, sconvolgendo completamente l'ordine politico e sociale. La confusione era tale che nessuno era in grado di dire cosa fosse cosa e chi fosse chi. Nel frattempo gli esiliati del vecchio regime ritornavano, nave dopo nave. Su una di quelle navi c'era Tevfik.” È con questo senso di allegra confusione che ci si avvia alle ultime pagine che concludono, con un'atmosfera serena e gioiosa, la piccola epopea popolare che è La figlia di Istanbul. Ma chi è quel tale Tevfik che torna dall'esilio sulla nave? Tevfik, attore di strada soprannominato “la bella”, è il padre dell'eroina protagonista del libro: Rabia. L'happy end si celebra nel clamore della rivoluzione con il ricongiungimento di padre e figlia, ma tutta la vicenda si svolge negli anni cupi del sultanato sanguinario di Abdülhamid II (1876-1908).

La giovane Rabia è figlia dell'attore popolare Tevfik, tribolato d'esili per le sue imitazioni dei potenti, e di Emine, morigerata figlia dell'imam di quartiere, arcigno, retrivo e avaro. In lei, grazie al dono divino di una voce formidabile, si mescolano l'anima gioiosa del padre e quella religiosa della famiglia materna. Rabia diviene presto famosa cantando in arabo i brani del corano, ma pian piano vien fuori anche l'eredità del padre attraverso le canzoni popolari con cui la ragazza allieta le serate di una delle famiglie più potenti di Istanbul. È in questa famiglia che incontrerà Vehbi Dede, il derviscio dedito alla setta del poeta sufi Mevlana, il quale le insegnerà i valori di un islam moderato, aperto, tollerante e pieno d'amore, del tutto antitetico rispetto agli insegnamenti rabbiosi del nonno imam, per cui la religione è paura e odio; è sempre nelle stanze dei potenti che Rabia conoscerà il vagabondo Peregrini, grande pianista italo-spagnolo, un tempo monaco e poi vagabondo e raffinato artista di Istanbul, è da lui che scoprirà le armonie complesse e le architetture maestose della musica occidentale; è ancora nella casa dei potenti che vedrà aggirarsi la figura di Hilmi, giovane aristocratico insofferente del potere sanguinario del sultano, acceso occidentalista e membro attivo di quel gruppo di Giovani Turchi che fra dispute filosofiche e politiche cerca di assestare colpi mortali al regime del sultano. Rabia, giovane figlia del popolo turco, figlia della religione più integerrima e dell'arte di strada più folkloristica e irriverente verso i tiranni, sposerà l'italiano Peregrini, dopo che questi si sarà convertito all'islam, sotto la tutela accogliente e tollerante del monaco derviscio Vehbi. Detto in altre parole e fuor di metafora romanzesca, Rabia simbolo della nuova forza femminile turca, simbolo della Turchia, sposerà l'occidente, dopo averlo integrato e metabolizzato attraverso le istanze più vivaci e progressiste della sua cultura. Il padre Tevfik che dall'esilio aiuta il giovane Hilmi nella sua lotta di Giovane turco contro il sultano, è figura che contribuisce a rafforzare questa chiave di lettura, la quale fa di questo romanzo un'epopea popolare in cui nei personaggi si vogliono racchiudere e incarnare le forze storiche che sono state attive nella formazione di un qualcosa di nuovo, di un nuovo ordine di cose; ricordate? La favola si conclude nello scoppio felice della rivoluzione del 1908.

Fabio De Propris, attento traduttore e curatore del volume, suggerisce in postfazione un richiamo che per il lettore italiano è semplicemente illuminante: I Promessi sposi. Milano dominata dallo spagnolo è presto rassembrata dall'oppressione conservatrice del sultano; la forza dei figli del popolo Renzo e Lucia è racchiusa nella tenacia femminile di Rabia e dall'umanità folklorica dei personaggi che la circondano; la religione opportunista e avara opposta a quella aperta e sincera che ne I Promessi sposi è spiegata attraverso l'opposizione fra Don Abbondio e Fra Cristoforo è qui racchiusa nei personaggi dell'Imam odioso e del paterno Vehbi Dede. Insomma il paragone proposto da De Propis è quanto meno legittimo. Va detto però che questo romanzo non sembra avere lo spessore letterario del nostro (sia detto senza sciovinismo) e che a condire la “minestra popolana” interviene qui una certa influenza di Dickens (non a caso la scrittrice era esperta di letteratura inglese). In alcuni personaggi fortemente caratterizzati sembra di sentire lo stile dello scrittore inglese: ad esempio nel nano Rakım fedele zietto di Rabia, pozzo di bontà e di simpatica ottusità popolana; oppure nella zingara Penbe, col suo bagaglio di superstizioni, di stregonerie, di suoni e colori. A volte si sfiora l'atmosfera da circo in pieno costume “turco” con abiti e colori d'un oriente da cartolina, bisogna pur ammetterlo. Quel che rimane alla memoria dopo la lettura è il personaggio di Rabia, la sua forza di decisione e di autodeterminazione che non ci si aspetterebbe dal mondo musulmano, la sua naturalezza radicata nella sua terra associata a una profondità insondabile da cui sgorga limpido il suo canto. Ma per capire meglio questa Rabia protagonista di un romanzo turco scritto nel 1936 occorrerà un attimo dare uno sguardo alla personalità dell'autrice e allora tutto sarà più chiaro.

