Chiedevi delle furie
rinvenivi le chiavi dall’abisso
mai mi riebbi dalla verità.
Ora sono morto e insincero.
(pag. 576, vol. II)
Collimato da una distribuzione inutile, da un lancio pubblicitario ilare, Azeq, pur tuttavia, sconcertò pronostici diruti figliandosi nelle più qualitative biblioteche prima europee, poi globali. Già a pochi anni dalla prima edizione, enorme rispondenza ebbe principalmente tra gli intellettuali fondamentalmente abituati a non capitombolare puerilmente preda della sopravvalutazione. Croce, senza mezzi termini, lo definì: “Il fervore del chiaro”, volendo metaforizzare lo stile inaudito dello scrittore isolano. Calvino, freddamente introiettato lo scritto, finì col patire, a detta sua: “Il ritardo spietato della sua scoperta. Avrei voluto inventarmi anche per sua parte”.
Ma oggi, quando l’editoria odierna sembra aver definitivamente spergiurato un autore di tanto fine calibro, è decadente rilevare quanto e come il suo ribelle messaggio fosse imbevuto del lume della prefigurazione e dell’implacabile lucidità. Nel suo primevo ed unico libro, Acardi si prepone l’analisi del tutto e d’ogni cosa, e dal presente, disordina una fascia di raggi in espansione che dilagano tra passato, futuro e immaginario. Azeq è totale e aperto, diffuso di un’immoderazione priva di pudore, che mai ansima e che non scricchiola perché inattaccabile. Tra queste pagine c’è tutta la storia dei possibili sogni esprimibili, prima della vita e dietro la vita. Nei suoi centinaia di capitoli è l’intelligenza, in ogni parola, in ogni interpunzione e in ogni flagrante spazio bianco.
Il libro della vecchia edizione Sonzogno è suddiviso in diciotto parti. Migliaia e migliaia di preziosi in lamine proliferanti rivoli d’inchiostro.
Ma nulla sarebbe scoprire la sua opera senza dover denotare la sua indivisibilità dalla Sardegna che mai seppe tradire. Egli è prima che consimile, naturale emanazione del secolare immacolato di certi graniti, di ovunque acque strazianti cannibale poetica. Una geometria della natura chiosata da gaudenti; attraversata tra i mari di sabbie e tra i cieli osservati sotto la superficie del galleggio. Appannaggio di questa sfrontata onnipossenza della natura è la sua screziata scrittura, la sua imponente frattura con le poesie altre e, senza falle, la non inscrivibile sua autenticità al cosmopolitismo eterogeneo. Egli è sardo, e non può emanciparsi da questa territorialità abbarbicata, ma del sardo egli ha l’essenza stessa della poetica del sublime edenico e barocco. Non può non sentirsi anche adepto del deserto, o dell’oceano amerindo, o della morfologia tibetana. Egli è traduzione letteraria della poetica archetipo dell’universalità della grandezza. La Sardegna è scenario insopprimibile, proprio perché più fulgido esempio di un’introspezione del mistero della bellezza e del silenzio nella contemplazione servile del creato. L’isola, la sua terra sempre disperatamente venerata, è semplicità della secrezione pura e immortale dell’arte. Un’arte che non si sublima prima di una conflittualità col meschino e mediocre, ma esiste a prescindere dei tempi della contaminazione della stupidità e della barbarie. La Sardegna è sangue invincibile, spregiudicato.
