Non stupisca la pubblicazione, nel 2007, di queste “clausole medievali”: rivisitazione sensibile e accorta d’un passaggio, quello dal medioevo all’umanesimo, fondante per la cultura mediterranea e per la letteratura italiana. Non stupisca perché quello era un tempo in cui le letterature circolavano (male, ma liberamente) al di là dei confini dei regni e degli imperi, per suggestioni romanze e quindi, diremmo oggi, europee occidentali; tornando all’etimo, ricordiamo: romanze e cioè neolatine, Romane. Tanto che i chierici del nostro nuovo medioevo contemporaneo, avventurandosi nella c.d. “Storia della Letteratura Italiana”, scopriranno non poche difformità e stravaganze nella storia della nostra letteratura dell’undicesimo e dodicesimo secolo, a partire dalla compresenza di diverse lingue. Confusioni che soltanto lo Stato Moderno e il suo imponente apparato propagandista, menzogna moloch, ha saputo risolvere forzando la mano e riscrivendo il passato, assicurando che era italiano chi non sapeva d’esserlo, perché “italia” altro non era che una nostalgia Romana dei letterati, un ormai splendido “non luogo”. Ma questa è un’altra storia, ne riparleremo.
Non stupisca la scelta, dicevo, di pubblicare “clausole medievali” perché l’autrice si trova a vivere in una delle più antiche aree romanze, perdute oggi e destinate a combattere eroicamente per tenere viva la coscienza di sé, della propria storia e delle proprie radici, a dispetto della giovane, viva, plurietnica e forte ondata slava del sud. Vlada Acquavita è istriana: mi spingo, per ragioni di sangue, a leggere il significato della parola “istriana”. Per me significa né italiana né croata, significa cittadina d’una terra d’area in generale latina, quindi romanza, caratterizzata da una popolazione costiera un tempo a maggioranza assoluta italiana, e da una popolazione rurale un tempo a maggioranza assoluta slovena o croata: tutte governate, tendenzialmente e storicamente, da Venezia e dall’Austria, negli ultimi sette secoli. Con tolleranza e intelligenza. Sino a circa cento anni fa, quando è sopraggiunta la menzogna dello Stato Moderno, il delirio delle macro-nazioni, la confusione del centralismo, la massificazione, l’ideologia assassina alfa e quella beta.
Per me “istriana” significa cittadina delle patrie lettere italiane, perché non ho dimenticato la storia. E non m’illudono e non m’accecano i favolosi glagolitici che periodicamente spacciano un passato inesistente per storia.
Non stupisca la scelta, ribadisco, perché tra i circa 30mila rimasti, dall’esodo dei 300mila istriani, fiumani e dalmati, è ancora viva la coscienza della storia, del sangue, della terra, del passato. È vivo nuovamente quel non-luogo chiamato Italia, fantasma di Petrarca e Dante. Loro hanno avuto il privilegio di ritornare prima di noi nel medioevo, e dal futuro comunicano.
Comunicano concetti chiari. Si chiamano nostalgia, malinconia, amarezza, rimpianto; si chiamano desiderio di ricordare – come viandanti d’un libro di Bradbury – e di tenere vive certe lezioni. Perché magari tra trecento, quattrocento anni gli europei avranno imparato la lezione, e si potrà rinascere.
Medioevo, futuro. Da lì Vlada Acquavita nomina, interpola e interiorizza Valery, Dino Campana, Francesco d’Assisi, Cielo d’Alcamo, il Cantico dei Cantici, Arnaut Daniel, Bernardo di Chiaravalle, avanzando sulle tracce del sacro nei paesaggi istriani, per misteriose rovine e selvatica natura. Castelli, chiese e case del passato sono spettri, “immagini infrante”, nessun restauro e nessun rinnovo. La nuova architettura è una negazione di Roma, Venezia, Austria. È altro, è storia nuova. Vlada cerca quel luogo ineffabile (attenzione) dove la parola “affoga nel silenzio”, in cerca delle tracce del sacro logorato dalla quotidianità. L’allegoria mi sembra chiara, la risposta degli Stati altrettanto.