Halide Hedip nasce a Istanbul nel 1882, figlia di una ricca e benestante famiglia. Fu la prima ragazza musulmana a diplomarsi nel College femminile americano di Istanbul. Interessata alla letteratura inglese in special modo, si occupa nel frattempo soprattutto di educazione, come insegnante e ispettrice. “Dopo una iniziale infatuazione per Ziya Gökalp, che predicava l'ideale del leggendario Turan, ovvero uno spazio unitario , linguistico-culturale più che geografico, che comprendesse tutti i popoli euroasiatici che parlavano lingue di ceppo turco e che rappresentasse l'alternativa futura all'Impero ottomano in disfacimento, H.Edip prestò si spostò, insieme ad altri intellettuali come Yahya Kemal (lo conosceremo prossimamente), su posizioni più concretamente nazionalistiche che vedevano nella sola Anatolia il loro nucleo di identità e lo spazio per un futuro Stato turco, senza però mai irrigidirsi in atteggiamenti razzisti (non fu mai né anti-armena né ant-greca)” così Fabio de Propris. Durante la Guerra di Liberazione, fu attivamente al fianco di Mustafa Kemal Atatürk, del quale fu addetto stampa e segretaria, e fu inoltre tra i responsabili del passaggio dall'alfabeto arabo a quello latino. Ma dopo la guerra si trovò progressivamente sempre più in disaccordo con l'impostazione autoritaria di Atatürk. Provò ad entrare nel partito d'opposizione, ma quest'ultimo fu chiuso ad appena un anno dalla sua nascita. Decise allora col marito di andarsene dalla Turchia, finché non fosse morto Atatürk, e così fece. Nella sua riflessione e nei suoi romanzi è sempre centrale l'attenzione alle donne, alla loro indipendenza e autodeterminazione, quale elemento fondamentale del progresso civile di un popolo. È in Inghilterra che scrive Sinekli Bakkal. L'editrice Elliot, pur autrice di una signora pubblicazione, pecca secondo me di “commercialità” nella traduzione di questo titolo in La figlia di Istanbul; si sa la porta d'oriente è un richiamo speziato per il lettore nostrano, ma la traduzione letterale, che poi non è neanche brutta, del titolo originale sarebbe “La bottega piena di mosche”; il titolo inglese è invece The Clown and His Daughter. Comunque sia, Halide scrive questo romanzo, che la critica addita come il suo capolavoro e che è letto e fatto leggere nelle scuole turche un po' come i nostri Promessi sposi, come narrazione fondativa e comunitaria insomma, lo scrive dicevo in due lingue e in due versioni: una in inglese e una in turco. Il traduttore ci allerta in postfazione su alcune differenze sostanziali: in Inghilterra Halide scriveva/vendeva un romanzo “esotico” che potesse accendere la fantasia annoiata del lettore inglese, mentre per i turchi ella scriveva una narrazione didascalica, nella quale il lettore poteva rivedersi o riconoscere figure della sua società da stigmatizzare come negative e sorpassate. La copia che leggiamo pubblicata dalla Elliot è tradotta dal turco pur tenendo a vista la versione inglese, e, seppure il romanzo è poco più che godibile e lungi dal racchiudere qualcosa di geniale od originale, costituisce una pubblicazione preziosissima per chi voglia capire la letteratura turca.

EDIZIONE CONSULTATA E BREVI NOTE: (Vedi Sopra). La figlia di Istanbul, Elliot, Roma 2010, traduzione e cura di Fabio de Propis. PRima pubblicazione in Inglese 1935. Prima pubblicazione in turco 1936


Link:

http://en.wikipedia.org/wiki/Halide_Edip_Ad%C4%B1var

Elliot in Lanke: http://www.lankelot.eu/archivio-articoli.html?elliot

Francesco

ISBN/EAN: 
978-88-6192-125-2

Commenti

[figlia di istanbul]

[figlia di istanbul] neo Franz!

[neo franz!] due bizzarri

[neo franz!] due bizzarri percorsi di approfondimento/disorientamento.

http://www.lankelot.eu/letteratura-turca Letteratura Turca in Lanke.

http://www.lankelot.eu/elliot libri della ELLIOT in Lanke.