Nel testo, la scelta erudita di alternare una commistione esteriormente arbitraria tra gli idiomi, scandendo dall’italiano, al sardo, al francese, fino all’arabo, al cinese mandarino e ancora, non è una costumanza appropriazione d’una volontà d’incomunicabilità. Anzi, suo disegno accomodante, così come rilevato dal suo fittissimo epistolario, è un esilio stilistico da ogni tradizione e da ogni provincialismo. La sua figura di poliglotta doveva renderlo appunto privo di coordinate planetarie contestualizzate. Egli non poteva che essere del tutto il solo, l’aspetto riconciliante e più nobile dell’arte: l’istintiva concezione sensibile alla poesia, la tendenza non linguistica alla percezione dell’essenza poetica, espunta dalla tecnica e dal linguaggio. La Sardegna, appunto, ben si prestava a tale realizzazione d’intenti, perché marginale e inesplorata, perché omnicomprensiva dello splendore dell’universo ma aliena alla sua strumentalizzazione civilizzatrice.
Così nelle poesie alternate alla prosa del libro, dove vi è la conturbata contemplazione della veglia di un pastore prima di uccidere un vitello, suo compagno senziente di tanti pellegrinaggi ammansiti nella flora mediterranea, o il carme alla chiesa del villaggio pastorale, che godrà di una demolizione liberatoria dalle stoppie marcescenti di un’istituzionalizzazione della spiritualità. O la per niente usuale poesia per la morte della madre, nel commento della quale giustificò l’assenza di un avvicendamento all’emotività soggettiva, preferendo un componimento tutto incentrato sui fatti oggettivi dell’esistenza del genitore, con la risolutezza della convinzione che sua madre fosse stata qualcosa di più della sua generatrice, ma che potesse gloriarsi il suo ricordo con il memoriale di tutte le creazioni della sua variopinta esistenza di donna complessa e non oggetto-procreatrice.
Impossibile tralasciare l’episodio cruciale della prolungata diatriba con la scrittrice Deledda, intessuta a partire da una prima esile corrispondenza di Acardi, sotto sollecitazione della corregionale. L’ardore della polemica s’inviluppò a causa delle opposte ragioni nell’ambito del ruolo che avrebbe dovuto assurgere la letteratura regionale del periodo, rispettivamente col mondo esterno. Deledda, ancora giovane e inespressa delle opere più celebri, riteneva scopo corale della scrittura sarda dovesse rimanere quello della descrizione e suscitazione di una specifica regionalità e appartenenza. Acardi, ormai allo sciupare della vecchiaia, ribadì la sua concezione di una liturgia delle lettere che avesse lo squarcio di una forza vivificante apolide e proiettata al tutto prima che al particolare. Posizioni inconciliabili che finirono con la scisione definitiva del nostro dal circuito nascente di artisti sardi anche all’esterno dei confini isolani.
Unanime è stata l’attribuzione alla vivente neoletteratura sarda della perpetua residua, mai persa di vista, influenza di questo libro, fin troppo inedita di contro nella letteratura nazionale.
Probabilmente non pensava ad un dominio di gravitazione circoscritto Sergio Atzeni quando descriveva la sua fulminante lettura giovanile dell’opera. E di come, prima di lui, il maestro Sebastiano Satta rinfoltiva tutta una serie di topoi simbolici della poetica dell’Acardi, a partire dalla terracqua incontaminata e dal fosco temporeggiare del cosmo pastorale.
Il pensiero sofisticamente geniale di questo autore non può proseguire un letargo indolente, persistendo oltraggiato dall’oblio della letteratura contemporanea. Egli è la risonanza rivelativa di una temporalità inconsistente per la bellezza. Dimenticarlo equivarrebbe ad estinguere un giardino dell’eden rimasto intatto pur nell’abbandono; lasciando il libero arbitrio della stupidità, nell’assenza della cultura e nel deporre della professionalità nella letteratura. Mai come oggi la fibra letteraria nazionale e internazionale necessiterebbe della rinascenza di valori come preparazione, ricerca, intelligenza e umiltà. Purtroppo il popolo dei lettori non sembra poter distogliersi dall’abbandono del bello. Forse perché il bello più deve. Forse perché l’arte più è indispensabile per la vita.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Andrea Acardi (Bolotona, 1873-1942), scrittore apolide, predominante in lingua italiana.