Vlada è tornata nel medioevo e sa che almeno le piante – come certi libri – non si sradicano mai del tutto. Ecco l’erbario mistico d’una poetessa di lingua italiana – ahi lingua solo letteraria, patrimonio vero di noi pochi e di nessun altro – nuovo Deus e(s)t Amor, nuova discendenza petrarchesca e trobadorica, nuova testimonianza di vitalità di un popolo che qualcuno preferisce credere perduto. Non cercate in questi versi modernità o contemporaneità: troverete soltanto passato remoto e futuro anteriore, come in ogni visione mistica.
C’è una rosa avvizzita nella vigna, dimentica delle radici; e c’è chi maledice il suo esilio. C’è un bestiario che s’addentra in casa come demone meridiano, disarmato con la nuda voce e la protezione della Madonna. C’è quell’antica luce preziosa e casta, e un passaggio improvviso per traduzione d’Abelardo e Eloisa, dell’amore riunito in Cristo e per Cristo. Ci sono canti soavi che giungono da oltremare, e da lontano veleggia un sogno d’amore: rosa bianca sprofonda nel sogno. Ci sono le prime attestazioni del volgare nel territorio di Umago, ci sono leggende apocrife e rivisitazioni. Commentario e note per chi vuole approfondire.
Capire è un po’ più complesso, mi rammarica ammettere che soltanto chi ha sangue giuliano, istriano, fiumano potrà capire. In Italia – in questa stupenda cartina geografica disegnata, in centoquarant’anni, da mani europee, russe e americane, con poca fantasia e qualche errore di troppo – c’è qualche confusione che dubito possa essere risolta dai partiti, dai media o dalla letteratura. La prima confusione si chiama “italiani”.
Io testimonio comprensione, condivisione, riflessione e interiorizzazione. Per quanto mi riguarda questo è canto soave e lirico che giunge da oltremare. Intanto, confido ai rimasti quel che ripeto agli esuli e ai miei strani concittadini italiani; è tornato il tempo di contarci e di sopravvivere, salvando i libri e discutendo dei libri per come possiamo e quanto possiamo: siamo chierici, siamo tornati chierici e bisogna prenderne coscienza. L’Italia non vuole letterati e non vuole letteratura. Perché è una menzogna di nazione, non ha storia perché la riscrive e la cancella in fretta: ha solo letteratura. E la letteratura, qui si dimostra ex novo, non è questione nazionale o di nazionalità: è questione territoriale, è questione culturale, è questione astratta e nobile. A questa m’appello, m’uncino, m’aggrappo, speranza sola di comprensione e comunicazione.
Tutto il resto è espressione.
“Che, in Istria, interi capitoli di storia sono stati inghiottiti dalla nebbia, è noto. Altrettanto noto è che antichi castelli e palazzi sono in attesa di restauro” (p. 127). Cara Vlada, potrà l’Europa se saprà essere asburgica. Né Italia, né Croazia: tertium non datur?
(tertium è letteratura, io dico)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Vlada Acquavita (Capodistria, 19xx - Umago, Istria 2009), scrittrice, saggista e poetessa italiana e croata. Vive e lavora a Buie d’Istria. Laureata in Lingua e Letteratura Francese a Zagabria, ha esordito pubblicando “La rosa selvaggia e altri canti eleusini” per l’Accademia Casentinese nel 1997.
Vlada Acquavita, “Herbarium mysticum – Clausole medievali”, EDIT – Ente Giornalistico Editoriale, Fiume, Croazia, 2007. Collana Altre Lettere Italiana, 9 (collana degli autori italiani dell’Istria e del Quarnero).
Quarta di Vittorio Vettori. Copertina di Erna Toncinich.
ISBN 978-953-230-067-3
Approfondimento in rete: Giacomo Scotti sulla Letteratura Italiana contemporanea dell’Istria e di Fiume
Gianfranco Franchi, giugno 2007
Commenti
Saluto con fraterna e letteraria amicizia i rimasti: nei centri di cultura italiani d'Istria e di Fiume, in Istria e a Fiume.
non ne capisco nulla di lingua, ma almeno ne capisco di piante.
bella recensione, mi ha quasi invogliato. ma non é per me.
I libri ti vengono incontro quando meno te li aspetti, s'accende una luce che niente spegne quando un nome ti rimane impresso. E' un antico mistero.