[figlia di istanbul] altra

[figlia di istanbul] altra grande chicca, francesco. E altra bella scheda. Domani commento a dovere, intanto ti ringrazio per la condivisione di questa tua nuova lettura, e del tuo fascinoso sentiero di ricerca di cose turche.

(La figlia di Istanbul), Beh

(La figlia di Istanbul), Beh dai il titolo rende meglio de "la bottega piena di mosche". Mi unisco a Franchi, deliziose chicche!

(LA figlia di Istanbul): De

(LA figlia di Istanbul): De gustibus....:) Dicevo che forse non era necessario andare a cercare un titolo lontano dall'originale, non che La figlia di Istanbul sia brutto; sicuramente e' molto piü efficace dal punto di vista editoriale per il lettore italiano. Butto la' un ''La bottega delle mosche'' to' :) Grazie degli apprezzamenti, onorato!

[figlia di instanbul] "La

[figlia di instanbul] "La bottega delle mosche" fa pensare a Golding, temo:)

("Le mosche"): Sì in

("Le mosche"): Sì in effetti...del resto questo romanzo ha proprio poco a che spartire con Golding.

(Istanbul): Ragazzi non e'

(Istanbul): Ragazzi non e' per manie di protagonismo che l'articolo sta in prima; ho modificato alcune cosette e si e' rimesso da solo in cima alla lista: perdonatelo :)

[istanbul] sta bene lassù;)

[istanbul] sta bene lassù;)

(Halide Edip Adivar): Così

(Halide Edip Adivar): Così dedica alla scrittrice-amica il poeta Yahya Kemal,alcni dei suoi versi:

E se dal fato soffia impetuosa bufera, / dalla montagna impara ad affrontarla. / E se dall'uomo spira vessante tormento, / lo eviti il tuo sguardo indifferente. // Colui che si rassegna per la pietà ricorda / a tutti il Crocefisso, guardato da lontano. /Però l'ampia maestà di leone che sbadiglia / E' del beone solo, incurante a sciagura. (Traduzione di G. Bellingeri).

(Halide Edip Adivar): E così

(Halide Edip Adivar): E così in una nota al testo di Kemal ce la presenta il curatore Bellingeri:"Scrittrice prolifica di racconti, romanzi, saggi, memorie, impegnata sul fronte nazionalista e su quello dela lotta per l'indipendenza, è costretta a emigrare in Egitto e Inghilterra. Femminista e combattente, arringa folle immense riunite nelle piazze di Istanbul nei mesi di quell'Armistizio umiliante per la sua nazione, e imbracciate le armi aderisce attivamente alla lotta guidata da Mustafa Kemal." (In Yahya Kemal, La nostra celeste cupola, a cura di G. Bellingeri).

[halide adivar] il dettaglio

[halide adivar] il dettaglio più suggestivo della battuta di Bellingeri è quello riferito a lei che prende e arringa "folle immense riunite nelle piazze di Istanbul". Per come sto immaginando Istanbul,leggendo "Il romanzo di Costantinopoli" della Ronchey, è veramente qualcosa di incredibilmente suggestivo.

(Halide): Sì anch'io sono

(Halide): Sì anch'io sono stato colpito da quel dettaglio, ma mi riservo alcuni dubbi sulla realtà di quel'aggettivo "immense". Aaaaah come ti invidio che stai leggendo "Il romanzo di Costantinopoli", io devo aspettare ancora un mese!!!

[halide - costantinopoli] in

[halide - costantinopoli] in realtà vado piano volentieri appositamente, sono fermo alla terza parte, dedicata a Santa Sofia. Pagina 203. Leggo il libro quando sto in bus, magari per andare a fare una giornata di lavoro da qualche parte, o quando sono fuori roma. Non voglio finirlo prima che tu possa leggerlo & scriverne. 

;)

(Costantinopoli): Ti

(Costantinopoli): Ti ringrazio :) Comunque non mi riservo esclusive, due schede sono sempre meglio di una ;)

[costantinopoli] :). Nel caso

[costantinopoli] :). Nel caso in cui a scrivere la prima sia Francesco, ne basta una. E alè.

[istanbul] comincio a pensare

[istanbul] comincio a pensare che i tuoi articoli bizantini stiano esercitando uno strano richiamo karmico... tra qualche mese ti dirò meglio:)

(Istanbul): Aspetto con

(Istanbul): Aspetto con curiosita'....un'anticipazione???

[istanbul] mmm... diciamo che

[istanbul] mmm... diciamo che è una destinazione possibile per un primo breve periodo ipotetico:)

[AbdulHamidII]: Inserisco

[AbdulHamidII]: Inserisco link a una straordinaria raccolta di fotografie della Library of Congress relativa al periodo trattato nel romanzo, fra modernizzazione e tradizione del "malato d'Europa", durante il sultanato di Abdul Hamid II, 1876-1909: http://www.loc.gov/pictures/resource/cph.3b47701/?co=ahii ....1823 foto!