Adrea Acardi, “Azeq”, Sonzogno, Torino, 1962.
A J. L. B. perché l'ho copiato spudoratamente e quando era facile, non solo nelle idee.
Arpaeolia
Commenti
Prima o poi qualcuno forse ci avrebbe provato a farla fuori dal vaso. Nel caso non sia giusto o corretto con chicchessia o per valido motivo, provvedo a eliminare (è un pezzo datato, qualcuno del vecchio lanke potrebbe ricordarne e capirne il senso) (Gianfrà, di sicuro te ne ricordi).
"Tra queste pagine c?è tutta la storia dei possibili sogni esprimibili, prima della vita e dietro la vita. Nei suoi centinaia di capitoli è l?intelligenza, in ogni parola, in ogni interpunzione e in ogni flagrante spazio bianco". > è cosa buona, giusta e fertile. Io lo lascerei così, è un pezzo di genialità borgesiana, a distanza di tempo ribadisco l'affetto e l'apprezzamento per questa trovata.
"Forse perché l?arte più è indispensabile per la vita."
> Lester Bangs forse non aveva letto JLB, ma tendeva a scrivere di opere che "conosceva soltanto lui". Dischi, diciamo così, introvabili. Hai illustri antecedenti;). Superali.
(ma non dimenticare che durante un esame, per superare l'impasse dovuta al fatto che non sapevo sostanzialmente niente, citai a più non posso un grande saggista islandese, il celebre Gustaffson, argomentando con la sua autorità tutte le mie idee e nominando almeno un paio di edizioni - una semiclandestina, la ricordo bene. Trenta e lode ma avevo 21 anni ed ero probabilmente pazzo).
Ahahahahah, grandi memorie!!! (adesso correggo la G con J, ormai ci sono abituato a strafalcioni di questo calibro, è parte integrante ;)
"La Sardegna è scenario insopprimibile, proprio perché più fulgido esempio di un?introspezione del mistero della bellezza e del silenzio nella contemplazione servile del creato. L?isola, la sua terra sempre disperatamente venerata, è semplicità della secrezione pura e immortale dell?arte. Un?arte che non si sublima prima di una conflittualità col meschino e mediocre, ma esiste a prescindere dei tempi della contaminazione della stupidità e della barbarie. La Sardegna è sangue invincibile, spregiudicato."
Il concetto di isola mi ha sempre affascinato, l'idea dell'isola e quindi anche gli scrittori "isolani" credo costituiscano una razza a sè, una sorta di microcosmo da approfondire e riscoprire.
Direi che si tratta di un pezzo in perfetto stile del primo lanke, devo dire di livello ammirevole.
Mmm... mi pare uno scritto in codice. Sbaglio? Se è così, un grande e godibile divertissement, complimenti. Sebastiano Satta? Volevi dire Salvatore (l'indimenticato autore de La Veranda) o anche questo è un depistaggio ad arte?
Sai perché l'ho letto sino in fondo? Per via delle "furie" che citi all'inizio. Versi di grande impatto. Io alle Eumenidi ho sempre preferito le Erinni.
Chissà, la tua può essere un'interpretazione privilegiata, se la cerchi ha importanza.
http://www.sitos.regione.sardegna.it/nur_on_line/personaggi/biografie/se...
Grazie per la lettura, e per essere arrivata a fondo.
Le Erinni sono più tragiche. Quindi più attraenti, concordo.
Eppure quella sintassi già l'ho vista... e l'elocuzione, e lo stile che. Oppure una volatile sensazione...
... Sbaglio o ci siamo già visti altrove, tempo fa:
http://www.fotopalmas.com/home.htm?http://www.fotopalmas.com/_indici/Nan...
Mica me ne sono scordato, piacere di ritrovarti qui, a casa.
Questa giusy è proprio un gran mistero.
Arpa!
http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=falsi
la rubrica che hai sempre sognato.
eh
eh