"Medioevo, futuro. Da lì Vlada Acquavita nomina, interpola e interiorizza Valery, Dino Campana, Francesco d?Assisi, Cielo d?Alcamo, il Cantico dei Cantici, Arnaut Daniel, Bernardo di Chiaravalle, avanzando sulle tracce del sacro nei paesaggi istriani, per misteriose rovine e selvatica natura. Castelli, chiese e case del passato sono spettri, ?immagini infrante?, nessun restauro e nessun rinnovo. La nuova architettura è una negazione di Roma, Venezia, Austria. È altro, è storia nuova. Vlada cerca quel luogo ineffabile (attenzione) dove la parola ?affoga nel silenzio?, in cerca delle tracce del sacro logorato dalla quotidianità. L?allegoria mi sembra chiara, la risposta degli Stati altrettanto".
Accidenti, pare proprio un testo complesso e ambizioso al contempo, e un'autrice conscia delle propri radici identitarie.
"Vlada è tornata nel medioevo e sa che almeno le piante ? come certi libri ? non si sradicano mai del tutto. Ecco l?erbario mistico d?una poetessa di lingua italiana ? ahi lingua solo letteraria, patrimonio vero di noi pochi e di nessun altro ? nuovo Deus e(s)t Amor, nuova discendenza petrarchesca e trobadorica, nuova testimonianza di vitalità di un popolo che qualcuno preferisce credere perduto. Non cercate in questi versi modernità o contemporaneità: troverete soltanto passato remoto e futuro anteriore, come in ogni visione mistica".
E allora ci piace e ci intriga parecchio. Le suggestioni che evoca e i modi con cui (ci racconti) le mette in forma scritta incontrano il mio pieno interesse.
"Capire è un po? più complesso, mi rammarica ammettere che soltanto chi ha sangue giuliano, istriano, fiumano potrà capire. In Italia ? in questa stupenda cartina geografica disegnata, in centoquarant?anni, da mani europee, russe e americane, con poca fantasia e qualche errore di troppo ? c?è qualche confusione che dubito possa essere risolta dai partiti, dai media o dalla letteratura. La prima confusione si chiama ?italiani?."
Sottoscrivo. Per quel che mi riguarda, se mai mi imbatterò nel testo, proverò ad entrare in sintonia con l'autrice e i fatti raccontati, per quanto possibile a un non istriano.
In Italia è difficilmente reperibile, Edit - sede a Fiume - non risulta nemmeno su IBS. Ho inserito comunque l'ISBN, altrimenti provate a sondare direttamente l'editore (che ha un catalogo, vedo, tutto ma proprio tutto da scoprire...)
Io amo tanto quelle terre e le persone che ci vivono. Le amo checché si dicano "italiane", "croate" o "slovene". Le amo per il loro bilinguismo, vocale e psichico (che bellezza, quanti giovani slavi incontro così spesso capaci di parlarmi un italiano migliore di tanti connazionali!).
Le amo per il loro essere plurimi, per avere gli "altri" dentro di sé.
Un grazie pieno d'affetto e incoraggiamento a Vlada e grazie a te per la lettura così intelligente e sensibile.
"Capire è un po? più complesso, mi rammarica ammettere che soltanto chi ha sangue giuliano, istriano, fiumano potrà capire."
uff, non mi pubblica il commento intero!
Allora, dicevo, non essendo originaria di quelle terre posso fare come Federico. Avevo letto del libro nel forum e mi era già sembrato dal titolo molto evocativo e interessante.
Mi sembra un testo suggestivo, pieno di ottimi riferimenti.
Non si potrebbe averne un assaggino tramite una citazione un po' estesa? É l'unica cosa di cui sento la mancanza in questa bella presentazione :-)
Sulla letteratura medievale, mi ci vorrebbe una seria rispolverata. Intanto apprezzo la tua pagina e la splendida chiusa.
"L?Italia non vuole letterati e non vuole letteratura. Perché è una menzogna di nazione, non ha storia perché la riscrive e la cancella in fretta: ha solo letteratura. E la letteratura, qui si dimostra ex novo, non è questione nazionale o di nazionalità: è questione territoriale, è questione culturale, è questione astratta e nobile. A questa m?appello, m?uncino, m?aggrappo, speranza sola di comprensione e comunicazione.
Tutto il resto è espressione".
Ave Angela, e grazie!
*
Quanto agli assaggi, la questione è che si tratta di poesia, non di narrativa. I passi in prosa sono quelli delle note e del commentario, come quello che ho campionato.
Campionare la poesia non è sempre ortodosso... mostro questo distico:
"Obliterare la verità / non rende il dolore meno vero" - che solo per la scelta del primo verbo - che mi sembra venga da ambito diverso da quello letterario - meriterebbe due ore di riflessioni...
Cari amici,
ieri - domenica 24 maggio 2009 - alle 6,15 di mattina se ne è andata la poetessa Vlada Acquavita, dopo una lunga battaglia contro il grande male. Lankelot tutto rivolge un saluto alla poetessa, ai suoi famigliari e agli amici italiani d'Istria. Condoglianze.
www.edit.hr/lavoce/2009/commenti/inpiucultura.htm
20.6.2008
Vlada Aquavita
?Cari amici, ieri - domenica 24 maggio 2009 - alle 6,15 di mattina se ne è andata la poetessa Vlada Acquavita, dopo una lunga battaglia contro il grande male?. Questo doloroso annuncio è stato ?postato? da Gianfranco Franchi sulle pagine internet ?Lankelot?, il sito di ?letteratura e sogni? che aveva scoperto la nostra innovativa e originale poetessa. Questo riferimento per osservare che della vita e, purtroppo, della prematura scomparsa di Vlada Acquavita, non si sono occupate soltanto le pubblicazioni locali e quelle della nostra minoranza, ma anche testate che nei loro interessi vanno oltre alla nostra dimensione identitaria o istriana. Media che si occupano di letteratura e di letterati, prima che di territorio.
Quest?attenzione interna alla ?repubblica delle lettere? sarebbe certamente stata apprezzata da Vlada la quale, sia stilisticamente, sia tematicamente, è stata sempre a curare la dimensione letteraria, estetica o magari documentaria delle sue poesie, preferendola al ripiego sulla rivendicazione lenitiva e sulla nostalgia che caratterizzano invece tanta della nostra produzione minoritaria.
Per quanto nobile possa essere sentirsi e reputarsi ?letterato della CNI?, di certo è più gratifi cante essere ?letterato e basta?. Vlada Acquavita era riuscita a superare lo steccato che separa il ?sentire minoritario? dal sentire ?minoritario e altro?, e lo aveva fatto senza allontanarsi troppo nello spazio, con la cittadina di Grisignana che occupa uno spazio centrale nella sua lirica. Si era però allontanata nel tempo, avventurandosi in quel medioevo ignoto che non si svela perché te lo senti ogni giorno sulla propria pelle, ma chiede invece di essere scoperto. E la scoperta richiede studio, meticolosità, passione e dedizione, doti e virtù sulle quali Vlada aveva fondato il proprio operato, anche quello di bibliotecaria presso la scuola elementare e la Comunità degli Italiani di Buie.
?Te ne sei andata in punta di piedi?, ha detto nel suo discorso di commiato la direttrice della scuola elementare italiana di Buie Giuseppina Rajko, ?attenta, come sempre, a non creare situazioni incresciose. Il tuo notevole impegno professionale, la tua intelligenza, la tua sensibilità, la tua presenza, la tua parola hanno contribuito alla crescita della nostra Istituzione e all?arricchimento di noi colleghi e dei nostri alunni?. E Vlada non mancherà soltanto agli alunni e ai colleghi, ma anche agli amici della Comunità, mancherà al mondo letterario ed editoriale della CNI alla cui crescita aveva contribuito notevolmente, specie con la sua raccolta ?Herbarium Mysticum?.
?A Buie d?Istria?, ha scritto Luciano Dobrilovic per ?Fucine?, vive la poetessa mistica Lada Acquavita, che ha viaggiato nel tempo facendo esperienza dei misteri eleusini e poi ha esplorato l?anima del cristianesimo medievale nelle sue espressioni esoteriche e alchemiche fi no a rivivere la mistica e la simbologia dei giardini minuscoli ricavati fra i muri interni delle costruzioni nobiliari, ospitanti erbe e fi ori rari. Viaggi nell?anima testimoniati dalla sua poesia: ?La rosa selvaggia e altri canti eleusini? ed ?Herbarium mysticum?. Vlada: una delle poetesse più signifi cative di questi anni. In Italia, ancora sconosciuta ai più A Vlada Acquavita dedichiamo, con grande stima e affetto, le pagine centrali di questo inserto.
www.edit.hr/lavoce/2009/commenti/inpiucultura.htm